L’asse Sarkozy-Berlusconi sarà il motore della nuova UE
20 Giugno 2008
Un Consiglio europeo fiacco e monotono quello del dopo «no» di Dublino? Forse solo in apparenza. In realtà dalla riunione dei Capi di Stato e di governo di fine semestre sloveno sono uscite alcune interessanti indicazioni per fare luce sulla situazione che sta attraversando l’Ue e per poter tratteggiare alcuni scenari possibili per i mesi a venire.
Fino ad ottobre l’Irlanda avrà tempo per rielaborare il voto negativo del 12 giugno, al vertice di metà semestre francese si farà poi il punto sulle possibili vie d’uscita. Al momento il processo prosegue, con le ratifiche dei sette Paesi mancanti. Il caso ceco è quello più delicato, per l’antieuropeismo conclamato del Presidente Klaus e perché il Trattato di Lisbona è al vaglio della Corte costituzionale che potrebbe avanzare dubbi sulla sua compatibilità con
Siamo di fronte alla fine di quella che «Le Figaro» chiama l’«ossessione istituzionale»? L’Europa e i suoi leader sono pronti ad impegnarsi affinché l’Ue possa svolgere un ruolo politico all’altezza delle sue potenzialità economiche e demografiche? In realtà il nesso istituzioni-politica è molto più stretto di quello che talvolta si vuole ammettere (solo con buone istituzioni l’Unione riuscirà davvero a darsi linee di politica economica armonizzate, una credibile politica estera e un’efficiente politica di difesa). Il momento è però quello del volontarismo politico e dell’esercizio della leadership. E da questo punto di vista sono giunte da Bruxelles alcune interessanti notizie.
Innanzitutto all’appello ha risposto presente Angela Merkel, sgomberando il campo da un progetto, in realtà dai contorni come al solito indefiniti, che fa capolino ogni volta che l’Ue si trova ad affrontare una fase di crisi, quello cioè delle «avanguardie europee». Un «no» secco e deciso a qualsiasi ipotesi di Europa a più velocità è stato ribadito dalla Merkel, in particolare rivolgendosi al lussemburghese Juncker. L’Ue funziona già con differenti velocità (basti pensare al cerchio più ristretto dell’area euro o a quello addirittura più largo dell’area di Schengen), non si comprende l’utilità di un continuo richiamo a supposte avanguardie disposte ad avanzare solitarie nel percorso di integrazione. Quali sarebbero oggi i leader politici europei disposti a proporre alle proprie opinioni pubbliche soluzioni di questo genere? La fumosa Europa dei «cerchi concentrici» probabilmente si tramuterebbe nel colpo di grazia finale per l’edificio comunitario.
Il secondo aspetto positivo riguarda il Presidente Sarkozy, che si è mostrato motivato a vincere la scommessa del suo semestre di presidenza, considerato da molti oramai affossato dopo il «no» di Dublino. In fin dei conti il «no» irlandese conferma quanto fossero fondati gli avvertimenti lanciati da Parigi: un’Europa che non cerca di incidere sulla quotidianità dei suoi cittadini finisce per vedersi voltare le spalle proprio dai suoi popoli. Concretamente questo significa guardare alle istituzioni e ricordare che l’Irlanda avrà a disposizione una pausa di riflessione, ma non infinita e, dato ancora più decisivo, nessun nuovo negoziato potrà essere avviato sul Trattato di Lisbona. Il limite per portare a termine le 27 ratifiche resta quello delle elezioni europee di giugno 2009. Ancora più importante la seconda considerazione di Sarkozy: niente Trattato di Lisbona, niente nuovi allargamenti. A farne le spese nell’immediato sarebbe
Terzo dato decisivo dal vertice di Bruxelles: emerge una sorta di asse franco-italiano, da mettere alla prova, ma che al momento è un’assoluta novità nel panorama continentale. La coppia Sarkozy-Berlusconi, pur nelle rispettive specificità, ha più volte mostrato visioni comuni, soprattutto sui dossier di politica internazionale, basti pensare all’approccio filo-atlantico. La vera novità è che questo «asse in potenza» sembra trovare una nuova sintonia anche sui temi dell’Europa. Il Presidente del Consiglio italiano, pur utilizzando espressioni colorite come quella del «drizzone» da imporre al cammino europeo, e non risparmiando critiche all’euro-burocrazia, ha mostrato una netta discontinuità rispetto alle sue precedenti esperienze di governo. Il diritto di critica a Bruxelles non mette questa volta in discussione il saldo europeismo italiano. Al contrario, annunciando la ratifica del Trattato di Lisbona entro la pausa estiva (con il Presidente della Camera Fini che addirittura auspica un voto all’unanimità, abbastanza probabile avendo la sinistra radicale perso la sua rappresentanza parlamentare), può partire un percorso di protagonismo europeo, peraltro sfruttando alcuni spazi offerti dalla particolare congiuntura politica del Vecchio Continente. Basti pensare alla debolezza a livello di politica internazionale del rieletto Zapatero, alla fase di appannamento della leadership di Gordon Brown e all’imminente avvio della fase elettorale di Angela Merkel (ancor più complicata da gestire nel contesto della Grande Coalizione).
A questo punto le parole d’ordine di Parigi e Roma sono le medesime: costruire l’Europa diversamente, sdrammatizzare il «no» irlandese ma impegnarsi nel colmare il suo deficit democratico, che oggi deve essere declinato soprattutto come deficit di efficienza e che si estrinseca nell’incapacità comunitaria di affrontare le emergenze del caro petrolio o dell’aumento eccessivo dei prezzi dei beni di consumo.
L’idea di «politicizzare» l’Europa già dai prossimi appuntamenti potrebbe concretamente essere presa in considerazione. Interessante appare la proposta del Direttore della Fondation Robert Schuman: perché non coinvolgere le opinioni pubbliche nella scelta di un leader unico in grado di guidare tutte le liste nazionali di ogni partito europeo alle elezioni di giugno 2009 o proporre un referendum consultivo a livello di Unione tra i differenti candidati alla carica di Presidente dell’Ue?
Al momento proteggere e rassicurare sono le parole chiave di questa grave fase di crisi politico-economica. Contemporaneamente a Berlusconi e Sarkozy è richiesto anche un lavoro sul medio-lungo periodo, una vera e propria operazione di pedagogia politica tesa a mostrare che ogni singolo passaggio o modifica istituzionale ha decisive ricadute politiche sul futuro dell’Unione. Le istituzioni sono spesso scatole vuote se politici illuminati non le riempiono di significato. Mentre l’Ue ha bisogno di attivismo politico, Sarkozy e Berlusconi hanno bisogno di dare una prospettiva di ampio respiro ai loro rispettivi progetti di riforma della Francia e dell’Italia. La coincidenza degli intenti potrebbe aprire scenari interessanti per il rilancio europeo.
