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Le leggi elettorali “passano”, una nuova forma di governo resta

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La storia di leggi elettorali fortemente distorsive dell'esito elettorale trova forse in Italia il suo background più radicato. In pochi sanno che l'alternanza irrazionale e motivata da ragioni esclusivamente contingenti tra sistemi uninominali e proporzionali ha segnato non solo la storia repubblicana ma anche quella postunitaria.

All'indomani dell'unità d'Italia, il sistema maggioritario puro allora vigente, permetteva solo al 2 per cento della popolazione al diritto di voto; i requisiti per potervi accedere  prevedevano il pagamento di 40 lire oppure di sole 20 lire ma con l'obbligo di dimostrare di saper leggere e scrivere. Sarebbe stato eletto, con il doppio turno, il candidato del collegio che avesse ottenuto più voti. Non certo una legge elettorale modello di garanzia e rappresentatività ma che regalò, fino alla sua abolizione ad opera del IV governo Depretis, la migliore classe dirigente che l'Italia abbia mai avuto.

Per conoscere un proporzionale con premio di maggioranza, che ricorda non poco l'attuale Porcellum, bisognerà attendere la famigerata ''Legge Acerbo'' del 1923 che assegnava alla prima lista che avesse superato il 25 per cento l'attribuzione dei due terzi dei seggi alla Camera dei deputati (il Senato era di nomina regia). Il restante terzo sarebbe stato diviso proporzionalmente tra le forze che avessero superato la soglia di sbarramento. Si pensi che, al nord, il listone fascista, in termini assoluti, prese meno voti delle forze di sinistra (1 milione e trecentomila contro quasi due milioni) ma ottenne ugualemente la maggioranza. 

Un'altra contestatissima legge elettorale con premio di maggioranza, secondo molte scuole di pensiero, di per sè, distorsivo della volontà popolare, è la c.d. ''Legge truffa'', approvata nel 1953 dalla maggioranza democristiana-centrista e che vide una opposizione ferrea delle forze di sinistra. Fu, in effetti, la prima legge elettorale che nell'Europa occidentale attribuisse un consistente correttivo all'allora tradizionale propensione per il proporzionale puro o semipuro e, col fascismo caduto meno di dieci anni prima, a qualcuno sembrò un ibrido ritorno ai meccanismi della legge Acerbo. In realtà, vista con gli occhi di oggi, questo meccanismo appare assai più garantista di molte altre leggi che la seguirono; si prevedeva l'attribuzione di un premio del 65 per cento alle forze coalizzate che avessero superato almeno il 50 per cento dei voti. Il premio, poi, non scattò perché la coalizione non raggiunse la soglia del 50, fermandosi al 49,8 per cento.

Basti pensare che oggi, con il Porcellum, il premio di maggioranza viene assegnato senza soglia minima e che, paradossalmente, ad una qualsasi forza politica basta prendere un voto in più della sua concorrente per accaparrarsi il 55% dei seggi alla Camera. E tutto ciò senza una soglia minima di voti. Nelle ultime elezioni, alla coalizione di centrosinistra è bastato il 29 per cento. Alla Dc non bastò il 49.

Questo excursus ci dimostra chiaramente che il contrasto governabilità-distorsione della volontà popolare è difficilmente risolvibile a favore dell'uno o dell'altro sic et simpliciter. E che, una sintesi, è tutt'altro che impossibile. Per come è stato pensato dai costituenti, l'assetto legislativo-esecutivo è, palesemente, di natura proporzionale pura. E non è un caso che i minori scossoni politici l'Italia li abbia conosciuti negli anni 1946-1992, proprio durante il proporzionale puro, la legge più longeva che il nostro Paese abbia conosciuto.

Riformare la legge elettorale è impossibile senza che si metta mano alla costituzione e si modifichi in senso presidenziale o semipresidenziale il sistema di governo. Imitare il modello tedesco, senza avere che abbiano quella forza e quella tradizione, sarebbe una riproposizione delle estenuanti trattative di questi mesi. Imitare, invece, quello inglese, da secoli imperniato su un proporzionale uninominale, con collegi, e poi riproporlo magari in zone controllate da camorra o 'ndrangheta, aumenterebbe il rischio che di infiltrazioni mafiose tra gli scranni parlamentari.

La vera questione è, indipendentemente dalla legge elettorale, la possibilità di eleggere direttamente il capo del governo, smarcandolo dal doppio passaggio elezioni legislative-fiducia parlamentare. Se non si tenta un cambiamento in questo senso, ogni tipo di legge elettorale finirà col riproporre le patologie che da centocinquant'anni ci portiamo dietro. E non si può dire che di esperimenti non ne siano stati fatti.

 

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