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L'”Ei fu” di Matteo Renzi

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Dopo il caos delle riaperture non riaperture del 4 maggio il rito, quasi ridicolo nella sua tragicità, dei provvedimenti economici annunciati, contraddetti, scritti e poi reinterpretati e poi riannunciati avrei voluto, e mi sia perdonato, accostare il governo di Giuseppi (stante la prossimità di date con il 5 maggio) al memorabile incipit manzoniano “Ei fu”.

Ad oggi ritengo che quel “Ei fu” fosse corretto ma non per Giuseppi bensì per Matteo Renzi (e forse anche per l’altro Matteo). La politica di Renzi, scimmiottante i 5 Stelle originari di lotta e di governo, che ha fatto della creazione del nuovo governo Giuseppi (erede del Conte 1) la propria cifra politica presenta dei tratti di tragicità da letteratura russa.

Legittimare un premier (Giuseppi) di cui apertamente si riconosce modestia di politica e di curriculum avendo la consapevolezza che il tempo lo affina e lo struttura (rafforzandolo) sia di politica che di curriculum deve essere, povero Renzi, una vita atroce.

La resilienza di Giuseppi, la simpatia che per lui ha un certo tipo di Europa, la sua paracula politica nei confronti delle teorie pauperistiche terzomondiste di Papa Francesco, fanno ritenere che del furbo avvocato pugliese non ci si libererà a breve. Ma la vita politica di Giuseppi porta, inevitabilmente, al declino della vita politica di Matteo Renzi.

Più Giuseppi resiste ed acquisisce presenza mediatica e potere più Renzi illanguidisce e sbiadisce nella totale irrilevanza. Certo in teoria Renzi avrebbe i numeri per far cadere Giuseppi. Ma basta vederlo nelle, sempre meno frequenti, apparizioni televisive con quell’espressione, apparente, – e prendo a prestito Tolstoj “che sembra indicare che era stato fatto quel che doveva esser fatto ed era stato fatto bene”.

Ma osservando meglio ed ascoltando con più attenzione la raffica dell’eloquio renziano non ci si sa sottrarre all’impressione che il nostro Matteo sia all’interno del dilemma espresso magistralmente da Tolstoj in “La morte di Ivan Ill’ic”.

E cioè che al nostro si possa affacciare al pensiero “il dubbio che ciò che prima gli era parso assolutamente impossibile, cioè che la sua vita non fosse stata come doveva essere, fosse invece la verità. Dubitò che quelle tentazioni di rivolta, appena percettibili, contro tutto ciò che le persone altolocate approvavano, quelle tentazioni appena percettibili, che egli scacciava subito, potessero essere le sole cose buone della sua vita, e che tutto il resto fosse biasimevole. E che la sua vita ufficiale e la sua vita privata e la sua famiglia e i suoi interessi sociali e le sue occupazioni di magistrato tutto ciò potesse essere spregevole.

Si provò a difendere tutte queste cose innanzi a se stesso. E a un tratto sentì tutta la debolezza dei suoi argomenti di difesa. Non c’era nulla che si potesse difendere. “Nell’atteggiamento di Matteo Renzi verso Giuseppi si percepisce “che tutto è sbagliato, un orribile enorme inganno che nasconde la vita e la morte”. Perchè un politico come Renzi, cui non si può non disconoscere un certo talento naturale ed una notevole dose di spregiudicatezza politica, abbia deciso di immolarsi per Giuseppi francamente rimane un mistero insondabile forse anche per lui stesso.

Probabilmente, come Ivan Ill’ic, avrà pensato che il politicamente corretto, lo sgambetto fatto all’altro Matteo (Salvini), il fatto di legittimare un soggetto da lui per primo ritenuto inadeguato, gli avrebbe valso la “riconoscenza istituzionale” e restituito quell’aura di statista definitivamente ammaccata dall’esito del referendum istituzionale (cui l’aveva trascinato la Boschi). Povero Renzi. Che è pure toscano come Machiavelli.

E come il Segretario fiorentino scrisse di Repubblica in tempo di Principato e di Principato in tempo di Repubblica (meritandosi i rimproveri di Guicciardini che lo invitava a prestare attenzione al suo “particulare”) dimostrandosi pessimo interprete delle proprie geniali e folgoranti idee così il Senatore Renzi fu “rivoluzionario” quando avrebbe dovuto essere istituzionale ed è stucchevolmente, e forse frustratamente, istituzionale ora che bisognerebbe avere una visione rivoluzionaria.

Perchè il termine rivoluzione non solo non appartiene alla sinistra marxista, che culturalmente ne gestisce il monopolio, ma nasce come portato della borghesia liberale come riconosciuto dallo stesso Marx ne “Il capitale”.

Quel “Ei fu” è ancora in bilico e la parca Atropo non ha ancora tagliato il filo. Ma di tempo il Renzi non ne ha molto. Disarcioni Giuseppi e si riprenda la sua vita personale e politica per il bene dell’Italia. Sia rivoluzionario e non muoia di rimpianti come Ivan Ill’ic. Ora è già tardi.

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