L’antisemitismo di sinistra è figlio della disinformazione sovietica

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L’antisemitismo di sinistra è figlio della disinformazione sovietica

10 Giugno 2010

La sconfitta sovietica nella Guerra fredda è stata meno assoluta di quanto si creda. L’Impero comunista non esiste più, certo. Ma i germi virulenti che esso ha piantato nel ventre profondo delle società occidentali continuano a crescere e a proliferare, come una maledizione postuma che avvelena la linfa vitale della democrazia. I due sintomi più evidenti della malattia sono l’anti-americanismo, e il parallelo e onnipresente odio preconcetto verso Israele.

Se l’antiamericanismo è però fenomeno alquanto evidente e si può ricondurre in maniera relativamente semplice alla retorica anti-occidentale della Guerra fredda, l’avversione viscerale per Israele che caratterizza la sinistra contemporanea riesce a sfuggire a un simile, automatico collegamento. Ammantato come è di pretesti umanitari e di vezzi intellettuali, l’odio verso Israele acquista presso l’opinione pubblica internazionale una veste di autorità e rispetto che lo rende, se possible, ancora più micidiale del pur letale veleno antiamericano.

Fenomeni come l’antsemitismo millenario della cristianità in un caso, o più banalmente il rancore nutrito di invidia e risentimento verso una superpotenza nell’altro, spiegano i due malanni in parte. Ma solo in parte. Perché la vera fonte della loro contemporaneità politica e sociale affonda le radici in quella che è probailmente stata la più grande vittoria sovietica nella contrapposizione bipolare: la guerra della comunicazione. Un’operazione così di successo, che ancora ammorba e introbidisce la nostra vita democratica, rimestando e rigurgitando incessantemente pregiudizi, falsificazioni e miti negativi – primo fra tutti il “peccato originale” dello Stato d’Israele.

Non è un caso che al giorno d’oggi sia la sinistra a portare più evidenti i segni inconfondibili dell’antisemitismo, un tempo appannaggio dell’estrema destra e oggi rirpoposto sotto il mutato e ingannevole aspetto dell’anti-sionismo. Che si tratti di un fenomeno di massa è facile appurarlo. Basti gettare uno sguardo retrospettivo ai commenti dell’italiano comune alla vicenda della “flottiglia della liberta’”, apposti copiosamente in calce agli articoli sempre faziosi e violentemente anti-israeliani di un giornale come Il Manifesto. Si scorgono, in quelle pagine buie e scioccanti, i temi più classici dell’antisemitismo storico: espressioni simil-bibliche come “il popolo maledetto”; la stolta e crudele equiparazione delle vittime ai carnefici tipica di frasi come “gli ebrei peggio dei nazisti”; o semplicemente la reiterazione di un tema religioso trasformato in politica spicciola, con lo slogan del “peccato originale” dell’esistenza dello Stato di Israele. E via di seguito, in un fiume torbido di rabbia e pregiudizio. Non una sola voce di destra echeggia nel magma ribollente che erutta dalle viscere del paese sulle brutte pagine elettroniche del giornale anti-israeliano per antonomasia. A esprimere il peggio della nostra storia sono, invece, le anime belle d’Italia.

Come ha fatto dunque questo genere di odio antisemita a riversarsi, integro e veemente, dalla retorica filo-nazista a quella di una sinistra che si vorrebbe progressista e illuminata? La risposta giace negli archive impolverati del KGB. A Mosca. Dove per decennia una verità distorta e perversa è stata fabbricata con zelo e caparbietà ed è stata propinata in dosi massicce all’Occidente, attraverso movimenti comunisti, mezzi di disinformazione e un’opinione pubblica sospinta da deali nobili verso le ignobili weltanschaaungen degli agenti segreti del Cremlino. 

“Aktnvnye meropriatia” – misure attive. E’ questa la formula magica dietro cui il Kgb ha operato per decenni con l’intento di destabilizzare i meccanismi più profondi della democrazia: le menti e i cuori, le credenze delle masse. In una parola, l’opinione pubblica. La guerra psicologica sovietica  ha ragiunto livelli di sofisticazione ineguagliati. Cio’ è dovuto alla natura del regime sovietico: l’URSS era costituzionalmente avvantaggiata su questo terreno. Una dittatura monopartitica poteva garantire un assoluto controllo dell’informazione e una propaganda uniforme e martellante, che le mutevoli democrazie occidentali non potevano nemmeno sognarsi. L’apertura delle società occidentali permetteva ai sovietici di diffondere la loro desinformazia senza vincoli e frontiere, mentre l’etere e la società sovietica erano al sicuro da influenze occidentali, dietro la Cortina di Ferro. La Guerra della comunicazione rispondeva inoltre pienamente all’ideologia del comunismo staliniano, per cui lo scontro con l’Occidente era inevitabile e pertanto il significato della parola “pace” era semplicemente l’assenza di azioni belliche, ma non di altre forme di Guerra. Tra queste, la più insidiosa, efficace e longeva è stata appunto la guerra psicologica.

I sovietici sono riusciti a pervertire parole universali come “pace” e “pacifismo”, “libertà” e “imperialismo”.  Facendo leva sui sensi di colpa occidentali per il colonialismo, l’estremismo di destra, il predominio economico e persino la schiavitù, l’Unone Sovietica ha potuto insinuare tra le masse d’Occidente la convinzione che qualunque “debole” sia per forza buono, mentre  l’Occidente, potenza per antonomasia, è sempre e comunque nel torto. L’URSS ha creato il paradosso per cui qualsiasi movimento anti-occidentale è per definizione un movimento di liberazione, non importa se i suoi metodi siano violenti e omicidi e i suoi scopi dittatoriali e repressivi. Infine, il capolavoro sovietico è stato Israele. I sovietici ne anno fatto la summa di ogni menzogna e l’obiettivo di ogni risentimento.

Hanno martellato nell’opinione pubblica l’idea di Israele come longa manus dell’imperialismo, come agente de colonialismo occidentale, come Potenza militare aggressiva e nemica della pace tra i popoli. Il “peccato originale di Israele”, che solo pochi giorni fa l’uomo qualunque italiano vomitava sulle pagine del Manifesto, altro non è che la ripetizione meccanica del mantra sovietico di Israele potenza colonialista, servo degli imperialisti americani, e ontologicamente perverso. Il fatto che il sionismo sia stato in fondo anch’esso un movimento di liberazione nazionale, al pari di ogni altro nazionalismo da cui è scaturito ogni altro paese al mondo, è stato censurato e offuscato dietro una cortina fumogena di disinformazione, propaganda e guerra psicologica. Da qui anche la famigerata equazione sionismo eguale razzismo, e la condanna aprioistica della mera esistenza di uno Stato degli ebrei in Medio Oriente.

Milioni di occidentali sono stati esposti a questo morbo sovietico della disinformazione e della menzogna, e il contagio è diventato un’epidemia. Quei semi avvelentai ancora germogliano nelle nostre società, e il fatto che siano stati raccolti e continuino a essere seminati con zelo quasi religioso da partiti e movimenti comunisti, ex comunisti e in generale dalla sinistra europea, è la riprova dell’efficacia e della pervasività dell’imbroglio sovietico.

La sinistra europea contemporanea è ammalata. E’ ammalata di un morbo fabbricato a Est. Un morbo piu’ letale delle bombe chimiche e nucleari degli arsenali sovietici. Il virus scorre nel suo sangue e ne fa, a distanza di numerosi anni, un cavallo di troia in seno alla democrazia. E’ un virus programmato per attaccare e contagiare le anime sensibili, gli idealisti ingenui che ancora credono che l’URSS fosse il paradiso dei lavoratori e l’unico paladino della pace tra i popoli e della liberazione anti-imperialista. Che ancora vedono negli eserciti d’Occidente l’incarnazione del male, anche quando quei ragazzi sono i compagni di scuola, gli amici e i fratelli degli amici, e quando combattono in periferie remote contro forze che vengono dal Medioevo più oscuro promettendo nichilismo e distruzione. E’ un virus che acceca, privando della capacita’ di distinguere il torto dalla ragione, gli amici dai nemici, la realtà dalle menzogne. 

In questo tragico paradosso, l’Unione Sovietica ha ancora una speranza di postuma rivalsa. Peché se gli occidentali odiano se stessi e perdono la capacità di distinguere chi è simile a loro e chi è a loro antitetico, la democrazia è spacciata. Gli eserciti, allora, diventano impotenti, e la tecnologia non può rimediare alla mente che vacilla e all’anima che si perde. I sovietici lo sapevano bene. E le loro “misure attive” rappresentano già il più temible arsenale del nuovo blocco che sfida l’Occidente – da Hamas a Hezbollah, dagli Ayatollah ai Talebani. Uniti scientemente nell’odio anti-israeliano, come questa sinistra febbricitante, e inconsapevole.