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L’alleanza tra civismo e buona politica contro logiche di potere e trasformismo

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Le speranze rivoluzionarie di ieri, la confusione di oggi, il dubbio su ciò che sarà domani. E sullo fondo un interrogativo: esistono ancora la sinistra e la destra? E se esistono, cosa fare del centrodestra? Vasto, vastissimo programma.

Per provare a orientarsi nel cantiere dell’area più disastrata nel campo politico italiano e a “cambiare verso” all’entropia (auto)distruttiva che sembra essersene impossessata, è necessario guardare al fondo delle cose. Perché se è vero che le vecchie ideologie sembrano ormai armamentari da museo, è altrettanto vero che anche l’agire politico più tattico e contingente non può fare a meno di princìpi, prospettive, ideali che continuino a orientarne la rotta. Pena il morire abbarbicati a uno scampolo di potere in una posizione di assoluta subalternità politica e culturale all’avversario di un tempo.

Per evitare questa spaventosa prospettiva, che fare? Innanzi tutto prendere atto che se i princìpi di fondo resistono, i problemi ai quali applicarli si presentano oggi sotto vesti inedite, difficilmente immaginabili soltanto fino a qualche decennio fa. In secondo luogo bisogna tenere ben presente che in Italia, come nel resto d’Europa, il bipolarismo è saltato: gli schieramenti in gara sono diventati almeno tre. Per questo, se non ci si propone come alternativa in grado di contendere l’elettorato mobile, ci si condanna, ancor prima che a una sconfitta certa, a non entrare proprio nella partita.

Da queste due semplici premesse deriva che, scartata l’opzione di una comoda subalternità ai quattro amici al bar di Palazzo Chigi, non resta che esercitarci su ciò che servirebbe per sfidare la nuova sinistra e la sua pretesa di detenere il monopolio del sistema.

Io vedo un duplice problema. Da un lato fare i conti con l’esaurirsi di una lunga, eccezionale stagione scaturita dall’inebriante coincidenza tra la nascita del centrodestra politico e la sua conquista di un’egemonia sul sentimento ancor prima che sul consenso popolare. Dall’altro come riconquistare quel consenso e quel sentimento attraverso il rinnovamento di una proposta politica da realizzarsi applicando princìpi antichi a questioni inedite.

Le sfide poste dal terzo millennio a noi che siamo al tempo stesso inquilini di un pianeta che ha sfondato la soglia dei sette miliardi di abitanti e cittadini di un Paese segnato dall’inverno demografico e crocevia delle rotte di uomini in fuga, non possono essere affrontate con la visuale corta della tattica contingente sganciata da una visione della persona e della società. Impongono anche una capacità di ricatalogazione, un superamento di cliché, stereotipi, rassicuranti automatismi che a lungo hanno consentito alla destra e alla sinistra di sapere, di fronte a un problema, da quale parte collocarsi senza dovere ogni volta sforzarsi di andare al fondo delle cose.

Pensiamo al tema dell’immigrazione, che presenta oggi implicazioni ben più complesse di quelle che hanno fin qui animato il derby tra rigore e accoglienza incondizionata. Pensiamo al tema cruciale e molto “glocal” della sovranità, che oggi ci interpella tanto a livello sovranazionale quanto nel rapporto tra le diverse articolazioni territoriali e istituzionali dello Stato.

Pensiamo alla evoluzione (o involuzione?) del nesso tra libertà e diritti, categorie un tempo complementari che la riedizione antropologica del vecchio perfettismo sociale sta rendendo paradossalmente antagoniste. E ancora, pensiamo alle nuove sfumature assunte dal dibattito su questioni come la giustizia o l’ambiente. Nel primo caso, proprio la progressiva dispersione di sovranità ha reso in qualche modo semplicistica la rappresentazione di uno scontro tra giustizialismo e garantismo, proponendo invece una visione che àncori tanto il garantismo quanto il legalitarismo al primato della legge sulla sua interpretazione creativa. Quanto al tema ambientale, non sarebbe appropriato liquidare il “ribellismo” delle nostre comunità come mero portato di una dicotomia tra ambientalismo e sviluppismo che la globalizzazione ha reso ormai una chiave di lettura inadeguata. Se è vero insomma che sono princìpi antichi a guidare le opzioni politiche, è altrettanto vero che le sfide inedite del nostro tempo non possono essere trattate con le vecchie categorie ideologiche, e nemmeno con “l’ideologia dell’anti-ideologia” che a lungo ha orientato il nostro centrodestra.

Torniamo allora a bomba: che fare? Era forse inevitabile che il combinato disposto tra la fine di un’egemonia quasi ventennale, la necessità di un aggiornamento delle categorie culturali e la conseguente esigenza di un rinnovamento della classe dirigente, determinasse nel centrodestra una fase di diaspora. Meno scontata era l’incapacità degli avversari di approfittarne. Il leader della nuova sinistra avrebbe dovuto unire il Paese attraverso la scrittura di regole comuni e invece ha finito col lacerarlo ancora di più. Si è imposto in nome del rinnovamento e invece governa col vecchio metodo del trasformismo che il cocktail di riforme e legge elettorale rischiano di elevare a sistema.

Ora, è probabilmente vero che l’Italia stia iniziando a riscuotersi dall’incantamento renziano. Ma è altrettanto vero che in un sistema ormai tripolare è impensabile limitarsi ad attendere l’autogol dell’avversario. Per provare a entrare in partita bisogna cambiare, senza per questo buttare a mare tutto ciò che fin qui è stato. Tra la conservazione e la rottamazione c’è una sfida più ambiziosa: la ricostruzione. E questa sfida passa per la disponibilità ad accettare che qualcosa possa aggiungersi e che questo qualcosa possa contaminare e trasformare il vecchio centrodestra in termini di proposta politica e di classe dirigente.

Noi di “Idea” stiamo cercando di contribuire a questo processo sia attraverso l’attività del movimento, sia in vista delle amministrative, come dimostra il lavoro di aggregazione compiuto attorno alla lista Marchini a Roma, alla lista Parisi-Passera a Milano e ad analoghe iniziative in tante altre città d’Italia.

La convinzione di fondo è che dopo il tramonto dei partiti novecenteschi di integrazione sociale, si stia inaugurando la fase calante della parabola dei partiti personali. Il complicarsi dei fenomeni e l’ampliarsi delle sfide sta infatti determinando un nuovo senso comunitario e un bisogno di concretezza al quale solo l’alleanza tra il civismo e la buona politica può aspirare a dare risposte all’altezza. Su quale tipo di comunità possa meglio raccogliere le istanze di un popolo oggi disperso fra forme di rappresentanza conflittuali e frammentarie, il dibattito è certamente aperto. Ed è altrettanto indubbio che una moderna esperienza politica non possa prescindere da una leadership chiaramente identificabile. Ma questo non basta. C’è bisogno di regole e di una comunità di riferimento per rispondere alle solitudini del nostro tempo. Con la fantasia dirompente delle minoranze creative e la vocazione maggioritaria che in un passato affatto remoto ci aveva reso capaci di pensare in grande.

(Tratto da Il Dubbio)

 

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