L’Apocalypto del Pd: cercare un nuovo inizio

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L’Apocalypto del Pd: cercare un nuovo inizio

17 Febbraio 2009

Giorgio Gaber diceva che “qualcuno era comunista perché Berlinguer era una brava persona”. Mi viene in mente questa frase mentre leggo sulle agenzie la notizia delle dimissioni di Walter Veltroni dalla segreteria del Partito Democratico dopo il tracollo in Sardegna. Punto e a capo.

Avanti il prossimo. Ma in questo momento drammatico per la sinistra italiana è giunto il momento di voltarsi per un attimo indietro. E arriviamo con lo sguardo alla figura di Enrico Berlinguer, ultimo capo carismatico del Pci, un uomo pieno di contraddizioni ma capace di visione, attento ai problemi della società italiana e di quella che un tempo si chiamava “classe operaia”.

L’anagrafe personale non mi conduce naturalmente a scrivere con il tono di chi invoca ah, les beaux temps perdus, a rimpiangere i bei tempi andati, ma gli eventi di queste ore accompagnano chiunque si sforzi di fare analisi politica a un confronto con la storia.

L’Italia negli anni di Berlinguer era un Paese in bilico, sul bivio della deindustrializzazione e alle prese con il terrorismo. L’anno del destino per il Pci, il 1978, vide il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro e la fine del sogno del compromesso storico. Il partito era di fronte a un passaggio epocale e la morte di Berlinguer (il suo successore alla segreteria fu Alessandro Natta…) fu una perdita di missione e di senso.

E’ un flashback che ci obbliga a guardare le sfide irrimediabilmente perse di oggi e le mosse future dei dirigenti con occhi davvero meno indulgenti di quanto si faccia in queste ore. Perché il buco nero delle elezioni regionali sarde sta divorando quel poco che è rimasto della memoria di quel partito, un’organizzazione che aveva una consumata esperienza della nobile praticaccia della politica e riusciva a esprimere correnti culturali e politiche diverse. 

Il leader carismatico. Abbiamo preso le mosse da Berlinguer, un capo carismatico, non a caso. Perché la crisi profonda in cui si dibatte il Pd non è solo di programmi e visione della società italiana ma anche e soprattutto di leadership. E’ la punta dell’iceberg, la parte visibile di un enorme blocco di ghiaccio alla deriva che trascinato e sbattuto dalle correnti si sta sciogliendo.

Il capo carismatico – ieri e oggi – è necessario alla vita di un partito politico, la sua assenza produce effetti nefasti sulla sua linea, sulla sua azione nella società civile e nelle istituzioni. Senza una guida salda, autorevole, conosciuta e ri-conosciuta un partito presto o tardi si ritrova in balìa di un destino che si siede al tavolo della politica e assume le sembianze di un giocatore cinico ma non baro.  E’ fin dai tempi di Natta che il Pci prima, il Pds dopo, i Ds ieri e il Pd oggi sono in cerca d’autore. Quel vuoto non è mai stato colmato davvero: Natta divenne la vittima della satira feroce di Tango, Achille Occhetto dopo il crollo del Muro fu l’uomo dei buchi nelle bandiere, Massimo D’Alema, Piero Fassino e Walter Veltroni, sono passati dal ruolo di giovani della “svolta” del 1989 a grigi esecutori testamentari di un partito che (forse) ha ancora un’eredità ma si ritrova senza eredi degni di tal nome.

L’illusione sarda. Il voto nell’Isola è un capitolo ad alta tensione (e illusione) di questa affannosa ricerca del capo, del leader carismatico. A un certo punto si è pensato che il tycoon sardo potesse essere la carta che la Storia ti offre per tornare a giocare sul tavolo verde. Evaporato Walter Veltroni già subito dopo il discorso del Lingotto, emerso il fiume carsico dell’inconciliabilità dell’anima non laica ma laicista con quella cattolica, sconfitto alle elezioni politiche del 13/14 aprile 2008, inseguito dal trattore di Montenero di Bisaccia, senza più sponda alla sua sinistra, massacrato dalle inchieste giudiziarie a macchia di leopardo, battuto in Abruzzo e senza una linea politica chiara in Parlamento, il Pd ha sperato e quasi invocato il salvatore di Sanluri. Se Soru avesse battuto Silvio Berlusconi, avremmo scritto un’altra storia, ma la realtà titanica delle urne ha riportato tutti sulla terra. La svolta dell’abito di velluto e del pugno di ferro non c’è stata, il nuraghe inespugnabile un’illusione ottica, la retorica contro “Berlusconi l’invasore” un inganno. Dirigenti maturi e navigati, uomini liberi e liberati dal pregiudizio avrebbero dovuto e potuto capire che nell’urna sarda sarebbero rimaste solo ceneri di quel sogno carnevalesco. Sono stati ancora una volta traditi dalla supposta superiorità antropologica della sinistra, riveduta e corretta nell’illogica speranza dell’avvento di una nuova era, dominata dalla tecno-archeologia politica dell’Homo Sorus. Ma una (s)elezione darwiniana praticata da Silvio Berlusconi ha estinto la specie prima che assumesse la posizione eretta.

Il logos e il linguaggio. Questa rovina fumante è frutto del vuoto pneumatico della politica, ma il ceto degli intellettuali (dis)organici ha gravi responsabilità. Il logos e il linguaggio della sinistra italiana in questi anni non solo non si sono rinnovati, ma hanno subito un’involuzione. I giornali, le televisioni, le case editrici, le università, la grande industria culturale che furono il motore del comunismo e delle idee dei progressisti sono rimasti con lo sguardo fisso su un tempo remoto. Quali strumenti hanno fornito per capire la società italiana? Quali analisi del fenomeno profondo del berlusconismo (preesistente a Berlusconi) hanno dato ai partiti in cerca di nuovi materiali di conoscenza? In quale magazzino cercare le idee per il lancio del nuovo partito? Qual è l’indirizzo della fucina culturale dove trovare menti fresche e relazioni aperte? Un rosario infinito di domande senza risposta s’apre in queste ore. Un partito non può arrendersi al caos, deve governarlo e trarne linfa vitale. Ma non è con questa classe dirigente che potrà venirne fuori. Non è con l’establishment degli intellettuali affetti dal politicamente corretto che potrà riprendere la sua marcia verso la realtà.

C’è un film a me molto caro, Apocalypto, che offre una chiave utile al Pd per entrare in un nuovo mondo. Il racconto s’apre con una frase illuminante: “Una grande civiltà viene conquistata dall’esterno solo quando si è distrutta dall’interno”. E si chiude con il protagonista che trova la salvezza per sé e per la famiglia abbandonando ogni tentazione di trovare sicurezza nel passato, ma anche evitando di buttarsi alla cieca in avanti, là dove lo aspettano i bastimenti dei conquistadores: “E’ meglio che andiamo nella foresta a cercare un nuovo inizio”.

E’ quello che dovrà fare il Pd, cercare un nuovo inizio.

Mario Sechi è il Vicedirettore di "Panorama"