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Le riforme Amato e Prodi hanno tolto le pensioni ai giovani

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Il Governo aveva annunciato che avrebbe presentato i lineamenti di una nuova riforma della previdenza (la settima nell’arco degli ultimi 15 anni) entro la fine di marzo. Siamo arrivati al tre di maggio. Per il momento, è stato solo aperto un “tavolo di concertazione” tra l’Esecutivo e le parti sociali. Per comprendere quali sono gli ostacoli occorre chiedersi quali sono gli obiettivi che Prodi si propone. Sono, in essenza, due : a) smantellare la riforma del 2004, quella che porta il nome dell’allora Ministro del Lavoro e della Previdenza Sociale Roberto Maroni, e b) farlo coinvolgendo il meno possibile il Parlamento, tramite una legge delega e una serie di decreti delegati (come si sta tentando di fare, ad esempio, per la nuova normativa sull’immigrazione e sulla formazione dei dipendenti pubblici).  Il secondo obiettivo è legato al primo non tanto per l’esiguità della maggioranza in Senato quanto perché su cosa fare le varie componenti dell’Unione hanno posizioni molto distanti.

In breve, anno dopo anno, le pensioni stanno diventando sempre più sottili relativamente agli altri redditi da lavoro a ragione dei limiti all’indicizzazione posti dalla riforma previdenziale del Governo Amato nel 1993 (quando le pensioni sono state agganciate ai movimenti del costo della vita e non a quelli della massa salariale) e del Governo Prodi nel 1996 (l’aggancio all’intero costo della vita è stato ridotto per le pensioni che allora superavano al lordo 3 milioni di lire al mese). Secondo stime pubblicato in uno studio presentato nel 2005 alla conferenza scientifica dell’Associazione Italiana di Valutazione (Aiv) queste misure hanno comportato da allora al 2004 un trasferimento di risorse dai pensionati in essere alle pubbliche amministrazioni (e tramite queste ultime ad altre categorie sociali) per circa 40-45 miliardi di euro. Particolarmente penalizzati i prepensionati a ragioni di ristrutturazioni aziendali e coloro andati in pensione di anzianità con il miraggio di assegni sufficienti. Lo stesso studio indica nell’aumento delle pensione minime e nella riforma del 2004 i primi passi per riequilibrare (in senso sociale oltre che di sostenibilità finanziaria ed economica) le storture distributive delle riforme Amato (1993) e Prodi (1996).

Tuttavia, il nodo previdenziale non riguarda solamente l’equità sociale e intergenerazionale: la dinamica demografica comporta un crescente problema di sostenibilità per la finanza pubblica e delle sempre maggiori esigenze di supporto per il numero sempre più consistente di coloro che superano gli 80 anni. La coperta è corta. Tutti la tirano in direzione opposta. I pensionati ai livelli più bassi chiedono aumenti degli assegni (e quindi della spesa). Gli organismi internazionali e le società di rating sostengono invece la necessità di ridurre il 16% del pil (o giù di lì) destinato alla previdenza e di porre alla crescita del debito previdenziale (che, a normativa vigente, giungerebbe al 180% del pil prima del termine della legislatura e potrebbe innescare il caos nei mercati finanziari). Le tensioni tra le varie scuole di pensiero sono specialmente forti all’interno della maggioranza.

E’ possibile delineare un percorso per risolvere il problema. Guardiamo alla Svezia che, come l’Italia, ha trasformato, nel 1995, un sistema “retributivo” (in cui le spettanze erano basate sulle retribuzioni avute in vita attiva) a uno “contributivo” (in cui le spettanze sono correlate ai contributi versati). In Svezia la transizione da un sistema all’altro è stata fatta nell’arco di tre anni (non su 18 anni – e per le pensioni di reversibilità su 30-35 anni - come previsto in Italia allo scopo di difendere alcune categorie molto care a certo sindacalismo). E’ stata accompagnata da un rialzo dell’età della pensione (a 67 anni, per il momento, ma tra breve a 70- dai 10 ai 13 in più di quelli previsti dalla normativa italiana), con eccezioni per lavoratori in settori e mansioni davvero usuranti (sempre di meno nell’età della terziarizzazione e delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione). Una parte dei versamenti viene incanalata direttamente in “conti individuali” che i singoli possono affidare a un fondo pensione o gestirli come pare a ciascuno di loro (ma non si possono ritirare prima dell’età in cui si va in pensione). L’età della pensione può  essere anticipata ma con forti penalizzazioni.

Che lezioni trarne? Le riforme Amato (1992) e Prodi (1996) hanno duramente colpito i giovani (decurtando drasticamente le loro pensioni future) e i pensionati in essere (limando anno dopo anno gli assegni loro spettanti rispetto all’andamento dei salari). Si può iniziare a correggere queste storture (e restare nei vincoli della sostenibilità) con cinque passi da fare simultaneamente: a) aumentare l’età della pensione (con eccezioni per i lavori davvero usuranti); b) introdurre subito il meccanismo contributivo (estendendo a tutti le tecniche di computo “pro-quota” quali quelle già in atto per coloro che il primo gennaio 1996 erano occupati e contribuenti di Inps e altri enti previdenziali); c) applicare i nuovi coefficienti di calcolo delle spettanze (proposti dal Nucleo di valutazione della spesa previdenziale del Ministero del Lavoro circa un anno fà) per tenere conto dell’allungamento delle aspettative di vita; d) aumentare le pensioni minime e agganciarne l’evoluzione all’andamento dei salari (come prima del 1992); e) prevedere un indicizzazione ancora più forte per chi supera gli 80 anni (a ragione delle più alte spese per la cura della persona in cui si incorre in tarda età). I risparmi sulle voci a), b) e c) – di cui oggi beneficia, di norma, chi ha redditi alti o medio alti, servirebbero a finanziare le voci d) ed e) , dirette invece a chi è in condizioni di vero disagio.

Per Prodi l’ostacolo centrale a questo percorso è che, pur se ispirato al buon senso (ed alle raccomandazioni delle organizzazioni internazionali e dello stesso Nucleo di Valutazione del Ministero del Lavoro), va nel solco di riequilibrio sia finanziario sia sociale aperto dalla “riforma Maroni”. Parte dei sindacati e dei partiti che sorreggono l’Esecutivo insistono per d) ed e) – aumento delle pensioni minime ed indicizzazioni più consistenti – ma si oppongono ai risparmi che verrebbero effettuati con a) , b) e c) -  aumento dell’età minima per la pensione, applicare a tutti il sistema contributivo e i nuovi coefficienti di calcolo delle spettanze.

Per risolvere il rebus , ci vuole una buona dose di coraggio oppure tentare di realizzare almeno parte del percorso senza che settori della sua stessa maggioranza se ne accorgano. Il coraggio – diceva Don Abbondio – chi non c’è lo ha non se lo può dare. Al Professore non scarseggia la furbizia. Ma questa volta ci vorrebbe un triplo dribbling- compito difficile pure per un calcio-amatore come lui.

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2 COMMENTS

  1. Sono d’accordo che le
    Sono d’accordo che le riforme pensionistiche di Amato e Prodi hanno prodotto una riduzione di tutte le pensioni con produzione di nuove storture.
    Per una equità sociale,propongo un ritorno al retributivo con perequazioni pensionistiche per le retribuzioni più basse ed eliminazione del beneficio pensione per coloro che hanno versato pochi contributi(vedi ad esempio gli eletti in parlamento a cui bastano due anni di contrbuti per aver diritto alla pensione)

  2. la “riforma Biagi” (nome piu
    la “riforma Biagi” (nome piu ipocrota non poteva esistere, ma da chi chiama il suo partito forza italia, i suoi seguaci azzurri…. cosa potevamo aspettarci?) mi ha levato la pensione (ti farei leggere il contratto che ho adesso), prodi ancora non ha fatto nulla… almeno sul futuro mio e dei giovani, ti prego non speculare.
    grazie
    da un precario anonimo

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