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L’Europa dà il via alla Conferenza intergovernativa

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Sembrava raggiunto il compromesso un mese fa tra i leader dell’Ue e la Polonia sul testo costituzionale che prevedeva il rinvio, al 2014, dell’adozione del voto a doppia maggioranza, invece niente da fare. La preoccupazione per le pretese di Varsavia al sistema di votazione previsto dal progetto di trattato ha reso incerto l’altro ieri l’inizio dei lavori della Conferenza intergovernativa. Lunedì 23 luglio, infatti, ha preso il via ha Bruxelles la Cig incaricata di preparare il nuovo Trattato dell’Unione dopo l’accordo del Consiglio europeo del 21-22 giugno che ha salvato le parti essenziali della Costituzione europea bocciata due anni fa da Francia e Olanda. Il ministro degli Esteri portoghese Luis Amado, presidente di turno del Consiglio dell’Ue, ha ribadito l’intenzione di far valere il progetto di Trattato entro la metà di ottobre, in modo da poterlo sottoporre ai capi di Stato e di governo nel vertice del 18-19 di quel mese a Lisbona. Il testo potrebbe in questo modo essere aperto alle ratifiche dal primo gennaio prossimo, sotto la presidenza di turno slovena, ed entrare in vigore sotto la presidenza francese dell’Unione prima delle elezioni per il rinnovo dell’Europarlamento del giugno 2009. Tuttavia la delegazione polacca ha accompagnato l’apertura della Conferenza con l’ennesimo tentativo di minaccia negoziale, che è sembrato un modo per strappare probabilmente nuove concessioni.

Già a giugno, il consenso sul “Trattato di Riforma” che sostituirà il testo firmato a Roma, era arrivato dopo lunghe trattative, quando, oltre a rinviare di dieci anni il nuovo sistema di voto, è stato riproposto il “compromesso di Ioannina” a tutela della minoranza. Allora, il risultato del Consiglio europeo era stato accolto con sollievo da chi temeva il peggio e per superare l’ostruzionismo, ai polacchi era stato accordato che il sistema di voto cosiddetto a doppia maggioranza, che prevede una maggioranza qualificata calcolata in base al 55% degli Stati membri e al 65% della popolazione dell’Unione Europea, entrerà in vigore non prima del 2014 con delle salvaguardie per i polacchi fino al 2017, quando si passerà al sistema di votazione definitivo. La soluzione rappresenta una via di mezzo tra il Trattato firmato a Roma, che stabilisce il passaggio immediato a questo tipo di voto, e Varsavia che sosteneva il rinvio al 2020 allo scopo di beneficiare per un periodo più lungo delle vantaggiose condizioni del voto ponderato ottenute a Nizza nel dicembre del 2000 e che garantisce ai polacchi un peso maggiore nelle votazioni. Il sistema che viene proposto per il nuovo trattato indebolirebbe la Polonia che ha la metà della popolazione tedesca e che era favorita dalle decisioni prese a Nizza che davano a Spagna e Polonia due soli voti di differenza rispetto alla Germania, 27 contro 29. Di più: oltre al rinvio al 2014 del sistema di voto a doppia maggioranza, l’accordo comprendeva anche la clausola cosiddetta Ioannina, dal nome della città greca dove è stata definita nel 1994. La formula prevede che, nel caso di voto a maggioranza qualificata, se un piccolo gruppo di paesi è vicino a formare una “minoranza di blocco”, senza però raggiungerla, può comunque chiedere il riesame della decisione in discussione. La procedura a tutela delle minoranze è stata applicata pochissimo e nel 2002 è stata annullata con l’applicazione del Trattato di Nizza, per poi essere riproposta nel Consiglio europeo di un mese fa, per andare incontro ai timori della Polonia di rimanere schiacciata tra i grandi paesi a causa del nuovo sistema di voto.

Insomma, una situazione non ancora del tutto risolta ma che ha portato tutti i protagonisti a parlare di un’alta probabilità di raggiungere un accordo complessivo entro dicembre 2007. Prospettiva che permetterà all’Europa, con i suoi 27 Stati e quasi 500 milioni di abitanti, di costruirsi non solo in nome dell’euro, dandosi finalmente una connotazione politica sulla base delle novità introdotte nella vecchia Costituzione, anche se con prospettive meno ambiziose. La Conferenza intergovernativa in questo modo ha concentrato il compromesso sulle divergenze istituzionali e sugli strumenti della politica, mettendo da parte le problematiche relative al futuro dell’Europa e quindi rinviando ancora l’armonizzazione delle differenze politiche, economiche e identitare.

Ecco in sintesi gli altri interventi correttivi previsti dal nuovo Trattato: l’Ue avrà dal 2009 un nuovo presidente del Consiglio, che resterà in carica per due anni e mezzo: avrà un mandato rinnovabile per una sola volta e sostituirà le presidenze semestrali a rotazione assegnate ogni sei mesi a ogni paese; sempre dal 2009, le presidenze semestrali resteranno invece in vigore per le riunioni, i negoziati e le decisioni su tutti i temi settoriali (agricoltura, economia, politica fiscale e ambiente); dal 2009 l’Ue acquisirà piena personalità giuridica come soggetto internazionale e potrà firmare trattati internazionali a nome di tutti i suoi Stati membri (finora i negoziati e la firma dei trattati erano competenza dei singoli paesi membri); verranno ampliati poteri e competenze del Parlamento europeo, che avrà 750 seggi (16 in più di oggi); la Commissione dal 2014 sarà composta da tanti commissari pari a due terzi dei paesi membri dell’Unione europea; infine, come dicevo, il sistema di voto cambierà soltanto dal 2017 e non dal 2009 (Lo slittamento della riforma è la concessione strappata dalla Polonia. Fino al 2017 si voterà secondo il calcolo dei voti assegnati da ogni paese dai Trattati del vertice di Nizza del dicembre 2000).  

A questo punto, se teniamo conto del percorso accidentato da cui esce, ed è comunque migliore di quanto facessero presagire i dibattiti e le schermaglie succedutesi in questi mesi, l’accordo raggiunto il 23 luglio dai ministri degli Esteri per la convocazione della Conferenza intergovernativa che dovrà scrivere il nuovo Trattato, evita il trauma del fallimento di un compromesso. Tutto merito della pazienza negoziale di Angela Merkel, presidente della Ue nel Consiglio europeo di giugno. Il cancelliere tedesco nella maratona negoziale di un mese fa aveva superato anche l’ostacolo Gran Bretagna. Le concessioni accordate ai britannici, sulle scia delle quattro “linee rosse” segnalate ai colleghi dal premier Tony Blair, sono state: una clausola che salvaguardi la Common Law (il sistema giuridico anglosassone), un “opting-out” sulla Carta dei Diritti fondamentali (lascerà liberi gli stati di legiferare in fatto di famiglia e moralità pubblica) e la certezza che al futuro ministro degli Esteri Ue non sia attribuito questo nome, ma quello di “Alto rappresentante per la politica estera”.

Ad oggi, pertanto, può essere considerato un successo l’accordo su un testo costituzionale semplificato capace di dare all’Europa quantomeno un quadro di regole e valori comuni che vada oltre la liberalizzazione degli scambi e dei movimenti di uomini, merci e capitali, e rappresenti un tessuto più forte e vincolante delle leggi e dei regolamenti burocratici su cui in gran parte ora si fonda la vita quotidiana dell’Ue. Il nuovo Trattato permetterà a Bruxelles di superare l’immobilità in cui è caduta dopo i “no” di Francia e Olanda alla Costituzione europea nel 2005, garantendo quella funzionalità che nell’Europa a ventisette è finora venuta a mancare.

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