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Le frasi di Toscani

Le vittime del ponte Morandi e gli intellettuali progressisti

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«Ma a chi interessa che caschi un ponte?…»: così Oliviero Toscani, noto fotografo professionista ed esponente di primo piano dell’intellighenzia progressista italiana, ha avuto modo di dichiarare in una nota trasmissione radiofonica di rilievo nazionale a proposito del crollo del ponte Morandi di Genova che nell’estate del 2019 ha mietuto ben 43 morti e decine di sfollati delle abitazioni edificate in prossimità del ponte disastrato, suscitando l’ovvia reazione di rabbia da parte dei parenti delle vittime.

La vicenda offre l’occasione per una breve riflessione che riguarda il ruolo degli intellettuali nello scenario culturale odierno.

Un tempo, dinnanzi ad una sciagura come quella del ponte Morandi, che a prescindere dai risultati delle indagini in corso da parte della magistratura, è e resterà per sempre il triste segno della incuria e della pessima amministrazione che negli ultimi decenni si è succeduta nel panorama politico locale e nazionale, gli intellettuali avrebbero costituito la massa di critica morale e razionale nei confronti della evidente “mala gestio” della cosa pubblica.

Oggi, invece, gli intellettuali, almeno quelli come Toscani, sembrano non avere il coraggio e la volontà di porsi come spirito critico del potere che non amministra la cosa pubblica nel perseguimento del bene comune, ma o si pongono con algida indifferenza nei confronti di tali fenomeni o, aspetto senza dubbio peggiore, si propongono come difensori dello status quo.

Il disprezzo mostrato nei confronti delle vittime della tragedia del ponte Morandi mostra che, come la classe politica, anche quella intellettuale è oramai del tutto estranea ai problemi reali delle persone, del popolo, dell’elettorato attraversando quella profonda crisi di “alienazione culturale” che ne segna il tanto radicale quanto biasimevole distacco dal cosiddetto “Paese reale”.

Se, ammesso forse che sia un bene che così sia, che caschi un ponte che produce 43 morti non interessa a nessuno, forse sarebbe altresì bene che le moltitudini continuino a disinteressarsi a quella forma di pseudocultura elitaria e astratta che come tale non ha più niente a che fare con il mondo reale e quindi con l’umanità concreta di cui, invece, arte e cultura dovrebbero nutrirsi per conservare il proprio statuto etico ed epistemico.

In conclusione, insomma, sembrano riecheggiare le parole di Friedrich von Hayek il quale ha duramente criticato un simile atteggiamento un tempo sporadicamente assunto soltanto da alcuni intellettuali, ma che, ahinoi, appare oramai sclerotizzato a livello molto più diffuso e generale di quanto possa apparire superficialmente:«I cosiddetti intellettuali, quelli che altrove ho scortesemente chiamato venditori professionisti di idee di seconda mano: insegnanti giornalisti e personaggi dei mezzi di comunicazione di massa, dopo aver orecchiato rumori nei corridoi della scienza, si auto-nominano rappresentanti del pensiero moderno, si ritengono persone superiori per coscienza e virtù morali a chiunque tenga in considerazione i valori tradizionali, si considerano persone il cui vero dovere è quello di offrire nuove idee al pubblico, e devono – per far sì che le loro mercanzie sembrino nuove, deridere tutto ciò che è tradizionale. Per tali persone, data la posizione in cui si trovano, la novità o la notizia, e non la verità, diventano il valore principale, benché questa non sia solitamente la loro intenzione, e benché ciò che essi offrono non sia spesso più nuovo di quanto sia vero».

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