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Le tasse giuste sono quelle che non rendono schiavi

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Il Cardinal Bertone si è recentemente guadagnato il plauso di Romano Prodi ribadendo il “dovere” per tutti di pagare le tasse.
Curiosamente, quanti di solito denunciano con passione le interferenze indebite delle gerarchie nel dibattito politico, non hanno trovato nulla da ridire, in questa entrata a gamba tesa. Sembra dunque che la Chiesa sia un attore pubblico assolutamente legittimato ad esprimere le proprie posizioni, in tema di politica fiscale, ma non lo sia invece quando si parla, ad esempio, di eutanasia..

Vittorio Messori ha dato alle parole del Cardinale un’interpretazione a sangue freddo, sottolineando come il dovere di pagare giusti tributi non possa prescindere dal senso della misura di chi li esige. Messori è un cattolico saggio.

Varrebbe la pena ricordarsi, però, che il Cardinal Bertone non è un filosofo politico né un economista e quindi la salienza della sua opinione in quest’ambito è davvero relativa. Per grazia di Dio (è il caso di dirlo), la fede non è una filosofia, né un programma, politico. Dà o non dà risposte a problemi assai più seri di quale debba essere l’aliquota marginale dell’imposta sul reddito. Proprio per questo, quando parlano d’altro le opinioni degli uomini di Chiesa appaiono spesso sciape, se non addirittura desolatamente banali.

Nondimeno, il dibattito estivo nel quale il cardinale si è inserito, e che è stato innescato in prima persona dal presidente del consiglio alcune settimane fa, mostra una grossa ragione d’interesse: ci porta ad esaminare la “questione fiscale” con gli occhiali della giustizia, e non con quelli dell’efficienza.

Anche i sostenitori più accesi dei tagli fiscali tendono ad argomentare in loro favore facendo uso della “curva di Laffer”: tasse più basse fanno crescere il costo dell’evasione ed abbassano quello dell’obbedienza, riverberandosi così in più alte entrate fiscali. In qualche maniera, dunque, tasse alte sono considerate anzitutto come controproducenti per lo Stato stesso. Imposte più parche farebbero bene all’erario.

La tesi pare essere penetrata in profondità nella società italiana, visto il tenore della discussione di questi giorni. L’argomento per cui un’alta tassazione ci consente di mantenere l’attuale spesa pubblica è molto impopolare, soprattutto perché la spesa pubblica in Italia è percepita (correttamente) come inefficiente e corrotta (la casta). Anziché difendere la spesa – cioè sostenere esplicitamente che dei quattrini che ci vengono sottratti dal fisco lo Stato fa un uso migliore di quello che altrimenti noi potremmo fare se ci rimanessero in tasca – allora si torna a dire che evadere è immorale e ingiusto. Ingiusto, curiosamente, non perché l’evasore “scrocca” i servizi forniti dallo Stato ma pagati dai contribuenti “regolari”, sulle cui spalle va a finire anche quella quota di finanziamento della spesa che lui avrebbe dovuto sostenere. Ma di per sé – per il dovere di obbedienza che lega il suddito al sovrano.

Per riflettere sulla vera “questione di giustizia” rappresentata dalla tassazione, vale la pena tornare ad un’utile parabola di Herbert Spencer, ripresa da Robert Nozick in un passo molto famoso.

Parafrasando Nozick, immaginiamo le nove scene di questa storia:

(1) C’è uno schiavo, completamente alla mercé dei voleri del suo padrone. Viene spesso maltrattato, fatto lavorare agli orari più improbabile, malnutrito.

(2) Il padrone diventa un po’ più gentile e picchia lo schiavo soltanto quando non rispetta ripetutamente le sue istruzioni. Comincia a concedergli un po’ di tempo libero.

(3) Il padrone comincia ad avere non uno ma un gruppo di schiavi, e comincia a dividere un minimo di cose fra di loro, tenendo conto dei loro bisogni e prendendo atto dei loro meriti e della loro fatica.

(4) Il padrone consente ai suoi schiavi di lavorare quattro giorni per sé, e chiede loro di faticare sui suoi possedimenti solo per tre giorni a settimana. Il resto del tempo è tutto loro.

(5) Il padrone concede ai suoi schiavi di lasciare la sua casa e di andare a lavorare dove desiderino, per ottenere un salario. Chiede loro soltanto che gli rendano 3/7 dei loro guadagni. Mantiene inoltre il potere di richiamarli alla piantagione per delle emergenze, di proibire loro attività che possano mettere in pericolo il suo ritorno finanziario sul capitale investito (non possono fare fumare, consumare droghe, bere stando alla guida, andare in moto senza casco), e di aumentare o diminuire la quota di reddito che gli preleva.

(6) Il padrone consente a 10.000 suoi schiavi, cioè tutti eccetto te, di votare, e loro possono decidere assieme qual è la porzione di reddito (loro e tuo) alla quale rinunciare, e che uso ne viene fatto.

(7) Nonostante tu non abbia ancora il diritto di voto, hai il diritto di discutere con gli altri 10.000, per persuaderli circa l’uso migliore che sia possibile fare delle risorse “comuni”.

(8) Avendo apprezzato il tuo utile contributo, i 10.000 ti consentono di votare quando vi sia un pareggio nelle votazione.

(9) I 10.000 accettano che tu voti con loro. Quando vi sarà una situazione di parità fra gli altri votanti, il tuo voto sarà decisivo. Altrimenti, no.

Chiede Nozick: quando, nelle nove scene, questa ha smesso di essere la storia di uno schiavo?

Dal punto di vista della libertà personale, della libertà fondamentale di disporre dei frutti del proprio lavoro, non c’è differenza fra la scena cinque e le successive. Comunque lo schiavo può disporre soltanto di 4/7 del suo reddito. Per Nozick e Spencer, c’è un filo rosso che lega la tassazione al lavoro forzato: il padrone prende comunque per sé i frutti della fatica del servo, la differenza è nelle proporzioni. All’inizio, il padrone è il monopolista del tempo dello schiavo. Alla fine, limita le proprie pretese. Si potrebbe persino sostenere che è una strategia oculata, perché verosimilmente chi lavora anche per sé lo fa con maggior entusiasmo di chi lavori esclusivamente per altri, e dunque risulta più produttivo. E’ la “curva di Laffer” dello schiavismo.

Ma la questione vera sta nella domanda di Nozick. Dove finisce la schiavitù e dove comincia la libertà. Alla nona stazione, grazie al diritto di voto? Alla quarta, perché essere servo tre giorni a settimana vuol dire essere libero per quattro?<%2Fp>

I problemi di giustizia che gravitano attorno alla tassazione non possono neanche essere sfiorati, se non si parte da qui. Come si fa a discutere della “giustizia” della tassazione, ignorandone la naura? E’ possibile fare affermazioni tanto leggere, come quella per la quale l’esproprio dei frutti della fatica dei singoli, da parte dello Stato, è semplicemente “cosa buona e giusta”?

Se lo fosse, non si capirebbe perché il pensiero politico cerca tanto ostinatamente, da sempre, giustificazioni, buone ragioni, per l'esistenza del Potere.

Bertone ha qualificato il suo pensiero, insistendo sull’esigenza che la spesa pubblica privilegi gli svantaggiati. Questo è un argomento per una tassazione molto forte e “progressiva”. Se un liberale direbbe che la storiella di Nozick non sarà più una “favola dello schiavo” quando i 10.001 voteranno una norma costituzionale che limiti il prelievo e stabilisca che i soldi dell’erario servono esclusivamente per mantenere l’ordine pubblico e difendersi dai nemici esterni, altri possono sostenere che siccome la maggioranza dei 10.001 sarà meno dotata, più debole e bisognosa di tutele rispetto ad una minoranza attiva e produttiva, serve un sistema fiscale che impedisca che gli esiti nell’avventura della vita della maggioranza siano pregiudicati da questi handicap naturali.

Qui rientra in gioco la curva di Laffer. Ma, anche lasciando perdere le giuste osservazioni di coloro che sottolineano come aliquote basse o addirittura “piatte” siano la migliore garanzia del fatto che il carico fiscale venga sostenuto soprattutto dai ricchi, è difficile non constatare come il principio dell’ama il prossimo tuo come te stesso sia altra cosa. Un conto è appellarsi al buon cuore degli individui, pensare la solidarietà come un dovere spontaneo al quale ci lega la comune appartenenza alla famiglia umana, altro è delegarlo a misure messe in atto coercitivamente.

Torniamo alla favola. Immaginiamo che la piantagione del padrone consti di due terreni, uno molto fertile, l’altro praticamente sterile. Talmente sterile che quando egli concede ai servi di tenere per sé i frutti del proprio lavoro, coloro che arano la terra più brulla siano condannati a morire di fame. L’unico modo per mantenerli in vita, tenendo conto anche dei costi amministrativi sostenuti dal padrone per far marciare la fattoria, è esigere che tutti, in particolar modo coloro che arano il terreno fertile e fortunato, versino al padrone l’ottanta per cento di quanto raccolgono. Lui ridistribuirà al raccolto perché non manchi il pane. La situazione è molto simile a quella iniziale (anche il padrone “totalitario” manteneva in vita e nutriva i servi), ma è figlia di un obiettivo umanitario: il padrone non vuole che nessuno muoia di fame.

E’ giusto, pertanto, che coloro che si spaccano la schiena sulla terra buona non possano godere che del 20% dei frutti della loro fatica? Basta la nobiltà del fine per cui sono stati derubati, a renderli meno schiavi?

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1 COMMENT

  1. “matrigna, non madre, è
    “matrigna, non madre, è quella patria dove parte della popolazione prospera mentre l’altra langue”.
    cmq la favoletta non prende in considerazione alcuni elementi.
    per esempio: degli schiavi che lavorano per il padrone, alcuni hanno possibilità di far apparire i propri redditi più bassi di quanto siano ed altri no… quanto è giusto che il padrone, anziché punire i primi, appesantisca le tasse per tutti in modo da ottenere un incremento percentuale che gli dia il rendimento sperato?
    e chi sono queste persone che hanno possibilità di evadere? e quanto la loro evasione influisce sul conto finale? e che cosa si può concretamente fare perché tali persone siano messe in condizioni di non nuocere agli altri?

    btw: c’è un refuso verso la fine dell’articolo, con un condizionale che soffre

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