L’accordo sul gas rafforza la cooperazione tra Mosca e Pechino
16 Ottobre 2009
Il 13 ottobre, nella ricorrenza del 60esimo anniversario della ripresa delle relazioni bilaterali tra Mosca e Pechino, Putin e il premier cinese Wen Jiabao hanno firmato numerosi accordi in ambito militare, commerciale e, soprattutto, energetico. La strategia russa della gestione delle proprie risorse naturali a fini politici si è così arricchita di un nuovo, importante tassello, che va ad innestarsi nella più ampia partita energetica giocata dal Cremlino per mano delle aziende di stato, Gazprom e Lukoil in testa.
A Pechino, sono stati conclusi accordi sulla reciproca notifica del lancio di missili balistici; sul miglioramento delle relazioni transfrontaliere e della fiducia reciproca; sul commercio di macchinari e prodotti elettronici; sulla costruzione di una ferrovia ad alta velocità; sulla salvaguardia di sovranità, sicurezza e integrità territoriale. Quel che ha destato maggiore interesse negli osservatori occidentali, è stato quanto deciso in ambito energetico: un accordo quadro che disciplina l’esportazione di gas dalla Russia siberiana, la costruzione di nuove gasdotti da rendersi operativi tra il 2014 e il 2015 e di una raffineria comune che dovrebbe lavorare il petrolio che, in base ad un accordo ventennale, arriverà dalla Siberia sulle coste cinesi con una nuova pipeline di 2000 chilometri. Non sono mancate poi discussioni sulla possibile cooperazione in campo nucleare.
L’intesa russo-cinese lancia un importante segnale politico, che conferma gli accordi di partenariato strategico del 1996, dimostrando che le due potenze regionali euroasiatiche riescono a gestire con successo le divergenze bilaterali, a fronte del conseguimento di superiori vantaggi comuni. Che si voglia chiamare spirito di Shanghai (ossia la buona disposizione reciproca tanto propagandata attraverso la Shanghai Cooperation Organization, della quale sono entrambe fondatrici) o mero pragmatismo, il risultato non cambia. La Russia, ricca di risorse naturali che utilizza come strumento di politica estera, e la Cina, dall’abbondante liquidità e con un’economia bisognosa di energia, si sono scoperte più complementari che rivali.
La ‘scoperta’ non è certo di questi giorni, giacché la cooperazione russo-cinese in ambito energetico è attiva da tempo. Basti pensare che l’ambizioso progetto di costruzione dell’oleodotto Eastern Siberia Pacific Ocean (ESPO), la cui operatività è prevista entro l’anno 2009, per il primo tratto, ed entro il 2013-2014 per il secondo, risale al 2002. A lavori ultimati, l’infrastruttura consisterà di un sistema di pipeline di 4700 chilometri che porterà dalla Siberia Orientale ai mercati del Pacifico di Giappone, Corea, e Cina 50 milioni di tonnellate annue di greggio, 30 dei quali si stima che andranno a beneficio solo di quest’ultimo fruitore. Sono inoltre in corso negoziati per l’esportazione in Cina di una quota dell’energia elettrica prodotta in Mongolia, sulla base di accordi con la russa Rosatom.
Dall’ottica del Cremlino, i recenti accordi russo-cinesi in ambito energetico non sono altro che uno dei risvolti della variegata ‘diplomazia energetica’ messa in atto da Mosca, con l’intenzione di utilizzare le risorse naturali come strumento di politica estera. Le ricorrenti crisi energetiche, che interessano l’Europa ad ogni inasprimento dei contrasti bilaterali tra Russia e Ucraina, ne sono una ben nota dimostrazione.
Alla diversificazione delle fonti di approvvigionamento ricercata dall’Europa, il colosso energetico russo risponde con un duplice strategia, fatta di nuove pipeline (soprattutto, in risposta a Nabucco, il tentativo europeo di reagire al monopolio delle rotte) e dell’accaparramento di quote significative nelle aziende statali di altri paesi, siano essi produttori o di transito per le forniture europee.
Mosca è, infatti, promotrice di North Stream, il gasdotto che entro il 2015 dovrebbe portare il gas russo fino in Germania, passando sui fondali del Baltico, aggirando in tal modo la Polonia, con la quale ha difficili relazioni bilaterali; e dell’analogo progetto South Stream, da realizzarsi entro lo stesso anno, che dovrebbe rifornire l’Europa dalle steppe asiatiche transitando per la Turchia e non più per l’Ucraina.
Evitare il controllo della Russia sugli approvvigionamenti energetici europei diventa ancor più complicato se si considerano gli stretti rapporti che Mosca detiene con le aziende di stato dell’energia in Algeria e in Libia, insieme ai reiterati tentativi di creare un’OPEC dei produttori di gas, coinvolgendo anche Iran e Qatar, con i quali il Cremlino ha già firmato a ottobre 2008 accordi per la costituzione di un cartello di produttori. Da ultimo, va segnalato il recente tentativo di Gazprom di acquisire il controllo dei transiti di gas in Croazia e Ungheria, che rappresentano un ulteriore nodo delle rotte europee.
Con gli accordi di Pechino, quindi, la strategia russa per il controllo delle rotte energetiche si arricchisce di nuovi elementi, aggiungendo all’assertiva politica condotta nei confronti del mercato europeo anche il rafforzamento della posizione su quello asiatico, al quale si associano significativi segnali politici dei quali bisognerà senz’altro tenere conto in Occidente.
