Le “eresie” di Vendola su “La persona, il popolo e la libertà”

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Le “eresie” di Vendola su “La persona, il popolo e la libertà”

Le “eresie” di Vendola su “La persona, il popolo e la libertà”

27 Giugno 2010

È stato presentato il 21 giugno scorso al teatro Petruzzelli di Bari il libro del Senatore Gaetano Quagliariello “La persona, il popolo e la libertà”, edito da Cantagalli. L’evento, realizzato grazie al lavoro della associazione Magna Carta Puglia in collaborazione con la Fondazione Magna Carta, ha riscosso un successo per alcuni inaspettato, snobbato dai “politici” pugliesi vicini al Popolo delle libertà, al contrario è stato apprezzato ampiamente dagli ambienti accademici e professionali. Ospite d’eccezione il Presidente della Regione Puglia Nichi Vendola, a moderare l’incontro il Magnifico Rettore dell’Università di Bari Prof. Corrado Petrocelli.

A pochi giorni da questo evento che secondo i più sarà il punto di partenza per la riscoperta di un modo di fare politica che ormai si credeva smarrito, abbiamo incontrato Don Nicola Bux Professore di liturgia Orientale e Teologia dei Sacramenti della Facoltà Teologica Pugliese, intervenuto alla presentazione, per raccogliere le prime impressioni sull’incontro.

Professore penso sia importante partire dalla citazione che il Presidente della Regione Puglia Nichi Vendola ha fatto in conclusione del confronto sul libro del senatore Quagliariello riportando una frase di Giovanni Paolo II «non abbiate paura». Lei cosa pensa a riguardo?

Il Presidente della Regione è molto abile ad utilizzare le parole. In questo caso infatti si è solo limitato a prendere la “parte” della frase che poteva essere utilizzata in maniera più favorevole al pensiero che lui sposa. Il Papa infatti disse: «non abbiate paura di aprire le porte a Cristo, i confini degli stati alla sua salvatrice potestà..».
Proprio in questo modo di fare si rivela quella “religione civile dell’autodeterminazione” a cui l’autore del libro ha opposto quella della libertà come responsabilità e limite.

Ma da dove viene la “responsabilità”? Qual è il suo fondamento?

A questa domanda risponderò, cercando di parafrasare al meglio quanto scritto nel libro dal Senatore. Il fondamento, per l’autore, è il “timore di Dio” mentre per il Presidente della Regione Puglia è il “pensiero di Dio”.

Qual è la differenza?

Il primo secondo la Bibbia è initium sapientiæ, cioè principio di saggezza, il secondo è l’inizio di idolatria, cioè proiezione su di lui dell’immagine che ci siamo costruiti.
Ed allora risulta chiaro su quale dei due conviene fondare la vita; e cioè sull’oggettività di un Essere che viene prima di me, e non sulla soggettività di un’immagine che di lui mi sono costruito.

Proseguendo nella discussione il Presidente della regione Puglia ha affermato che  “la tradizione non esiste, ma è una invenzione del presente per legittimarsi” quasi richiamando a supporto di ciò la teoria di Sant’Agostino sui tre stadi del tempo. Lei è d’accordo su tale affermazione?

Anche in questa occasione devo deluderla, probabilmente deluderò anche qualche lettore, in quanto il significato delle parole è stato sovvertito. Il grande Dottore parla di tempo come distensio animi (Confessioni, Libro IX, cap. X, 26), per cui anche il passato come il futuro non vengono “inventati”. Proprio il termine “tradizione” dal latino tradere, sta ad indicare il movimento di trasmissione di un patrimonio fino a me, fino ad oggi. Non lo si può creare dal nulla. Del resto il verbo “inventare” significa “ritrovare”.
Come ho avuto modo di sottolineare già varie volte: «La contemporaneità è possedere nella presenzialità della coscienza il ritmo della memoria che è la coscienza potenzialmente viva dell’uomo. Quando si perde la memoria per shock traumatico l’uomo non capisce chi è e cosa è successo un minuto prima e quindi non può capire cosa potrà succedere poi» (Il Signore dei misteri, Cantagalli, Siena 2005, p. 75). La tradizione dunque alimenta la memoria, altrimenti l’uomo non può “inventare”, ritrovare nulla del passato e quindi del futuro.
Inoltre l’affermazione del Governatore risulta essere un segno della rottura tra la tradizione ed il presente, che è causata dal fatto che il concetto di verità è ormai relativizzato; come ha richiamato recentemente Benedetto XVI nel suo viaggio apostolico in Portogallo. Mi è sembrato infatti che il Presidente della Regione abbia affermato che la verità non esiste, ma che ognuno abbia la sua verità.

Inoltre, affrontando il tema delle radici cristiane dell’Europa il Presidente Vendola ha sostenuto che “Dio si smarrisce quando si smarrisce il filo rosso che tiene unita la comunità…per questo l’Europa si è smarrita, la tradizione non serve…”. Qual è il fondamento, secondo lei, alla base di tale affermazione?

Anche da questa affermazione si vede che Dio è il prodotto della comunità, non viene prima di essa. Ma «Dove il gruppo celebra se stesso, celebra in realtà un nulla, perché il gruppo non è motivo per celebrare» (J. Ratzinger, Cantate al Signore un canto nuovo. Saggi di cristologia e liturgia, tr. It., Jaca Book, Milano 2005, p. 143). Conseguentemente si può comprendere perché nella Regione Puglia si è discusso il “codice etico”: se dalla tenuta delle Comunità dipende Dio, altrettanto si suppone che ne dipenda il comportamento etico dei singoli; proprio la religione e anche l’etica dell’autodeterminazione stigmatizzata nel libro del Senatore.

Il Governatore Vendola ha poi invocato la cittadinanza universale sull’esempio di Roma e Atene riprendendo il pensiero rousseauiano. Anche se lo sforzo risulta ammirevole, non crede che possa rivelarsi in fin dei conti ennesimo fumo negli occhi ?

Se la cittadinanza diventasse universale – parafrasi utopica fondata sul presupposto rousseauiano che ogni uomo è altrettanto buono – le frontiere dovrebbero essere abolite. Purtroppo c’è un piccolo particolare che le tiene in piedi: la differenza dell’altro, scaturita dal peccato originale, cioè dal fatto che l’uomo non nasce naturaliter bonus ma inclinato al male. La cittadinanza sarà universale quando la agostiniana “città di Dio” coinciderà con quella degli uomini. Ma allora sarà la fine di un mondo e l’inizio di uno nuovo. Questo si dipende dall’accettazione “dell’universalismo della Croce”, citato ad effetto dal Presidente della Regione.

Allora veniamo al ruolo che deve ricoprire la religione. Questa deve avere un ruolo pubblico? In altri termini, la Chiesa deve entrare nello spazio pubblico?

Preliminarmente occorre sottolineare come, alla base di tutto questo, vi è la fede che “dipende da un incontro” – come ha ricordato il presidente onorario della Fondazione Magna Carta – ed è individuale. “Ma la religione deve avere un ruolo pubblico, la Chiesa deve entrare nello spazio pubblico”. Su questo punto mi permetto di evidenziare la marcata differenza tra l’intimismo espresso dal Governatore che considera la fede come l’esito del dubbio sistematico e l’affermazione del Senatore che la nostra identità cristiana europea, ma ancor prima greca e giudaica, non va nascosta, vuoi per realismo storico, vuoi per amore di sé, onde non essere sopraffatti: lo attestano i milioni di martiri cristiani del secolo XX. Solo così si può sfidare la modernizzazione. E qui l’invito rivolto, potremmo dire, agli inizi, del terzo millennio e contenuto  in una lettera dell’allora Card. Ratzinger al Presidente Pera, a formare “minoranze creative”: appello “pascaliano” rilanciato da Subiaco a poche settimane dalla sua elezione al soglio pontificio, rivolto a laici e credenti, a mettere a disposizione di tutti il patrimonio culturale ed a vivere “come se Dio esistesse”.
Dinanzi alla modernità l’autore del libro ritiene adeguata la risposta cattolica approntata sin dall’apparire dell’illuminismo e perfezionata col Concilio Vaticano II: vivere con la propria identità è l’unico modo per affrontare la sfida, valorizzare gli input positivi e respingere le influenze negative. Questa e la vera laicità.
La risposta dei cristiani ortodossi, puntando sulla tradizione tout court, ha finito per imbalsamarla e mettere sulla difensiva l’ortodossia stessa. Invece, la risposta protestante, ripiegata sull’intimismo pessimista della fede, ha finito per frantumare lo stesso protestantesimo in mille rivoli, quasi una chiesa per ognuno. E Il Presidente della giunta regionale appare molto influenzato da tale posizione che, è noto, ha preso i tratti dei cattolici comunisti, in barba al principio di non contraddizione.

In conclusione il Presidente Vendola ha affermato che occorre prendere le distanze “dal cattolicesimo come conformismo sociale”. Come occorre leggere secondo Lei tale affermazione?

La chiave di lettura di quanto affermato dal Presidente della Regione può facilmente essere individuata nella risposta che ha dato Quagliariello durante il dibattito. La Sinistra è passata dall’utopia della società perfetta all’anarchia dell’individualismo dei piaceri rivendicati come diritti. Pertanto penso sia opportuno meditare sulla propria identità in quanto se si perde quest’ultima si finisce per conformarsi alla moda corrente. Allora l’esortazione rivolta da Paolo ai fedeli della comunità di Colossi: «Se dunque siete risorti con Cristo cercate le cose di Lassù non quelle della terra» (Col 3,1), si traduce per i cristiani di ogni tempo e di ogni luogo nel dovere di “essere nel mondo, ma non del mondo”.