“Leggenda nera” e verità storica sull’Inquisizione spagnola
14 Giugno 2009
Dapprincipio, sotto il regno di Isabella e Ferdinando, si occupava essenzialmente di conversos. Ovvero di quegli ebrei “che si erano volontariamente convertiti al cristianesimo ma che di solito erano ritenuti fedeli insinceri ed erano sospettati di praticare segretamente la loro antica religione”. L’istituzione in questione è la famigerata Inquisizione spagnola di cui racconta le gesta con sintetica efficacia un libretto scritto da Helen Rawlings, intitolato perlappunto “Inquisizione spagnola”, uscito lo scorso anno per i tipi de il Mulino, senza lasciare dietro di sé una particolare eco. Invece si tratta di un’opera ragguardevole che in poco meno di duecento pagine riassume tre secoli e mezzo di storia e soprattutto traccia un profilo non scontato del noto tribunale ecclesiastico.
A cominciare dal problema iniziale che parlava piuttosto il linguaggio della stabilità politica che quello della fede in senso stretto. Il pio tribunale nasce come strumento della Corona più che del Papa romano e dai sovrani è usato, con una certa spregiudicatezza, per consolidare le basi nel nuovo potere statuale. In gioco, i destini di un regno “sorto solo da poco” (dopo secolari contenziosi con indocili vicini e soprattutto con gli occupanti mori) che non intendeva alimentare il rischio di offrire eccessivo spazio a una quinta colonna, considerata segnatamente (e ovviamente a torto) malfidata. Un timore forte, quasi imperioso. Talmente diffuso nella società spagnola del tempo da spingere i due sovrani cattolici alla creazione di quella “speciale istituzione”. Mettere fuori gioco i conversos è effettivamente l’impegno primario a cui sono dediti quel tipo particolare di giudici in abito talare. Un’opera indefessa, che peraltro ne rovina per sempre il destino. “L’Inquisizione divenne così universalmente”, osserva l’autrice “un sinonimo di intolleranza e di brutalità ai danni dei criptogiudei delle città spagnole. Una reputazione che avrebbe accompagnato l’intera storia del tribunale, anche se la caccia ai conversos rappresentò solo una piccola percentuale della sua attività complessiva”.
All’incirca una “leggenda nera”, un mito rovesciato che descrive la Spagna come un paese in balia di “fanatici bigotti”. In realtà – si spiega nel libro l’Inquisizione – “non fu uno strumento di repressione e di controllo ideologico così solido” come a lungo si è per pregiudizio ideologico eguale e contrario pensato. Tortura e pena di morte vi sono applicate piuttosto di rado (e perlopiù nei primi vent’anni di vita di questa speciale magistratura) e soprattutto con una certa parsimonia se si confronta la realtà spagnola con quanto accadeva, nel medesimo arco di anni, in altre nazioni occidentali che nella vulgata passano per civili e tolleranti. In Francia e nella stessa liberale Inghilterra, infatti, si proseguiva a “bruciare gli eretici fino al XVII secolo inoltrato”. Sempre sul versante correzione di tiro rispetto alla cosiddetta “leggenda nera”, il volumetto pubblicato da il Mulino precisa che l’Inquisizione iberica “non fu impegnata solo nella persecuzione delle fedi minoritarie, ma si preoccupò, in modo significativo, di correggere taluni aspetti del comportamento e della fede della gente comune”. La conclusione è in un certo senso sorprendente quanto disarmante. “Il Sant’Uffizio”, precisa Helen Rawlings, “non fu un’istituzione così potente come si è immaginato in precedenza. Nel suo operare dovette scendere a patti con la giurisdizione di altri organi di governo, con la Chiesa e con la Corona”. Eccetera, eccetera.
