Le sanzioni Usa, la ritorsione di Putin e quei vecchi arnesi della Guerra Fredda

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Le sanzioni Usa, la ritorsione di Putin e quei vecchi arnesi della Guerra Fredda

31 Luglio 2017

Lo stizzito annuncio del Cremlino è arrivato domenica scorsa, attraverso un’intervista rilasciata da Vladimir Putin alla tv di stato “Rossiya 1”: entro il 1 settembre, 755 diplomatici americani dovranno lasciare la Russia e tornarsene a casa. Così il presidente russo risponde alle sanzioni finanziarie ed economiche che, la scorsa settimana, il congresso Usa ha approvato a larghissima maggioranza (98 a 2 al Senato, 419 a 3 alla Camera) contro Mosca. L’accusa è di aver interferito nelle presidenziali del 2016, le elezioni che hanno portato Donald Trump alla Casa Bianca.

Un nuovo strappo diplomatico tra Mosca e Washington sembra dunque essere, al momento, l’unico risultato concreto del Russiagate, il presunto scandalo sulle intromissioni russe nella vita politica americana che però fino adesso non ha offerto alcun elemento concreto in grado di giustificare una procedura di impeachment ai danni del presidente Trump. Ricordiamo anche che durante il loro ultimo incontro ad Amburgo, Putin ha risposto al Don che il Cremlino non è implicato nella ormai celebre storia degli “hacker” che sarebbero stati in grado, da soli, di far perdere Hillary Clinton. Trump non ha ancora firmato il provvedimento relativo alle sanzioni passato al Congresso (parte del quale riguarda anche Iran e Corea del Nord), ma per Putin aspettare non ha senso, il quadro della situazione è già abbastanza chiaro e, almeno dal punto di vista di Mosca, compromesso  dalla linea che continua a seguire il parlamento USA.

I toni dell’annuncio di domenica sono quelli di chi sembra aver perso la pazienza: “Abbiamo aspettato per molto tempo che qualcosa cambiasse in meglio – ha sottolineato Putin – speravamo che la situazione cambiasse. Ma sembra che non cambierà in un futuro prossimo”. Per questo, ha spiegato, “ho deciso che per noi era arrivato il momento di dimostrare che non lasceremo tutto questo senza una risposta”. Per adesso si tratta di ridurre a 455 persone il numero del personale diplomatico americano in Russia – esattamente quanti ne ha il Cremlino in America – ma non è detto che la mossa di Vladimir sia l’inizio di un nuovo braccio di ferro.

Se Putin avesse voluto avrebbe potuto fare molto peggio come, per esempio, limitare i movimenti dei jet Usa in Siria. Ma Putin, sempre nell’intervista a “Rossiya 1”, ha ricordato le numerose “sfere di cooperazione” tra Mosca e Washington e i risultati “concreti” ottenuti dai due Paesi nella de-escalation del conflitto in Siria. La tregua in parte della Siria è un altro dei risultati, forse il più importante, del recente incontro bilaterale tra Putin e Trump in Germania. A gettare acqua sul fuoco ci ha pensato anche il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, spiegando che la Russia si riserva di inasprire le misure di ritorsione contro gli USA, “ma il presidente non ritiene che questo debba essere fatto ora perché, nell’insieme, Mosca è interessata a proseguire la cooperazione laddove è nei suoi interessi farlo”. Normalizzare le relazioni bilaterali, ha sottolineato, richiede “volontà politica” e la disponibilità di Washington “a porre fine ai suoi diktat a base di sanzioni e alla sua schizofrenia politica”.

Il cuore del problema sembra essere proprio questo: una schizofrenia interna agli Usa determinata dai poteri che in America continuano a remare contro Trump e ad avere nostalgia del decennio obamiano, ma che potrebbe avere pericolose ricadute sullo scenario internazionale. Sono i poteri che cercano ostinatamente di legare le mani al Don, quelle forze che anche all’interno del suo stesso partito vorrebbero un presidente ostaggio del Congresso, quello stesso Congresso, e quello stesso partito, i Repubblicani che hanno votato compatti il nuovo round di sanzioni contro Mosca ma che non sono riusciti, peggio, non hanno voluto archiviare l’Obamacare, la riforma sanitaria del presidente Obama. Trump non ha commentato l’ultima mossa di Putin ma pensandoci bene la vittoria del Don alle elezioni e la nuova agenda in politica estera promossa dalla Amministrazione USA dimostrano che il popolo americano è pronto ad immaginare un mondo che si lasci alle spalle i revival da Guerra Fredda. Se Repubblicani e Democratici continueranno a irrigidirsi sulle solite posizioni rischiano solo di essere superati dalla Storia.