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Berlino in crisi

L’economia tedesca è in affanno e la Merkel rischia di strozzarla

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La crisi economica che ha gravemente colpito la Repubblica federale dopo due anni di modesta crescita allarma per una serie molto vasta di ragioni. Ci limitiamo a riportarne alcune. Innanzitutto, a un anno dalla scadenza della legislatura, il governo di Grosse Koalition tra CDU/CSU ed SPD pare arrovellarsi in futili e meschine diatribe interne, che poco hanno a che vedere con il benessere e la prosperità della Germania. Querulo e litigioso, l’esecutivo manca dell’incisività necessaria per imprimere la svolta di cui un paese morso dalla recessione avrebbe bisogno. I pochi obiettivi centrati sono quasi sempre il prodotto di compromessi bislacchi e inefficaci, mini-riforme partorite da tre forze politiche che, quantunque collocate al centro dello schieramento, mantengono vive le loro peculiarità storiche.

Si prenda l’esempio delle ferrovie. Non più tardi di sei mesi dopo l’ascesa di Frau Merkel al Kanzleramt, i quotidiani tedeschi fecero strame d’inchiostro per annunciare l’imminente cessione ai privati di Deutsche Bahn. In origine, si arrivò persino ad ipotizzare la vendita della rete. Ebbene, a tre anni da quel profluvio di toni trionfalistici che cos’è rimasto? Assolutamente nulla. L’approdo in borsa del 20% di DB (questi i termini della più recente trattativa), programmato per la fine del 2008, è stato letteralmente derubricato con un tratto di penna. “C’è la crisi finanziaria”, si è osservato. In realtà, mai come in questo momento si sarebbe sentita la necessità di una simile operazione. E questo perché ne avrebbero tratto giovamento in primis le casse dello Stato; in secondo luogo perché una cessione di questo tipo non avrebbe irrigidito ulteriormente i meccanismi di mercato, dando il buon esempio a quegli investitori ingessati oggi da una irreversibile crisi di fiducia.

Specularmente, è da lodarsi il comportamento messo in atto da Commerzbank, istituto di credito che, nonostante gli attuali chiari di luna, un paio di settimane fa ha deciso di accelerare il processo di fusione con Dresdner Bank, al fine di garantire una certa dose di solidità ad un sistema bancario fragile e frammentato qual è quello tedesco. Il governo, invece, naviga a vista e dà l’impressione di non avere contezza del da farsi. Il copione sperimentato per Deutsche Bahn si è infatti riproposto in occasione della riforma della tassa di successione varata lo scorso fine settimana dal Bundestag dopo mesi di rovente dibattito. Il compromesso appare anche qui nettamente al ribasso e ha fatto bene l’FDP a metterlo molto prosaicamente in luce.

Lungi dal produrre uno shock benefico per le imprese, l’impianto della normativa è estremamente farraginoso e complesso. Al di là dei limitati sgravi per le coppie, i figli e i nipoti (non per i fratelli), l’onere più greve se lo sobbarcheranno infatti gli imprenditori, ai quali è sì fatto sconto del pagamento della tassa, ma a patto che gli eredi continuino per almeno dieci anni nell’attività, senza sostanzialmente poter tagliare posti di lavoro. L’escamotage, voluto con forza dai socialdemocratici, ha fatto insorgere le associazioni dei datori di lavoro, la più parte dei quali sta pensando di “espatriare”, in Austria ad esempio, dove la tassa di successione non esiste più da anni.

Ed è proprio in tema di competitività internazionale e di carico impositivo che il governo tedesco si è mosso  e continua a muoversi con passo malfermo ed impacciato. Dopo il taglio della pressione fiscale sulle imprese (approvato nel 2007 ma entrato in vigore solo nel gennaio scorso), il Gabinetto di Frau Merkel ha congelato qualsiasi aspettativa di una sforbiciata dell’ESt (l’IRPEF tedesca), rinviandola senza appello alla prossima legislatura. E questo benché non passi giorno senza che la CSU bavarese non rivolga un accorato appello alla Cancelliera, esortandola a sgravare i cittadini dall’elefantiaco carico di imposte che li assillano. Secondo un’indagine condotta dal World Economic Forum, il sistema fiscale tedesco sarebbe infatti il più ingarbugliato e meno chiaro tra quelli dei 102 paesi presi in considerazione, senza contare il suo alto tasso di oppressione, più volte meritoriamente denunciato dal think tank liberale INSM (Initiative Neue Soziale Marktwirtschaft).

In uno studio dell’OCSE del marzo scorso si evidenzia che su 100 euro di retribuzione ad un lavoratore rimangano in media solo 47,80 Euro. E questo in ragione della serie infinita di tasse e contributi sociali (equamente ripartiti tra datori di lavoro e lavoratori) volti a finanziare il mastodontico Welfare State della locomotiva d’Europa. Di qui il monito lanciato l’altro giorno da Michael Hüther, direttore dell’Istituto per l’economia tedesca (Idw), ad operare un drastico taglio delle aliquote, prima che diventi troppo tardi per sbrogliare la matassa. Ad oggi la Grosse Koalition non ha sembra avere idea di quale strada imboccare, se quella keynesiana o quella liberale. Di certo tutto si può dire fuorché l’azione dell’esecutivo si sia esplicata nell’approvazione di provvedimenti favorevoli alla cultura della libera iniziativa. Anzi.

La paura delle “cavallette” (per citare l’infelice uscita dell’attuale presidente dell’SPD Franz Müntefering), riesplosa a febbraio con il caso Nokia, è stata abilmente cavalcata dai politici di entrambi gli schieramenti e da allora non si è più arrestata. Persino quando a voler rilevare un’impresa tedesca non è un pericoloso fondo sovrano, ma un’altra impresa tedesca le bocche si storcono. Impegnata da tempo in una difficoltosa scalata a Volkswagen, il gruppo Porsche deve infatti tuttora vedersela con una legge liberticida (la famigerata legge Volkswagen che attribuisce una corposa golden share alla politica, nel caso di specie al Land Bassa Sassonia), già cassata dalla Corte di Giustizia europea, ma difesa a oltranza dalla CDU e dalla Cancelliera Merkel.

Per farla breve, è proprio la gretta e meschina difesa degli interessi nazionali ad aver agito da catalizzatore per tale atteggiamento ambiguo ed ondivago del governo tedesco in sede europea. Orgogliosi di un sistema bancario che fa acqua da tutte le parti, i tedeschi non avrebbero mai pensato che la crisi potesse far breccia nella roccaforte teutonica e, ai primi di ottobre, respinsero pervicacemente l’ipotesi di un fondo europeo per il salvataggio degli istituti di credito, convinti di dover sborsare più di quanto in realtà avrebbero ricevuto. Ma le previsioni si sono rivelate fallaci. Le banche regionali pubbliche hanno cominciato a languire e a tendere la mano chiedendo il soccorso dello Stato. Soccorso che si è infine rilevato elefantiaco, persino sproporzionato. Dopo il credito è stata la volta dell’auto, comparto chiave per le sorti dell’economia tedesca. E anche qui Frau Merkel ha tentennato, guadagnandosi l’epiteto, affibbiatole dall’Economist, di silent woman. Aiuti sì o aiuti no?

Di fronte alle richieste pressanti di Opel, agonizzante per via della situazione della controllante GM, la coalizione di governo ha approvato un pacchetto striminzito di misure volte a stimolare l’economia. Sostanzialmente ininfluenti sul piano degli effetti, tale insieme di provvedimenti, tanto più se affiancato da un piano più corposo, produrrà un sensibile peggioramento della salute dei conti pubblici, fiore all’occhiello e pietra miliare dell’intera azione di governo. Eppure, da più parti si rimprovera a Frau Merkel di non essere stata abbastanza decisa nel voler provvisoriamente svuotare di contenuto i criteri di Maastricht per dare avvio ad un gigantesco piano neokeynesiano di sostegno alla domanda aggregata e di investimenti in infrastrutture.

In realtà la signora Merkel, declassata in poco tempo dal rango di abile e prudente tessitrice dei rapporti diplomatici a goffa statista incapace di tenere a bada un consiglio dei ministri rissoso e attaccabrighe, non si è limitata a dire no ad interventi straordinari concertati a livello europeo. Respingendo le critiche della componente più liberale del suo schieramento, si è messa anche di traverso rispetto all’ipotesi ventilata di drastico taglio delle tasse sulle persone fisiche. Il risultato è che la Germania boccheggia. Le esportazioni, sulle quali ha sinora fondato la sua prosperità, sono in una fase di stanca. E il governo tira letteralmente a campare. Il 2009 sarà un anno di elezioni (regionali, europee ed infine federali). Il rischio di scontentare qualche componente vitale del proprio elettorato di riferimento ha prodotto e continuerà a produrre inazione e fiacche misure una tantum.

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