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L’addio a Pavarotti e la stecca di Prodi

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Nella lontana Bologna del 1966-67, altri colleghi ed io raccomandammo a Romano Prodi di cantare il “Tantum Ergo” a voce bassa, anzi bassissima (non erano ancora in vigore tutte le innovazioni del Concilio Vaticano Secondo  concluso nel dicembre 1965). Romano era ed è stonato: peraltro, lo eravamo in molti. D’altronde, non si possono avere tutte le qualità: conoscere i dettagli del mercato delle piastrelle, parlare inglese, avere dimestichezza con gli elementi essenziali della parapsicologia, essere già “assistente confermato” all’Università (gran parte di noi, più giovani di qualche anno, eravamo o laureandi o assistenti volontari oppure “graduate students” al Centro di Johns Hopkins nella città felsinea). Occorre dire che Romano non se lo fece ripetere due volte: non solo non cantava “in voce” (come si dice in termine tecnico) ma si limitava a bisbigliare – mostrando i movimenti della bocca ma con limitatissima emissione di fiato (un po’ come si fa quando si recita in un film che sarà doppiato). Così, a San Petronio Vecchio, evitava di steccare. In tutta la sua lunga carriera , peraltro, non si è mai interessato di musica: nell’arco di 40 anni non ricordo di averlo visto una sola volta nella Sala dei Bibiena (il magnifico teatro dell’opera di Bologna) frequentatissimo da Sergio Coferrati, Pierferdinando Casini ed in altri tempi Bruno Visentini, Calogero, Mannino ed Enzo Scotti.

Un stecca clamorosa, però, la ha presa sabato 8 settembre a Modena- qualche loggionista se ne è accorto e lo ha pure fischiato. La stecca è stata quella di essere lui a chiedere di fare l’orazione funebre per Luciano Pavarotti. Di fronte al passaggio dall’avventura umana alla vita eterna, un momento di umiltà è richiesto a tutti (anche e soprattutto se si è temporaneamente inquilini di Palazzo Chigi). La storia della società e della musica diranno se “Big Luciano” è stato un fenomeno mediatico od un grandissimo cantante oppure un “tenore di grazia” che, lasciato un repertorio donizettiano, belliniano e rossiniano (nonché in quel “Werther” di Massenet che non credo abbia mai cantato integralmente e su scena), si è avventurato in un sentiero verdiano e pucciniano, poco adatto alla sua vocalità. Pavarotti ha indubbiamente reso molto nota l’Italia all’estero ed ha goduto di fama mondiale. Per questi due motivi, non sarebbe stata fuori luogo la presenza del Presidente del Consiglio in carica al suo funerale. Lo è stata, invece, quella di pronunciare l’orazione funebre (al di là dei contenuti – peraltro piuttosto vaghi- dell’orazione medesima) e di attribuire onoranze di Stato (quali il volo delle frecce tricolori) che in passato si sono dati unicamente per chi ha dato la propria vita alla Patria, morendo per essa.

Prodi avrebbe fatto meglio a pregare in silenzio per il rendiconto che Pavarotti (come tutti) deve fare con l’Eternità. Una prece riservata ma vera e sentita sarebbe stata molto più utile (non solo all’anima di Pavarotti ma anche agli italiani). Perché pure agli italiani? L’economia dell’informazione e della comunicazione studia i segnali che si inviano e come vengono decodificati da individui, famiglie, imprese e pubbliche amministrazioni. Per un segmento non indifferente degli italiani, Pavarotti è stato non soltanto genio ma anche sregolatezza. Nei confronti della famiglia (molte vicende complicate prima del divorzio e del nuovo matrimonio civile). E nei confronti del fisco (un tormentone concluso con un concordato di alcune diecine di miliardi). Non sta certo a nessuno di noi formulare un giudizio su questioni strettamente private. Nella veste di Presidente del Consiglio, però, Prodi pare avere dato un segnale forte nei confronti di quella molti, a torto od a ragione, considerano un’esistenza un po’ libertina ed un’etica tributaria un po’ disinvolta.

Dopo questa stecca, Prodi avrà difficoltà a mostrarsi paladino di una politica per la famiglia (che il suo Governo non ha) ed a chiedere ai parroci di collaborare con VVV (Viceministro Vincenzo Visco) nella lotta all’evasione.

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1 COMMENT

  1. Ogni palcoscenico ben vale un Prodi
    Beh…certo che per un po’ di popolarità Prodi venderebbe la sua stessa pelle…
    E’ anche vero che in quella cerimonia funebre, che dava tutta l’impressione di un funerale di Stato, una parola da un rappresentante delle Istituzioni…
    Io mi sono davvero sentito a disagio nel vedere quella cerimonia funebre: onore e merito al grande tenore ma…nemmeno se fosse morto il Presidente della Repubblica…
    Prodi sull’ambone è stato un colpo al cuore, per un atimo l’ho visto in talare, come lo rappresenta da anni Forattini…

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