L’archivio Genchi: una minaccia per la sicurezza e per la privacy

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L’archivio Genchi: una minaccia per la sicurezza e per la privacy

13 Febbraio 2009

“L’imperio delle giurisdizione”: questo è il ritornello che da 40 anni sale in continuazione alla bocca dei magistrati e dei loro fiancheggiatori (a volte sostituito dal “rispetto”, oppure dal “comando”) per spiegare che siccome è scritto che devono rispettare la legge e soprattutto la pari dignità tra diritti dell’accusa e diritti della difesa, per ciò stesso, loro lo fanno. Questa fola è ormai tanto radicata, che se solo uno avanza il sospetto che il fatto che così sia scritto nella legge non sia affatto sufficiente a garantire che sia rispettato, subito viene colto da fulmini e saette, condannato come eversore e di lì a poco si trova un Oscar Luigi Scalfaro (sommo sacerdote della setta dei magistrati militanti) che dice scempiaggini in piazza, Veltroni plaudente.

Bene, ora però qualcuno ci spieghi dove cavolo è andato a finire il semplice rispetto della giurisdizione nel caso Genchi. Qualcuno spieghi al paese come sia stato possibile che una torma di magistrati che della giurisdizione semplicemente se ne fanno un baffo, abbia permesso che un poliziotto in aspettativa sindacale accumulasse nelle sue mani il potere immenso datogli dal controllo di milioni di dati telefonici di cittadini italiani. Ieri, il Copasir, presieduto in modo eccellente da Francesco Rutelli, ha inviato ai presidenti delle Camere una relazione esplosiva sul mega-contenitore di tabulati telefonici Gioacchino Genchi: “Esiste un archivio informatico imponente che non è stato distrutto e che riguarda un grande numero di cittadini italiani che non sono mai stati indagati.  L’acquisizione di dati che riguardano centinaia di migliaia di cittadini, il tracciamento per 20 mesi degli spostamenti del Capo dei servizi segreti italiani, l’ottenimento dei tabulati del capo della investigazione contro la mafia (all’insaputa dello stesso Pubblico Ministero che conduceva le indagini) sono alcuni tra i principali elementi dirompenti che abbiamo accertato e che meritano una riflessione molto severa. La relazione che abbiamo trasmesso contiene analisi di lacune e criticità che hanno comportato rischi per l’efficienza dei servizi segreti, e proposte che il Parlamento potrà esaminare al fine di risolverle”.

 Dunque, l’attività di Genchi non solo ha violato il diritti di migliaia di cittadini mai inquisiti, ma ha addirittura messo in discussione sul piano internazionale, la “credibilità” dei nostri servizi segreti, con danni inimmaginabili.

Il problema, però, non è affatto Genchi (che peraltro sostiene di avere “sempre eseguito degli ordini di magistrati”), ma di un comportamento irresponsabile, al limite del collusivo, di decine e decine di magistrati di Palermo (città in cui preferibilmente Genchi operava) e di altre sedi che gli hanno permesso di accumulare per un decennio questo intollerabile “archivio".

Il problema è che questo vero e proprio attentato alla democrazia, non è stato scoperto da nessun magistrato, ma è emerso solo perché l’ultimo committente di Genchi, il Pm De Magistris, ha agito con tale mala accortezza, con tale disprezzo del diritto, con tale spregio della giurisdizione, che persino il Csm se ne è dovuto occupare e ha dovuto sanzionarlo, interrompendo così la “copertura” di cui Genchi ha sempre goduto. Il magistrato che ha sostituito de Magistris, infatti, si è trovato tra le mani questa bomba esplosiva, di cui nulla sapeva e l’ha subito fatto deflagrare, tramite Copasir.

Dunque, per dieci anni la “giurisdizione” è stata beffata da una lunga sfilza di magistrati, che hanno permesso che un poliziotto in aspettativa violasse i diritti di migliaia di cittadini italiani e mettesse sotto controllo utenze del Csm, della dirigenza della Polizia, del direttore del Sismi (il generale Pollari), di parlamentari e alte cariche dello stato.

Qui, in questo meccanismo, in questo insulto collettivo alla giurisdizione ad opera di molti magistrati (non solo di De Magistris) è il vulnus alla democrazia, non in Genchi, che però verrà ora probabilmente chiamato a pagare lo scotto da solo, per responsabilità non sue, mentre i magistrati che hanno permesso che questo monstrum si creasse, continueranno indisturbati a pontificare, a indagare a intercettare. Nel nome della giurisdizione, naturalmente.