L’addio a Pavarotti e la stecca di Prodi

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L’addio a Pavarotti e la stecca di Prodi

10 Settembre 2007

Nella lontana Bologna del 1966-67, altri colleghi ed io
raccomandammo a Romano Prodi di cantare il “Tantum Ergo” a voce bassa, anzi
bassissima (non erano ancora in vigore tutte le innovazioni del Concilio
Vaticano Secondo  concluso nel dicembre
1965). Romano era ed è stonato: peraltro, lo eravamo in molti. D’altronde,
non si possono avere tutte le qualità: conoscere i dettagli del mercato delle
piastrelle, parlare inglese, avere dimestichezza con gli elementi essenziali
della parapsicologia, essere già “assistente confermato” all’Università (gran
parte di noi, più giovani di qualche anno, eravamo o laureandi o assistenti
volontari oppure “graduate students” al Centro di Johns Hopkins nella città
felsinea). Occorre dire che Romano non se lo fece ripetere due volte: non solo non
cantava “in voce” (come si dice in termine tecnico) ma si limitava a
bisbigliare – mostrando i movimenti della bocca ma con limitatissima emissione
di fiato (un po’ come si fa quando si recita in un film che sarà doppiato).
Così, a San Petronio Vecchio, evitava di steccare. In tutta la sua lunga
carriera , peraltro, non si è mai interessato di musica: nell’arco di 40 anni
non ricordo di averlo visto una sola volta nella Sala dei Bibiena (il magnifico
teatro dell’opera di Bologna) frequentatissimo da Sergio Coferrati,
Pierferdinando Casini ed in altri tempi Bruno Visentini, Calogero, Mannino ed
Enzo Scotti.

Un
stecca clamorosa, però, la ha presa sabato 8 settembre a Modena- qualche
loggionista se ne è accorto e lo ha pure fischiato. La stecca è stata quella di
essere lui a chiedere di fare l’orazione funebre per Luciano Pavarotti. Di
fronte al passaggio dall’avventura umana alla vita eterna, un momento di umiltà
è richiesto a tutti (anche e soprattutto se si è temporaneamente inquilini di
Palazzo Chigi). La storia della società e della musica diranno se “Big Luciano”
è stato un fenomeno mediatico od un grandissimo cantante oppure un “tenore di
grazia” che, lasciato un repertorio donizettiano, belliniano e rossiniano
(nonché in quel “Werther” di Massenet che non credo abbia mai cantato
integralmente e su scena), si è avventurato in un sentiero verdiano e
pucciniano, poco adatto alla sua vocalità. Pavarotti ha indubbiamente reso
molto nota l’Italia all’estero ed ha goduto di fama mondiale. Per questi due motivi,
non sarebbe stata fuori luogo la presenza del Presidente del Consiglio in
carica al suo funerale. Lo
è stata, invece, quella di pronunciare l’orazione funebre (al di là dei
contenuti – peraltro piuttosto vaghi- dell’orazione medesima) e di attribuire onoranze
di Stato (quali il volo delle frecce tricolori) che in passato si sono dati
unicamente per chi ha dato la propria vita alla Patria, morendo per essa.

Prodi
avrebbe fatto meglio a pregare in silenzio per il rendiconto che Pavarotti
(come tutti) deve fare con l’Eternità. Una prece riservata ma vera e sentita
sarebbe stata molto più utile (non solo all’anima di Pavarotti ma anche agli
italiani). Perché
pure agli italiani? L’economia dell’informazione e della comunicazione studia i
segnali che si inviano e come vengono decodificati da individui, famiglie,
imprese e pubbliche amministrazioni. Per un segmento non indifferente degli
italiani, Pavarotti è stato non soltanto genio ma anche sregolatezza. Nei
confronti della famiglia (molte vicende complicate prima del divorzio e del
nuovo matrimonio civile). E nei confronti del fisco (un tormentone concluso con
un concordato di alcune diecine di miliardi). Non sta certo a nessuno di noi
formulare un giudizio su questioni strettamente private. Nella veste di Presidente
del Consiglio, però, Prodi pare avere dato un segnale forte nei confronti di
quella molti, a torto od a ragione, considerano un’esistenza un po’ libertina
ed un’etica tributaria un po’ disinvolta.

Dopo
questa stecca, Prodi avrà difficoltà a mostrarsi paladino di una politica per
la famiglia (che il suo Governo non ha) ed a chiedere ai parroci di collaborare
con VVV (Viceministro Vincenzo Visco) nella lotta all’evasione.