“Leggi ad personam? No, solo una riforma coraggiosa della giustizia”

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“Leggi ad personam? No, solo una riforma coraggiosa della giustizia”

28 Marzo 2011

 

Caro Direttore,

le pagine del Corriere di ieri dedicate alla giustizia esemplificano bene l’irrisolta profondità dell’anomalia italiana e il peso dell’onere storico che ricade su chi tenta di sciogliere il nodo gordiano che blocca la nostra democrazia. Da una parte la cronaca di uno dei processi al premier: il ventottesimo da quando Silvio Berlusconi è entrato in politica, il quinto in corso dopo che i ventitré precedenti si sono chiusi senza mai una condanna. Accanto, le polemiche scaturite dall’ennesimo sconfinamento politico dell’organo di autogoverno della magistratura. In basso, l’intervista di uno stimato procuratore che confonde il piano di una riforma costituzionale per rendere la giustizia più giusta con il piano delle misure ordinarie per renderla più efficiente, senza peraltro dare atto dei molti provvedimenti assunti su quest’ultimo versante, iniziando dalla riduzione dei processi civili pendenti.

In mezzo, un bell’articolo di Pierluigi Battista dedicato a uno spettacolo teatrale su Bettino Craxi e all’irrisolta tragedia nazionale che l’eliminazione violenta di quel capro espiatorio simboleggia drammaticamente. Tuttavia, lo stesso Battista che ieri dava conto della crudeltà di quella morte in esilio con cui si era mondata una sorta di “colpa collettiva”, il giorno prima imputava alla maggioranza di aver lastricato la strada della riforma della giustizia di cosiddette leggi ad personam. Accusava il ministro Alfano di aver mancato all’impegno di non confondere la riforma con provvedimenti sospettabili di ricadute contingenti. Lasciava intendere che la legittimazione del governo e della maggioranza a proseguire lungo la strada intrapresa dovrebbe passare anche dalla rinuncia a farsi carico di quell’anomalia che ieri ha ucciso Craxi e oggi vorrebbe togliere di mezzo Berlusconi.

Dobbiamo essere chiari, per evitare che una sorta di strabismo, talvolta anche involontario, condizioni irrimediabilmente il dibattito. Il ministro Alfano si è caricato il peso di una riforma coraggiosa che riequilibri la bilancia della giustizia, restituisca centralità al cittadino e reinserisca l’ordine giudiziario, oggi autoreferenziale, in un sistema di pesi e contrappesi. Si tratta di una proposta di revisione costituzionale che impone lunghe procedure parlamentari: l’arma polemica della “riforma ad personam”, dunque, è spuntata in partenza. Di ripiego, l’accusa di voler utilizzare il potere legislativo per disinnescare le vicende giudiziarie del premier si è concentrata verso alcune misure ordinarie all’esame del Parlamento.

Iniziamo col dire che non si tratta di leggi ad personam ma di norme consone a uno Stato di diritto; che la cosiddetta “prescrizione breve” è in realtà una razionalizzazione dei tempi a seguito di una riforma della prescrizione che l’aveva allungata e non accorciata; che se si chiede a un cittadino di difendersi nel processo lo si deve mettere in condizione di esercitare tutte le proprie prerogative di difesa, ivi compresa l’audizione di testimoni. Ma diciamo pure che se i canoni di un processo, se non giusto almeno sostenibile, si applicheranno anche al cittadino Berlusconi, si tratterà di un valore aggiunto e non di un marchio d’infamia per la maggioranza che quelle norme avrà voluto e approvato. Rintanarsi nelle Aule parlamentari a discutere la riforma costituzionale della giustizia lasciando che in altre aule Berlusconi venga accusato senza strumenti adeguati per difendersi significherebbe chiudere con una sconfitta per la democrazia quella resa dei conti di cui parla Battista rievocando Craxi. Servirebbe a poco riscrivere le regole del gioco consentendo che nel frattempo il giustizialismo vinca a tavolino la sua partita della vita. Se il “nemico” verrà abbattuto per via giudiziaria e le sorti della democrazia saranno decise da un tribunale e in assenza di garanzie per l’imputato, sicuramente la nostra verginità resterà intatta: ma il giorno dopo non sapremo che farcene. E ad essere sconfitto sarà l’intero Paese, in attesa del prossimo spettacolo teatrale.