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Le “lenzuolate” di Bersani messe all’indice

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Alcuni dei provvedimenti contenuti nelle “lenzuolate” del ministro Bersani hanno suscitato più ilarità che perplessità, fra le fila dell’opposizione. Si è riso della “liberalizzazione dei parrucchieri”. In compenso, però, le perplessità sollevate su provvedimenti che – come quelli che colpiscono le assicurazioni – di fatto vanno a limitare, e pesantemente, la libertà contrattuale degli attori economici, sono patrimonio di una sparuta minoranza.

Quando, all’Istituto Bruno Leoni, ci è venuto in mente di cercare di compilare un “Indice delle liberalizzazioni” (http://www.liberalizzazioni.it ), abbiamo preferito andare oltre la distinzione fra cose piccole e cose grandi.

Una liberalizzazione ben fatta in un ambito che ha un incidenza modesta sul PIL può avere una strepitosa valenza simbolica. Se Bersani fosse andato avanti sulla linea da lui stesso tracciata, rispetto ai taxi, magari l’economia italiana non ne avrebbe avuto un beneficio esaltante. Ma la società italiana sì. Si sarebbe chiusa una lunga stagione di ricatti, di minacce, di veti incrociati.

Non è stato possibile, ma anche per questo non bisogna pensare a liberalizzazioni “grandi o piccole”, quanto piuttosto a liberalizzazioni “vere o false”.

Le liberalizzazioni false sono quelle che introducono un maggior carico normativo, con la pretesa che ri-regolamentare serva a tutelare il consumatore. Le liberalizzazioni vere sono quelle che creano spazio per il mercato, cioè rimuovono le barriere all’ingresso che sono dovute o alla presenza di un monopolio (pubblico o ex pubblico), oppure all’azione opportunistica di gruppi d’interesse che mirano a tenere chiusi i rubinetti del mercato.

L’Italia, di liberalizzazioni vere, non ne ha fatte molte. L’idea del nostro Indice (che quest’anno ha per oggetto elettricità, gas, telecomunicazioni, poste, trasporto ferroviario, trasporto aereo, professioni liberali e mercato del lavoro) è proprio mettere al centro il concetto  stesso di riduzione delle barriere all’entrata. Abbiamo valutato, bene o male, questo fatto – non misure a favore dei consumatori, concentrazioni (che possono essere il prodotto di una regolazione artificiosa e discrezionale, ma anche il frutto delle libere interazioni sul mercato), quote di mercato. Ci siamo basati sempre con un raffronto non con l’iperuranio liberista dei nostri sogni,con il Paese più liberalizzato fra quelli presenti non su Marte, ma nell’Unione Europea.

Il risultato è sconfortante. L’Italia è – come ha scritto anche Il Foglio – “semilibera”. Siamo liberalizzati al 52%: lo siamo di più nell’elettricità (72%, sopra la sufficienza), lo siamo quasi per niente in settori come quello postale (38%), dove manca quella cultura di regole non discrezionali e non fungibili per l’incumbent (in questo caso, statale) che serve perché ci sia mercato.

Rispetto al nostro Indice, le lenzuolate servono? Si può dire, senz’altro, che abbiano reso popolare la parola “liberalizzazione”. L’unico punto sul quale abbiamo potuto testare la loro efficacia è, però, la regolazione delle professioni. In Italia le professioni liberali sono libere al 46%, rispetto all’Inghilterra. Prima che Bersani ponesse mano alla libertà di pubblicità per i professionisti, e ne rilassasse i vincoli alla libertà di associazione, lo erano assai di meno.

Una rondinella non fa primavera. E poi valga su tutte una considerazione: l’associazione dei giovani avvocati, che premono per poter fare il loro ingresso liberamente sul mercato, rileva che, dopo l’annuncio del decreto bersaniano, i loro colleghi più anziani hanno scioperato per 30 giorni di lavoro, in undici mesi. Parliamo della crema della società, di persone con un titolo di studio, spesso con una attività florida, che lavorano in proprio: una minoranza che non dovrebbe essere insensibile ai valori del mercato. Eppure, questo è il genere di resistenza che le corporazioni sanno oppore, in Italia. Non vale neppure la pena di ricordare la forza dell’ostruzionismo unghiuto del sindacato.

Dura la vita dei liberalizzatori. Il loro motto è necessariamente quello di Guglielmo d’Orange: non occorre sperare per intraprendere, né riuscire per perseverare.

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1 COMMENT

  1. La morale in italia si fa dal sarto:su misura.
    La società italiana avrebbe maggior giovamento se avessero termine le parassitarie rendite pubbliche che lo stato (cioè noi tutti)elargisce per esempio alla stampa.In un libero mercato i giornali si pagano solo all’edicola.Sarebbe più urgente che Bersani cominciasse da qui ma in italia era pìù facile colpire la potente lobby dei taxi.Se fossi giornalista avrei forse più coraggio ma la”pagnotta”in questo paese va sempre comunque umanamente rispettata.Senza rancore Mauro.

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