Home News L’apertura degli Usa alla Birmania non fa dormire sonni tranquilli alla Cina

Gli appetiti delle due potenze nel Sud-Est asiatico

L’apertura degli Usa alla Birmania non fa dormire sonni tranquilli alla Cina

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“Vai avanti, vai avanti, quello che possiedi loro non possono rubartelo”: è l’incoraggiamento che Bono degli U2 rivolge, ogni volta che canta Walk on,  ad Aung San Suu Kyi. In effetti, alla storica leader dell’opposizione al regime militare birmano, Premio Nobel per la Pace nel 1991, nessuno è stato in grado di sottrarre la sua insolubile tenacia di lottare per i diritti del proprio popolo. Arresti domiciliari e varie forme di limitazione della libertà personale hanno segnato la sua vita umana e politica fin dal 1989, a meno di un anno dalla fondazione della Lega Nazionale per la Democrazia. Con questo partito, Aung San Suu Kyi vinse le elezioni del 1990, ma un colpo di Stato da parte dei militari annullò di fatto il risultato delle votazioni, privando l'allora 45enne leader birmana del legittimo incarico di Primo Ministro.

Da quel momento, il regime militare ha cercato più volte di rendere complicata la permanenza di Aung San Suu Kyi in Birmania, fino ad arrivare alle elezioni del novembre 2010 – le prime dopo il golpe del 1990 – in cui al Nobel per la Pace fu vietato di candidarsi, in quanto condannata e sposata in passato con uno straniero (il britannico Michael Aris). Aung San Suu Kyi sostenne il boicottaggio delle elezioni – in cui la giunta militare ha riconfermato una maggioranza tanto schiacciante quanto, per mlti, farsesca – per poi essere definitivamente liberata, ormai fuorigioco, il 13 novembre 2010. A un anno di distanza, la leader dell'opposizione non-violenta ha dichiarato di volersi presentare, insieme alla Lega Nazionale, alle prossime elezioni suppletive. Nel frattempo,  saluta con legittima prudenza il cambio di passo da parte del regime, orientato a concedere necessarie riforme alla propria popolazione, e riceve con onore l'abbraccio solidale del Segretario di Stato americano Hillary Clinton. Il capo della diplomazia statunitense, infatti, ha effettuato una visita di tre giorni – dal 30 novembre al 2 dicembre – in Birmania, per manifestare la soddisfazione degli Usa nei confronti delle aperture democratiche da parte del regime militare. "Spero che la visita del Segretario di Stato Clinton segni l'inizio di un rapporto migliore e che si arrivi a una sorta di intesa che favorisca il cammino delle riforme", è l'augurio espresso da Aung San Suu Kyi.

La Clinton, però, non si è limitata a rendere omaggio al Nobel per la Pace: a Naypyidaw – la nuova capitale birmana – ha incontrato il presidente dello Stato asiatico, Thein Sein, cui ha rivolto le felicitazioni degli Stati Uniti per l'atteggiamento più distensivo assunto dal governo locale. La visita di Hillary Clinton in Birmania può essere considerata in questo senso un evento storico, dato che fin dal 1962 – anno in cui i militari presero il potere in Birmania – nessun Segretario di Stato americano si era più recato in visita ufficiale nello Stato asiatico. Questo perché, dietro al destino prossimo della Birmania, si stanno sviluppando evidenti strategie geopolitiche a lungo raggio che coinvolgono gli Stati Uniti, la Cina e le rispettive aree d'influenza nel Sud-Est asiatico. 

L'arrivo della Clinton in Birmania va infatti valutato tanto come un gesto d'apprezzamento per l'apertura alle riforme da parte del governo locale quanto, in primo luogo, come volontà di lasciare impresse le stelle e strisce sul processo di democratizzazione del Paese asiatico. Sono le stesse dichiarazioni della Clinton a far apparire esplicita la doppia finalità della sua visita in Myanmar: “Sono qui perché il presidente Obama e io siamo incoraggiati dalle misure che avete adottato per il vostro popolo”, sono state le congratulazioni che il capo della diplomazia americana ha rivolto al presidente burmano, per poi annunciare, in conferenza stampa, che gli Usa garantiranno 1,2 milioni di dollari per finanziare il processo di riforma in corso. Gli aiuti, in particolare, andranno a sostegno della società civile, delle attività di microcredito, del servizio sanitario nazionale e delle vittime delle mine antiuomo. Insomma, quanto basta per far capire al governo insediatosi lo scorso marzo che la strada intrapresa è quella giusta e, allo stesso tempo, creare più di un prurito a Pechino. Se è vero, infatti, che gli Stati Uniti e la Cina negli ultimi anni hanno incrementato notevolmente gli incontri di vertice e rafforzato gli scambi, è altrettanto chiaro che il contesto asiatico sud-orientale è potenzialmente troppo appetibile – sia dal punto di vista geopolitico che dal punto di vista commerciale – da poter permettere che finisca “in mano rivale” senza colpo ferire.

È utile sottolineare che, prima delle ultime elezioni, la scelta dei Paesi occidentali, in primo luogo degli Usa, nei confronti della Birmania è stata quella di usare più il “bastone” delle sanzioni che la “carota” dei finanziamenti per le riforme. Una presa di posizione legittima, che d'altro canto ha inevitabilmente spinto il regime birmano verso l'ala protettrice cinese. Con l'amministrazione Obama, però, il continente asiatico è ritornato nel novero delle aree sensibili per Washington. Stavolta accantonando l'hard power che portò alla catastrofica esperienza vietnamita dello scorso secolo, per ricorre a una più strutturata strategia di soft power. La Birmania, in questo senso, è un Paese dall'elevato profilo strategico, a cominciare dalla posizione geografica, che la pone tra Cina e India, fino ad arrivare alla ricchezza di risorse naturali. Pechino, per fare un esempio, sta lavorando su due oleodotti (uno per il petrolio, l'altro per il gas naturale), che colleghino i giacimenti presenti nell'Oceano Indiano alla regione dello Yunnan, confinante proprio con la Birmania. Oltretutto – come sottolinea il portale di geopolitica Stratfor – non vanno sottovalutate le relazioni che il governo birmano intrattiene con un altro regime militare, quello nordcoreano, soprattutto per quanto riguarda la cooperazione in campo balistico e nucleare; un motivo ulteriore che spinge la diplomazia statunitense a voler piantare la bandiera di partner strategico in quel di Naypyidaw. Un intento facilitato dal fatto che la Birmania è membro dell'ASEAN – Associazione delle Nazioni del Sud-Est asiatico –, raggruppamento politico-economico su cui gli Usa hanno da tempo incominciato a lavorare come interlocutori e che, come previsto, nel 2014 sarà presieduto proprio dallo Stato birmano, come "premio" delle riforme attuate.

Da parte sua, la Birmania è consapevole che il ruolo di ago della bilancia, di bella contesa tra i due pretendenti porta con sé tanto oneri quanto onori. L'intento dell'attuale esecutivo birmano è quello di sganciarsi dalla Cina quel tanto che gli permetterebbe d'intrattenere rapporti stabili con gli Stati Uniti – e in misura minore con gli altri Paesi occidentali –, senza però che questo le possa precludere il mantenimento dei rapporti con il dirimpettaio cinese. Non è un caso, pertanto, che il Ministro della Difesa birmano, il Gen. Min Aung Hlaing, sia volato a Pechino appena due giorni prima dell'arrivo della Clinton a Naypyidaw, per siglare un accordo di cooperazione difensiva. Per l'occasione, il vicepresidente cinese Xi Jingping non ha mancato di affermare che “la Cina ha intenzione di rafforzare ancora di più la collaborazione strategica e la cooperazione tra i due Paesi”. Altrettanto poco fortuita è la circostanza per cui giovedì scorso il governo cinese ha invocato l'interruzione delle sanzioni al regime birmano. Che si stia scatenando un'asta tra le due attuali superpotenze mondiali per accaparrarsi i favori dello Stato birmano? I finanziamenti promessi dagli Stati Uniti, da una parte, e la richiesta della Cina di cessazione integrale delle sanzioni, dall'altra, portano in questa direzione.

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