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L’affondo del Colle sul Cav. è politico ma stavolta ha mancato il bersaglio

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Nell’ultima settimana il Presidente della Repubblica ha manifestato un’intensa attività di esternazione. E così, dopo aver strigliato la sinistra richiamandola alla necessità di essere credibile se vuole nutrire reali ambizioni di governo, ha anche richiamato il Governo a presentarsi alle Camere per illustrare le novità conseguenti alla nomina di 9 nuovi sottosegretari, alcuni dei quali eletti in Parlamento con liste elettorali diverse da quelle che sostenevano Silvio Berlusconi come Presidente del Consiglio.

A ben vedere entrambi gli interventi sono abbastanza irrituali. Lo è il primo perché, al di là delle valutazioni sul merito degli argomenti, non spetta certo al Presidente della Repubblica impartire lezioncine e somministrare pagelline sulla credibilità delle diverse forze politiche a guidare il governo del Paese.

Ma ancora più irrituale è la richiesta di investire il Parlamento della decisione di nominare nuovi sottosegretari alcuni dei quali in precedenza iscritti a gruppi parlamentari dell’opposizione. Infatti, la decisione del Governo non altera in alcun modo la fisionomia politica del governo in carica. Del resto dei nove nuovi sottosegretari ben sei sono stati eletti in Parlamento candidandosi con la lista del Popolo della libertà. E se alcuni di questi avevano nei mesi scorsi compiuto la scelta di collocarsi all’opposizione, la successiva decisione di entrare nel governo, e quindi di ricollocarsi tra le fila della maggioranza, non può destare alcuno stupore. Lo stupore derivava semmai dal fatto di vederli collocati all’opposizione. Né la quantità e la qualità dei posti di governo attribuiti a parlamentari eletti con le liste di opposizione appare tale da giustificare l’esternazione quirinalizia. Stiamo parlando di sole tre posizioni di governo, abbastanza secondarie, che non determinano certo una modifica dell’asse politico portante del Governo. Governo che del resto, dal 14 dicembre sino ad oggi ha avuto svariate occasioni di verificare la sussistenza del rapporto fiduciario con il Parlamento al punto che nessuno può seriamente dubitare che oggi tale rapporto sia venuto meno.

Del tutto fuorviante è poi il richiamo alla legge n. 400 del 1988 ai sensi della quale il Presidente del Consiglio comunica alle Camere ogni mutamento nella composizione del Governo. In forza di tale previsione, infatti, il Presidente del Consiglio ogni qualvolta vi sia la nomina o le dimissioni di un ministro, viceministro o sottosegretario, invia ai Presidenti di Camera e Senato una letterina con la quale lo informa. Lettera della quale viene data notizia all’Assemblea. Cosa che è puntualmente avvenuta anche questa volta.

Ma, si potrebbe ritenere, che, pur se non basata su profili di carattere formale, l’uscita del Presidente sia fondata su elementi di carattere sostanziale. La preoccupazione presidenziale potrebbe essere che l’evoluzione della composizione del Governo non determini una surrettizia modificazione della maggioranza parlamentare come uscita dalle urne. Che con la nomina di nuovi sottosegretari non si dia cioè vita ad una forma di ribaltone. Sul punto non potremmo che essere d’accordo, ma, al riguardo, occorre essere chiari. Non ogni modifica della maggioranza parlamentare rappresenta di per sé un ribaltone. Ribaltone è solo il processo che porta al ribaltamento del risultato elettorale ovvero che porta al governo forze politiche che hanno perso le elezioni. Se singoli parlamentari decidono di transitare nell’area di governo e anche di ricoprire incarichi di governo (per di più marginali) non ha alcun senso parlare di ribaltone. E lo stresso dicasi anche nell’evenienza nella quale questi parlamentari siano numericamente determinanti per la sussistenza stessa della maggioranza.

Ma la nostra fede maggioritaria e la nostra allergia per il parlamentarismo assemblearista della Prima Repubblica sono tali che potremmo comunque ritenerci contenti se tale fosse la filosofia dell’esternazione di Napolitano. Ma se così fosse, ci saremmo aspettati dal Presidente della Repubblica il medesimo rigore istituzionale quando sul finire del 2010 è andato in scena il più spettacolare tentativo di ribaltone della legislatura. Ci saremmo aspettati dal Presidente, come atto di chiarezza e di lealtà istituzionale, una presa di posizione nel senso che se il Governo formato sulla base di una chiara indicazione elettorale fosse stato sfiduciato dalle Camere per la decisione di un ristretto gruppo di parlamentari di dar vita ad un nuovo partito e di collocarsi all’opposizione, ebbene in quel caso l’unica strada costituzionalmente coerente sarebbe stato lo scioglimento del Parlamento e nuove elezioni.

All’epoca registrammo invece, nel silenzio presidenziale, il dotto ed interessato sproloquio sulla centralità del Parlamento e sulla sovranità dei parlamentari. Ma se quelle argomentazioni erano fondate allora, non sarà certo un Aurelio Misiti qualunque a renderle oggi infondate.

L’impressione è che la sortita di Napolitano più che ragioni giuridiche o istituzionali sia stata dovuta a motivazioni essenzialmente politiche. Dopo aver bastonato Bersani e la leadership democratica per il deficit di cultura riformista, per par condicio, il Presidente non poteva non assestare un colpo anche al centro - destra. Ma in questo caso ha mancato il bersaglio. Un nuovo passaggio parlamentare per il Governo non potrà che confermare la presenza di una maggioranza parlamentare in suo favore. Ed anzi, soprattutto se il risultato delle elezioni amministrative (e quello di Milano innanzitutto) dovesse essere felice per Berlusconi, un nuovo voto di fiducia non potrà che rafforzare ulteriormente il Governo e mettere in difficoltà i suoi oppositori (Fini e la sua creatura Futuro e Libertà innanzitutto).

 

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1 COMMENT

  1. il Quirinale
    Ricordo un libello edito da “IL GIORNALE”, in cui tra gli altri componenti del governo Prodi veniva anche citato Napolitano (allora ministro) definito il “Cerchiobottista” in quanto dava un colpo al cerchio ed uno alla botte, si barcamenava, cioè….
    Ora è il Presidente della Repubblica e non è più “Cerchiobottista”: colpisce soltanto chi non gli piace, come il Governo attuale…

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