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L’antipolitica di ieri e di oggi

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Il volume di Domenico Fisichella Crisi della politica e governo dei produttori (Carocci, Roma, 2007) affronta un tema classico nella storia del pensiero politico e al tempo stesso assai presente nel dibattito politico di oggi: si tratta del confronto stabilito  tra democrazia e tecnocrazia, governo di tutti e governo degli esperti, legittimazione dal basso e cooptazione dall’alto, sovranità popolare e guida delle élites. Lasciando perdere le origini antiche, spesso fuorvianti, l’autore rintraccia le origini di questo confronto e scontro nel pensiero politico ottocentesco, e in particolare in due autori: Saint-Simon e Comte. Saint-Simon risulta essere così da questa attenta indagine il primo autore contemporaneo che proponga un governo degli esperti. Ma chi sono gli esperti per Saint-Simon? Sono gli industriali: cioè i produttori, i lavoratori, nei tre settori chiave dell’agricoltura, della manifattura e del commercio. Per Saint-Simon il  governo dei produttori è l’unico adeguato alla sua epoca – che è a suo parere l’epoca industriale che ha fatto seguito all’epoca feudale – e deve prendere il posto del governo dei legisti e dei metafisici: la Rivoluzione francese è stata una rivoluzione borghese, ma ancora a opera di questo ceto sociale al quale deve sostituirsi invece il ceto degli industriali, della classe laboriosa. La proposta di Comte, in continuità e parziale rottura con quella di Saint-Simon, viene seguita puntualmente nella sua parte critica e nella sua sistematica parte ricostruttiva: l’autore pone così sotto i nostri occhi una interpretazione complessiva del pensiero sociale e politico di Comte, dalla filosofia della storia all’idea di un governo della società attuale, fino alla sua concezione della religione necessaria nella società compiutamente positiva.

Questo volume getta solo sguardi in prospettiva sulle ideologie tecnocratiche che hanno fatto seguito a quelle dei due precursori, nella convinzione che sia più importante comprendere il significato della proposta di Saint-Simon e Comte piuttosto che seguire le vicende successive dell’ideologia tecnocratica: mentre l’analisi dei due autori è puntuale, sembra dagli accenni dell’autore che tale ideologia abbia detto sempre una stessa cosa: invece, l’ideologia tecnocratica ha assunto nel corso del tempo e nei vari autori che l’hanno sostenuta significati anche molto diversi. Se è vero che l’opera di chiarificazione del pensiero dei due autori è preziosa, è anche vero però che le riproposizioni lungo tutto il corso del secolo passato dell’ideologia tecnocratica sono interessanti: e il loro contenuto non coincide sempre con la formulazione iniziale dell’ideologia stessa. La competenza che la tecnocrazia postula attinge a professioni e saperi diversi, tanto che gli esperti non sono gli stessi da Saint-Simon fino a noi: da Veblen a Burnham, dagli americani ai francesi, si è trattato volta a volta di ingegneri, economisti, informatici, esperti di organizzazione, capi di azienda, direttori di produzione.

Dove Fisichella invece vede giusto è nell’individuare un nucleo comune a tutta quanta l’ideologia tecnocratica, dall’inizio a oggi: è l’idea della inutilità della politica. In una società industriale la politica non è più necessaria – afferma la tecnocrazia – a governare la società; a far questo serve invece la competenza, che esautora completamente la politica e la rende superflua. Saint-Simon e Comte sono profeti per più versi a parere di Fisichella: perché concepiscono per primi l’ideologia tecnocratica che poi sarà una costante nel panorama delle concezioni sociali e politiche delle società sviluppate; perché intravedono essi stessi i pericoli ai quali va incontro una società guidata dagli esperti (positiva, nella loro terminologia); perché propongono per primi quella antipolitica della quale oggi tanto si parla.

Ma è proprio su quest’ultimo tema che i due autori si rivelano lontani da noi: essi usano “antipolitica” in un significato diverso da quello attuale, seppure anch’esso legato all’ideologia tecnocratica. Oggi, infatti, si osserva un diffuso atteggiamento contrario alla politica a causa della corruzione del ceto politico; allora, invece, si teorizzava la necessità per la società industriale di essere governata da persone competenti: la politica veniva cioè identificata non con la corruzione, ma con l’incompetenza. La tecnocrazia è una ricetta che risponde a entrambe le critiche: il competente, il tecnico, l’esperto, fa quel che è necessario, opera sulle cose (e non sugli uomini) e non ha bisogno della corruzione per mantenersi al potere. L’esperto, inoltre, è competente per definizione. C’è un terzo problema di fronte al quale la tecnocrazia si pone come rimedio: quello della conflittualità sociale, sul quale il volume insiste molto e a ragione, con una serie di interessanti paragoni tra i due positivisti e la teoria sociale e politica di Marx. Da questo punto di vista, mentre la società democratica è agitata da conflitti di classe, il governo degli esperti si propone di ricomporre il corpo sociale in modo armonico attorno a obiettivi generali.

Alla fine l’interesse dell’autore sembra essere diretto più al rapporto fra potere materiale e potere spirituale, allora e oggi, che non al confronto e alla opposizione fra democrazia e tecnocrazia. Il tema della spirituialità nella società positiva viene fatto emergere con pienezza sia in Saint-Simon sia in Comte, in controtendenza rispetto all’interpretazione corrente che vuole l’impianto religioso dei due sistemi positivisti posticcia oppure irrilevante. Questo tema, che tanto sta a cuore a Fisichella in linea con un suo interesse di sempre, viene declinato a partire da e contro i due autori presi in esame: essi infatti da un lato lo propongono all’attenzione, dall’altro indicano proprio in esso i pericoli che la realizzazione della società positiva produrrebbe. In questo modo, il tema della necessità di élites esperte affinché una società sia ben governata lascia il posto al tema della presenza di spiritualità affinché una società non cada preda del materialismo, delle divisioni, della corruzione: tanto che in queste pagine fa la sua comparsa l’evocazione di un esaurimento dell’Occidente.

Il primato dell’economia a cui darebbe luogo una società industriale a cui fosse sottratta la presenza dell’intelligentsia e una viva spiritualità coincide per Fisichella con il rifiuto della politica implicato da ogni ideologia tecnocratica: così, questo testo solo apparentemente lineare e tanto aderente alle convinzioni dell’autore quanto al pensiero degli autori presi in esame, termina con una apologia della politica che vede nella presenza della dimensione politica in una società una condizione essenziale della libertà, e nella auspicata (dalla tecnocrazia) scomparsa della politica l’esposizione della società a un pericolo inedito di oppressione e scontro incontrollato. Scrive Fisichella: “La fine della politica liquida l’arena - conflittuale, competitiva, collaborativa, mediativa, decisionale, coattiva, comunque in ultima istanza istituzionale – ove etica ed economia operano per trovare le forme, certo sempre tendenzialmente mobili, delle loro composizioni, ove altrettanto cercano di fare competenza e volontà, interessi particolari e vocazioni altruistiche, passioni e ragioni.” Se la crisi della democrazia è sotto gli occhi di tutti, non è rifiutando la politica che ne usciremo – sostiene Fisichella: perché “la politica è bivalente: si alimenta di conflitti ma lavora anche per la risoluzione pacifica dei conflitti”.

In tempi di antipolitica come quelli che viviamo non è sempre facile credere alla verità di queste riflessioni, ma è tanto più utile tenerle a mente.

 

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