Disagio giovanile

L’esercito dei Neet (e non è una buona notizia)

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Non studiano, non lavorano, non seguono alcun corso di formazione e sono denominati “i giovani senza futuro”: si tratta dei Neet, acronimo inglese, che sta per “not in education, employment or training” e, purtroppo, anche l’Italia ne è piena. Come riporta Leggo, il desolante quadro è emerso dalla ricerca “Il silenzio dei Neet” ed è stata realizzata dall’Unicef: in base ad essa e agli ultimi dati Istat il 23,4% dei ragazzi italiani compresi tra i 15 e 29 anni risulta inattivo. Il confronto con il resto d’Europa è spietato, perché, negli altri Paesi, la media è del 12,9%.

Nel nostro Paese, la maggior parte dei Neet si concentra al sud Italia, in particolar modo la Sicilia, che detiene il poco confortante primato in questo senso, con una percentuale del 38,6%. A seguire la Calabria (36,2%) e la Campania (35,6%). Solo al nord la situazione migliora fortemente, in quanto la percentuale scende al 15,5%. Ancora, i giovani che vanno dai 25 ai 29 anni, sono la categoria più colpita, perché il 47% di loro è nullafacente. A seguire ci sono i ragazzi tra i 20 e i 24 anni con una percentuale che si aggira al 38%. Infine, vi è la fascia di età che va dai 15 ai 19 anni, con il restante 15%. Ad ogni modo, il dato che preoccupa di più, è che la maggior parte di chi rimane a casa a guardare la televisione – invece di cercare lavoro – ha conseguito almeno un diploma di scuola secondaria superiore e si tratta del 49%; ancora, l’11% è addirittura laureato. Si tratta, pertanto, di numeri che segnano un futuro complicato per l’Italia e che riaprono anche un vecchio e annoso problema, ossia la carenza di lavoro nel Mezzogiorno.

Proseguendo con l’analisi dei dati statistici, secondo il “Rapporto giovani”, del 2017, in Italia, molti giovani usciti dal sistema formativo si trovano carenti di adeguate competenze e sprovvisti delle esperienze richieste dalle aziende: meno del 40% degli intervistati, infatti, considera la scuola utile per trovare più facilmente un’occupazione e meno del 33% ha trovato nella scuola conoscenze e informazioni valide per capire come funziona il mondo del lavoro. Meno del 10% degli intervistati, per di più, dichiara di aver trovato lavoro attraverso i servizi per l’impiego. Pesano, di conseguenza, anche le scarse opportunità nel sistema produttivo.

La problematica connessa a questo fenomeno – come è facile immaginare – non ha solo natura economica, ma anche psicologica. Come riporta la prima indagine su questo tema condotta a livello nazionale, nel 2015, i Neet sono affetti da un forte senso di disagio e di inadeguatezza, creato dalla loro condizione, costituita da senso di precarietà e da esclusione sociale. Dunque, questi giovani sono accomunati dal fatto di non essere “né dentro le cose, né fuori di esse” ed è per questa ragione che il tutto può avere come risvolto la depressione. Dalla medesima indagine, inoltre, sono emerse tre diverse categorie di Neet: la prima è quella dei giovani di successo, composta da ragazzi con famiglie abbienti su cui possono contare e percorsi formativi privilegiati, spesso con esperienze all’estero; la seconda è quella più numerosa ed è costituita da coloro che provano ad entrare nel mondo del lavoro, ma che, per diversi motivi, economici o di esperienze, fanno fatica; ed, infine, quella dei marginali, che appunto si trovano al di fuori del mondo formativo e lavorativo, rassegnandosi alla loro condizione, smettono di mandare curricula e chiudendosi nell’isolamento.

A questo punto appare ormai inevitabile e doveroso pensare ad una seria e valida riforma dell’istruzione, in generale, e del sistema scolastico, in particolare: questa riforma deve avere lo scopo di consentire ai giovani italiani di uscire dalla scuola o dall’università con la giusta consapevolezza e con la necessaria competenza, per potersi inserire nel mondo del lavoro. Se si vuole scongiurare una nuova ondata di “fuga di cervelli” e la presenza di un esercito di giovani depressi è arrivato il momento di agire.

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