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L'analisi

L’economia del bene culturale dal marxismo-leninismo al pezzentismo pentastellato

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La valorizzazione del bene culturale inteso come attrattore di ricchezza del territorio con riferimento a Roma Capitale presenta vari e strutturati profili dovuti alla storia millenaria dell’Urbe che ha, come tratto paradigmatico, la “vocazione imperiale”. Vocazione imperiale utilizzata nella sua “aura” e nel suo valore culturale da parte del fascismo nascente (quale fenomeno nazionale e transnazionale) e rielaborata, nella sua asserita ideologia reazionaria, dal marxismo leninismo attraverso la negazione alla realtà monumentale di Roma del valore del “tramandato” in generale e in ottica di completa inutilizzabilità ai fini del fascismo. La pregiudiziale politica quindi risulta, all’attualità, presente in ogni ragionamento in ordine alla valorizzazione del bene culturale.

Walter Benjamin in “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica” sintetizza, con spunti innovativi, il dibattito ideologico della sinistra marxista tra cultura e struttura economico – sociale nel tentativo di cogliere nel bene artistico una potenzialità politico – rivoluzionaria rispetto al suo “sfruttamento capitalistico”. Nel lavoro di Benjamin si struttura la visione della sinistra marxista sulla metropoli e sul suo osservatore – sfruttatore, il cosiddetto “turista” non facilmente inquadrabile dall’ortodossia marxista in una particolare classe sociale. Vi è pertanto nella sinistra un non detto latente di ambivalenza nei confronti sia del bene culturale e della metropoli, sia della nuova figura di fruitore dell’opera – non più “borghesia elitaria” ma “massa indifferenziata” – nel tentativo di reinserire il bene culturale all’interno della lotta di classe e farne uno degli elementi fondanti del contesto politico per la sua posizione nei rapporti di produzione e nella loro separazione da ogni valore di “tradizione” e del “tramandato” in generale.

L’esigenza che muove l’intero pensiero di Benjamin (come acutamente rilevato da Massimo Cacciari) è chiara e rappresenta il tratto fondamentale del rapporto con la teoria marxiana: il movimento rivoluzionario o è immanente al dispiegarsi delle forze produttive o si rovescia nel suo opposto. La teoria che Benjamin propone considera “completamente inutilizzabili” ai fini del fascismo quelle dimensioni di espressione che contrastano “essenzialmente” ogni valore di tradizione e del tramandato in generale: genialità, valore eterno, mistero, aura, distanza autore-pubblico, distinzione di generi. Con il che, verrebbe da dire, sembra quasi esserci una incompatibilità di “classe” tra masse e bene culturale, una sorta di antinomia genetica.

Tale difficoltà nel rapporto tra masse e bene culturale risulta del pari evidente nel momento in cui la cultura di sinistra si trova ad affrontare il fruitore del bene culturale e cioè il turista, che pur essendo massa non è la massa cui fanno riferimento le forze rivoluzionarie anticapitaliste. Roberto Calasso (L’innominabile attuale) così definisce il turista: “l’immagine del turista è generalmente associata ad una certa bruttezza e goffaggine… Il turista vuole innanzitutto star comodo e premunirsi dagli assalti del luogo estraneo che si trova a visitare. La comodità implica un certo rilassamento estetico. Spesso il turista non oserebbe girare nella sua metropoli vestito come gli accade di vestirsi nella sua metropoli straniera”.

Ma oltre il dato antropologico Calasso si spinge ad un accostamento tra la figura del turista e quello del consumatore di pornografia e del terrorista: “la convergenza delle culture verso l’unità si verifica nel turismo e nella pornografia. Sono mondi paralleli, dove vigono  regole simili. Massima riduzione nel repertorio dei gesti e delle azioni formalizzate minime differenze negli abbigliamenti e negli arredamenti”. A proposito di un luogo si dice subito se è intatto o sfigurato dal turismo. Secondo Calasso “si parla del turismo come di una malattia della pelle. Eppure il turista ideale vorrebbe visitare luoghi non sfigurati dal turismo così come il terrorista ideale vorrebbe operare in luoghi non presidiati con misure di sicurezza. L’uno e l’altro incontrano qualche difficoltà e devono addossarne la colpa ai loro compagni che li hanno preceduti”.

Il pensiero di Benjamin, anche nella rilettura fornita da Cacciari, e quello di Calasso si pongono nella linea della cosiddetta “antropologia funzionalista” tracciata da Durkheim. Ma al fondo vi è la sostanziale impossibilità per l’antropologia funzionalista di stampo marxista di conciliare masse e fruizioni del bene culturale avulso dai valori di continuità storica, riflessioni, aura che vengono ritenuti sentimenti in astratto utilizzabili dai “fascismi”.

All’attualità su Roma Capitale si abbatte la sciagura del “pezzentismo” dei 5 Stelle. Pezzentismo come sintesi di ignoranza storico artistica e di generico pauperismo (ingenuo e senza basi finanziarie) e privo, naturalmente, dell’apparato concettuale del marxismo leninismo. In questa situazione la valorizzazione economica dei beni culturali che ha bisogno del turismo e delle masse quali elementi fondanti di un piano industriale strutturato sotto il profilo dell’economia e della gestione del territorio diventa difficile se non impossibile. Sarebbe necessario da parte delle forze alternative alla sinistra sottrarre il bene culturale nella sua accezione di valorizzazione e di attrattore di complesse realtà economiche dal terreno dell’ideologia per restituirlo ad una cornice di economia dinamica priva di ambizioni “escatologiche” e di strumentalità “politiche”.

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