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Consigli per Obama

Le violenze di oggi a Mumbai hanno radici di 500 anni

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Dopo l’orrenda strage di Mumbai, Barack Obama farebbe bene a prendere in mano un libro di storia dell’India, perché vi troverebbe non solo la ragione antica di ben 500 anni del comportamento barbaro dei terroristi islamici, ma anche la smentita più netta e precisa delle analisi sul terrorismo islamico dei suoi consiglieri, in primis di Madeleine Albright.

Secondo questa scuola di pensiero, condivisa anche dalla sinistra europea e dall’intero universo del politically correct, il terrorismo islamico avrebbe essenzialmente un carattere “reattivo”. In Palestina sarebbe essenzialmente sorto quale reazione agli errori di Israele (in primis il rifiuto sinora di ritirarsi dai territori occupati nel 1967); in generale nei paesi arabi o musulmani, sarebbe la conseguenza dei disastri provocati dal colonialismo e dal più recente imperialismo. Questa demenziale tesi è largamente presente anche nel mondo culturale e universitario americano anche a seguito della sua codificazione nella teoria dell’"Orientalismo" elaborata da Edward W. Said.

Se solo si conoscesse all’ingrosso la storia dell’India, se la si fosse minimamente elaborata, tutti questi castelli d’analisi crollerebbero di botto, perché dietro i mitra che sparano raffiche contro incolpevoli passeggeri nella stazione di Mumbai, trucidando donne e bambini, così come dietro gli attentati ai treni, dietro alle mattanze di terroristi islamici che hanno fatto in  tre anni dal 2004 al 2007 , ben  3.347 morti, più che in Afganistan (e oggi siamo quasi a 4.000), ci sono le stesse dinamiche che muovevano i machete nel 1948, quando Ghandi ruschiò la morte per opporsi ad una divisione sanguinosa del Dominion indiano in due Stati (India e Pakistan) e a una guerra di religione che provocò un milione di morti. Dinmamiche che nulla hanno a che fare – anzi – con il retaggio coloniale e con la violenza imperialista (che pure vi fu, e fu feroce).

I mujaheddin che hanno seminato morte a Mumbai hanno un modello storico luminoso, agiscono per restaurare un Stato islamico che ha governato sull’India per due secoli, imitano le gesta di un grande leader musulmano lo shah Aurangzeb, che regnò dal 1658 sino al 1707, distruggendo con violenza il clima di tolleranza e di apertura alle altre fedi del regno di suo padre Shah Jahn (che lasciò nelle forme del Taj Mahl il senso universale del suo Stato) imponendo una feroce e dogmatica applicazione della shari’a, imponendo agli induisti e ai buddisti il pagamento della jiza, la tassa di sottomissione, vietando pena la morte i matrimoni misti e conducendo infine lunghe guerre contro i principi indù Marata (Maratti). La ferocia egemonica dell’Islam indiano, di poco precedente a quella del Islam wahabita arabo (sicuramente influenzato da Aurangzeb), è dunque tutta e solo interna alla storia dell’india precoloniale, con un lascito di violenze, sopraffazioni, e morti che è impressionante.

Se Barack Obama si occupasse di quella storia dell’Islam indiano così determinante nel mondo musulmano (i re Moghul ovviamente influenzarono tutto l’Islam asiatico, Afghanistan, Indonesia e Malesia incluse), se scoprisse che quella è stata la vicenda maggioritaria del mondo musulmano e che quella legata all’Impero Ottomano – soprattutto dal punto di vista culturale e teologico – è stata minoritaria, scoprirebbe poi che la verità del meccanismo “reattivo” fu esattamente opposta.

Inutile ricordare il patrimonio infame di violenza, espropriazione, furto e altre bestialità che è legato all’epoca coloniale europea. Ma è invece utile ricordare l’altro verso della medaglia, sempre sottaciuto, mai analizzato: il ruolo fondamentale di stimolo che la cultura dei colonizzatori ha avuto sull’evoluzione della cultura dei colonizzati. Barack Obama, di nuovo, si dovrebbe studiare la storia dell’India e scoprirebbe allora innanzitutto che nei due secoli di dominazione inglese, il conflitto islamo-induista così esplosivo nel secolo precedente, fu tenuto sotto controllo, salvo esplodere in maniera devastante solo nel momento in cui gli inglesi riconsegnarono l’India agli indiani.

Scoprirebbe infine che proprio la contaminazione positiva con la cultura dei dominatori inglesi ha permesso la formazione di èlites sia induiste che musulmane (centro, naturalmente, della rivolta contro gli inglesi stessi), che hanno saputo costruire la eccezionale democrazia indiana solo e unicamente perché hanno mediato le loro radici con gli stimoli della cultura europea.

La figura eclettica del modernista Mahatma Ghandi e soprattutto di quel grande leader che fu Pandit Nehru, ne sono testimonianza indiscutibe. Obama potrebbe anche scoprire che solo e unicamente l’influenza inglese ha fatto sì che in un mondo musulmano culturalmente agonizzante e piatto grandi figure di modernizzatori come Sayyid Ahmad Khan, agli inizi dell’ottocento, fondassero grandi istituzioni universitarie come il Muhammedan Anglo-Oriental College, che ha forgiato tutta la classe dirigente islamica dell’India sino al 1948, proprio riscoprendo – grazie al colonialismo inglese, per una straordinaria eterogenesi dei fini- il pensiero aristotelico di quel Averroè, che tutto il pensiero islamico arabo-ottomano ha sempre spregiato.

Infine, Obama si potrebbe rendere conto della miopia delle sua consigliera Madeleine Albright e comprendere che al Qaida non è una organizzazione verticistica di terroristi, ma solo il nome simbolo di una visione feroce del mondo che ha milioni di simpatizzanti nel mondo e decine e decine di migliaia di seguaci.

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3 COMMENTS

  1. L’islam continua a fare
    L’islam continua a fare l’unica cosa che sa fare al meglio e cioè..l’islam, basta guardarsi indietro da quando è cominciata la’civilizzazione’musulmana.
    Ricordiamoci lo scatto di suscettibilità paranoide dopo la lectio del Papa a Regensburg,con relativo
    corollario di rivolte, fuoco e sangue; non c’è come sbattere in faccia la verità per comprovare,dalle reazioni,la verità stessa.
    Detto questo personalmente provo sempre,dopo questi fatti e tutti quelli che abbiamo subito in questi anni, la terribile sensazione di trovarci di fronte ancora alle prove generali, ad una sorta di esercitazione plurilivello di un’azione coordinata e transnazionale che veramente potrebbe sconvolgere il mondo. Del resto questi signori ce lo dicono piatto piatto da molti anni il programma che hanno in mente per l’europa(per intanto)mentre la nostra intellighentsjia, ben scortata dai pretoni e dall’associazionismo’dialogante’continua a blaterare di ‘religione della pace’.
    E’ troppo da apocalittici immaginare cosa potrebbe succedere nelle capitali europee se qualche illuminato desse il via alla campagna europea scatenando attacchi in puro stile militare come stiamo (ancora)vedendo in India?Al solo pensiero mi si ghiaccia il sangue nelle vene, pensando soprattutto alle prossime, sfortunate, generazioni.

  2. Raid Indiano di Al Quaida
    Io faccio tre osservazioni:
    La Prima: Questo è un messaggio al Sign. Barak Obama
    di non sottovalutare il pericolo terrori-
    smo. Quindi niente ritiro dall’Irak e A-
    fganistan prima di essere sicuri che que-
    ste due nazioni riescano a reggersi in
    piedi da sole.

    La Seconda: Nessuno stato deve ritenersi al sicuro
    da tale minaccia. E tanto meno l’Italia
    che di dispositivi di sicurezza ne ha
    pochi.

    la Terza: Hanno voluto colpire alla base dell’econo-
    mia Indiana. Cercano di seminare la mise-
    ria tra la popolazione. Hanno pescato le
    forze di sicurezza indiane con la guardia
    abbassata e la svista è costata cara.

    Una domanda: Ma dove sono finiti i pacifisti che
    mettevano le bandierine sui balconi de-
    monizzando Busch che faceva la guerra al
    terrorismo “Senza Se e Senza Ma?”.
    E il sign. Diliberto Che fine ha fatto?
    Non lo sento più!

  3. Provo a rispondere io…
    Credo che nessuno nel mondo (e tanto meno Obama) sottovaluti il terrorismo. Siamo non concordi semmai su che cosa lo alimenta e su come lo si combatte. Daniele58 per esempio ritiene che lo abbia combattuto bene Bush con le guerre che ha intrapreso per cui ora “niente ritiro” secondo lui dall’Irak e dall’Afganisthan. C’è chi come me invece pensa che con quelle guerre, e con altre guerre del genere, non solo non si combatte il terrorismo ma lo si alimenta sempre più di nuovi pretesti e nuovi motivi di odio e contrapposizione tra mondo islamico e mondo occidentale. L’esempio eclatante rimane la guerra in Irak che, ormai lo sappiamo tutti, a parte i veri motivi (e interessi) che la hanno scatenata, sarà pur servita a levar di torno un dittatore il quale è stato sicuramente feroce (soprattutto quando era alleato di noi occidentali e degli americani in particolare), ma non centrava nulla, o davvero poco, né con la religione islamica, né con i movimenti terroristici islamici, i quali anzi si sono diffusi in Irak proprio in occasione della guerra.
    E’ difficile dire, più in generale, quanto questo terrorismo sia davvero “reattivo” o invece “autopropulsivo”. L’analisi di Panella, come sempre, seppur condita di molti dotti riferimenti storici, è, oltre che fondamentalista (alla fine il male sta tutto da una parte e il bene dall’altra), anche piuttosto semplicistica. Si sa infatti quanto sia complesso il modo islamico e anche dal punto di vista dei movimenti terroristici la cosa non è meno complicata, per cui vedere dal medesimo angolo di visuale e arrivare alle stesse conclusioni equiparando ciò che sta ora avvenendo in India con ciò che avviene correntemente in Palestina mi sembra operazione quanto meno azzardata.
    Bandito ogni tipo di fondamentalismo ideologico o intellettuale, va detto che il terrorismo islamico è fenomeno senz’altro complesso, oltre che molto pericoloso, ed è in buona parte sia autopropulsivo e sia anche reattivo. Per cui da occidentali assumere anche noi una posizione fondamentalista, contraddittoria, di aggressione violenta e perseguire nuove e vecchie forme di colonialismo e di imperialismo può solo servire ad alimentare la “reazione”, diffondendola anche in quei settori di popolazione islamica tendenzialmente “moderata”.
    Infine chiedo a tutti quelli che irridono i pacifisti: in questi anni il metodo è stato quello delle guerre e dunque dopo le 2 in Irak e Afganisthan ora a chi tocca? Se la pace è un valore solo per alcuni benpensanti di sinistra, se parimenti devono essere bandite le azioni politiche, le trattative, le negoziazioni perché tanto non servano a nulla, ora a chi a riservare un po’ di bombe e carri armati?
    “Fatevi sotto” disse il cowboy (pentito?) Bush, ma i suoi seguaci italiani non hanno cambiato idea. La sfida all’OK Corral continua…

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