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L’Europa di Benedetto, Assisi e Norcia

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di Vera Capperucci e Daniele Federici

Come da tradizione, anche quest’anno il consueto appuntamento promosso dalla Comunità di Sant’Egidio nella cittadina umbra di Assisi, non ha mancato di sollevare interesse e dibattito. Il tema di fondo del confronto, che ha costituito uno dei tre eventi organizzati in ricordo del XX anniversario dell’incontro interreligioso di preghiera per la pace, voluto da Giovanni Paolo II il 27 ottobre 1986, è stato racchiuso nella formula «Per un mondo di pace. Religioni e culture in dialogo».

 

Sedici le tavole rotonde previste nel corso delle due giornate di lavori, oltre duecento i leader presenti in rappresentanza delle diverse religioni, numerose le personalità della cultura e delle istituzioni. Benedetto XVI, nel messaggio augurale inviato alla vigilia dell’apertura dell’incontro a mons. Domenico Sorrentino, vescovo della diocesi di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino, ha ripercorso le fasi che portarono il suo predecessore ad indicare, in un incontro comune di tutte le religioni, l’occasione per superare e fronteggiare la tensione internazionale che dalla metà degli anni ottanta tendeva ad accrescere la distanza tra blocco occidentale e blocco sovietico.

Alla luce del nuovo risveglio della violenza religiosa l’intuizione di Giovanni Paolo II fu dunque “profetica”, ma deve essere liberata, sottolinea il papa, dalle interpretazioni sincretistiche, fondate su una concezione relativistica della verità religiosa. Il pontefice ritorna così su quella concezione di dialogo già più volte affermata. Se la religione non può che essere foriera di pace, in tutte le sue manifestazioni, e se a nessuno è lecito assumere il motivo della differenza religiosa come presupposto o pretesto per un «atteggiamento bellicoso verso gli altri esseri umani», non bisogna però cedere alla tentazione di annullare le diversità, che esistono e che contribuiscono a definire il percorso storico e culturale di ciascuna fede. Non è infatti sulla negazione delle diversità che si costruiscono il dialogo e la pace. Quest’ultima è, in primo luogo, uno stato che va cercato e custodito nel cuore di ciascuno, sviluppato poi nella dimensione orizzontale, nel rapporto con gli altri uomini, e alimentato nella sue dimensione verticale, nella relazione con Dio. Da questa ricerca scaturisce poi una precisa indicazione, che Benedetto XVI spiega riportando le stesse parole pronunciate da Giovanni Paolo II in occasione del primo incontro di Assisi: «Il fatto che noi siamo venuti qui non implica alcuna intenzione di ricercare un consenso religioso tra noi o di negoziare le nostre convinzioni di fede. Né significa che le religioni possono riconciliarsi sul piano di un comune impegno in un progetto terreno che le sorpasserebbe tutte. E neppure è una concessione al relativismo nelle credenze religiose». Nel dialogo, dunque, la scelta, auspicata anche nei testi conciliari, è di evitare che la convergenza dei diversi dia «l’impressione di un cedimento a quel relativismo che nega il senso stesso della verità e la possibilità di attingerla».

Nonostante la lettera del papa il convegno multireligioso di Assisi, per la mancanza di forti richiami alle differenze culturali-religiose, e anche per la presentazione che ne hanno fatto i mass-media, sembra avere favorito nella coscienza delle persone una concezione di dialogo che muove verso quegli approdi contro i quali Benedetto XVI, alla vigilia, aveva lanciato l’allarme.
Riccardi, fondatore della Comunità di sant’Egidio, nella cerimonia finale, ha tirato le somme dell’incontro: «Le religioni hanno affratellato popoli diversi. Possono continuare a farlo e a farlo su più ampi scenari, con braccia più larghe. Oggi la pace ha bisogno che si impari a vivere insieme tra gente diversa. Ovunque c’è questa sfida: o vivere insieme nel rispetto della libertà altrui, oppure scivolare, attraverso una cultura del conflitto, in veri e propri scontri. Tanti, troppi, giocano d’azzardo sulle differenze…». Il confine tra le due posizioni è certamente labile e ricco di sfumature. Meno sfumata è apparsa, tuttavia, la direzione verso cui è soffiato “lo spirito di Assisi”.

Dal 9 al 13 settembre si è svolto il viaggio in Baviera di Benedetto XVI, occasione per il pontefice di rivolgere, in interventi dal profondo contenuto teologico e culturale, un grande richiamo al mondo occidentale.
Nella Lectio magistralis svolta martedì 13 settembre all’università di Regensburg davanti ai rappresentanti del mondo della cultura, il papa in un discorso nello stesso tempo chiaro e profondo ha presentato la storia culturale del mondo occidentale secondo la prospettiva del rapporto fra fede e ragione. L’avvicinamento fra religione ed esigenze della ragione iniziato nel mondo ebraico trova il suo compimento nell’incontro fra cristianesimo e cultura greca: «l’incontro tra il messaggio biblico e il pensiero greco non era un semplice caso. La visione di S.Paolo, davanti al quale si erano chiuse le vie dell’Asia e che, in sogno, vide un Macedone e sentì la sua supplica: “Passa in Macedonia e aiutaci (At. 16, 6-10), questa visione può essere interpretata come una “condensazione” della necessità intrinseca di un avvicinamento tra la fede biblica e l’interrogarsi greco». Questa sintesi entra a determinare il contenuto della stessa fede cristiana; i testi canonici dei vangeli sono in lingua greca, il Vangelo di S. Giovanni inizia con le parole: «in principio era il λόγος», categorie filosofiche greche sono la base dell’espressione dogmatica della chiesa sul mistero di Cristo. La stessa formazione culturale dell’Europa si fonda sull’incontro fra spirito cristiano e greco, cui si è aggiunto il patrimonio di Roma. Nel tardo medioevo inizia invece il processo di rottura fra fede e ragione con l’esclusione di ogni principio di razionalità dall’idea di Dio e l’affermazione della sua assoluta trascendenza. L’origine di questo scivolamento è identificato da Benedetto XVI nel pensiero di Duns Scoto; altre tappe del tentativo di deelenizzazione del cristianesimo sono la riforma protestante del XVI secolo, con il postulato della sola Scriptura, e la teologia liberale del XIX e del XX secolo. La frattura fra fede e ragione genera le «patologie minacciose della religione e della ragione»; in particolare il compito della cultura occidentale è superare la concezione moderna di ragione positivista, che nasce da «una sintesi tra platonismo (cartesianesimo) ed empirismo, che il successo tecnico ha confermato», e nega la stessa grandezza della ragione e i suoi interrogativi fondamentali che aprono al trascendente. Secondo il papa solo in questa ritrovata armonia fra fede e ragione si può costruire un vero dialogo fra le religioni e culture.

Il discorso di Regensburg è dunque un invito rivolto al mondo della cultura europea affinché riscoprira l’unione di fede e ragione, che si realizza pienamente nel cristianesimo. L’insistenza sulla specificità della fede cristiana è emersa nella messa in luce della differenza fra la concezione del Dio cristiano e quella presente nel Corano. Benedetto XVI, riprendendo il noto islamista francese R. Arnaldez, sottolinea la tendenza della dottrina islamica a valorizzare gli aspetti di assoluta trascendenza di Dio, che rischia di rimanere estraneo ad ogni categoria umana. Da qui l’irragionevole e disumana volontà di voler diffondere la fede con la spada e la violenza della guerra santa; tema affrontato dal Papa partendo dalla ormai famosa citazione dell’imperatore Manuele II Paleologo.
Anche il concetto di ellenizzazione come dato permanente all’interno delle verità della fede cristiana indica un elemento peculiare della credo fondato sull’incarnazione; la storia di Gesù e della chiesa dei primi secoli entra a definire e determinare i contenuti stessi della fede appunto perchè il Dio cristiano non è assolutamente trascendente, ma λόγος che si è fatto carne coinvolgendosi così con la storia degli uomini e legando ad essa la sua rivelazione.

L’ampio percorso tratteggiato da Benedetto XVI, pur riprendendo molti temi non nuovi all’insegnamento universitario di Ratzinger, offre uno dei discorsi più significativi del suo magistero papale; l’insistenza sulla concezione di Dio come λόγος può fare considerare la lezione come una sorta di completamento della sua prima enciclica Deus caritas est.
Molti commentatori hanno comunque osservato che il papa a Regensburg avrebbe parlato da professore e non come pastore. In verità il discorso è una descrizione della specificità della fede cristiana e della sua concezione di Dio, insieme all’analisi culturale e storica dei motivi della sua crisi; le implicazioni intellettuali sono decisive ma si tratta dello stesso annuncio cristiano che ha caratterizzato tutto il viaggio in Baviera, seppure presentato a professori all’interno di un’aula universitaria. Un annuncio che genera odio e diffidenza come hanno mostrato le violente proteste dei paesi arabi e la solitudine, in cui i paesi occidentali e le istituzioni europee hanno lasciato il papa.

Come già detto la riproposizione semplice e chiara dei contenuti della fede e l’invito alla missione hanno dominato tutti i momenti della visita in Germania. Soffermiamoci solo su due esempi.
Nell’omelia domenicale del 9 settembre sulla spianata della nuova fiera di Monaco Benedetto XVI ha criticato il secolarismo dell’occidente, descritto come una vera e propria incapacità di avere un dialogo con Dio, «una debolezza d’udito nei confronti di Dio di cui soffriamo specialmente in questo nostro tempo», che riduce l’orizzonte della nostra vita con una concezione di ragione che esclude Dio e genera spavento e reazione nelle popolazioni ancora religiose per il suo cinismo e disprezzo del sacro. A queste considerazioni si è accompagnata l’affermazione che l’uomo ha bisogno del Dio cristiano, un Dio che compie la sua vendetta attraverso la croce, e l’invito all’evangelizzazione, «che deve avere la precedenza» sui progetti sociali, come spesso invece non avviene anche fra i cattolici. Significativo l’appunto alla chiesa tedesca: «ogni tanto, però, qualche vescovo africano mi dice: “Se presento in Germania progetti sociali, trovo subito le porte aperte. Ma se vengo con un progetto di evangelizzazione, incontro piuttosto riserve”».
Ricordiamo ancora per la sua chiarezza il discorso tenuto a Ratisbona nel corso della celebrazione ecumenica dei vespri nel duomo della città. Davanti ai rappresentanti di varie chiese e comunità della Baviera, della chiesa luterana e ortodossa e ai membri della commissione ecumenica della conferenza episcopale tedesca, il papa ha sottolineato, di fronte alla coscienza moderna che dimentica la realtà del peccato e il bisogno di essere salvati, l’importanza del tema della giustificazione e del perdono, e indicato la testimonianza di Cristo, salvezza dell’uomo, come compito principale del cristiano e condizione dell’incontro e del dialogo: «Chi è Dio, lo sappiamo da Gesù Cristo: dall’unico che è Dio. È mediante Lui che veniamo in contatto con Dio. Nell’epoca degli incontri multireligiosi siamo facilmente tentati di attenuare un po’ questa confessione centrale o addirittura di nasconderla. Ma con ciò non rendiamo un servizio all’incontro, nè al dialogo. Con ciò rendiamo soltanto Dio meno accessibile, per gli altri e per noi stessi.»

Verso la fine del mese, il 23 e 24 settembre, si è invece tenuta a Norcia la seconda edizione degli incontri dedicati al confronto tra laici e credenti organizzati dalla Fondazione Magna Carta in collaborazione, per la prima volta, con la Fondazione Internazionale Giovanni Paolo II per il Magistero della Chiesa e la Fondazione Sublacense Vita e Famiglia. Il tema centrale degli interventi di apertura dei lavori, affidati all’arcivescovo metropolita di Bologna Carlo Caffarra e all’ex presidente del senato Marcello Pera, era la definizione del rapporto tra religione e spazio pubblico di fronte alle sfide della contemporaneità. Dopo una breve premessa, finalizzata a circoscrivere l’ambito di riferimento del concetto di sfera pubblica, il cardinale Caffarra si è soffermato sulla particolare «vocazione» della fede cristiana a sviluppare i valori civili che la storia degli ultimi due secoli dell’Occidente ha trasmesso in eredità, operando al contempo una selezione tra l‘alternativa della privatizzazione secolarista e del fondamentalismo integralista. Nella ricerca di questa «terza via» si realizza l’incontro tra le due dimensioni di cui la persona umana è composta, la fede e lo spazio pubblico, in una prospettiva che recupera l’apporto positivo della ragione alla realizzazione della felicità dell’uomo e toglie la religione dal campo dell’irrazionalità dove è stata relegata. Caffarra individua in questo passaggio il momento più delicato della sua argomentazione: la questione, cioè, della «qualificazione etica» della sfera pubblica e, di conseguenza, le forma di interazione con la fede cristiana. Il punto di partenza della sua spiegazione è la negazione di ogni, presunta, neutralità etica della sfera pubblica, pena l’accettazione di una società «di anonimi, di individui astrattamente concepiti e sradicati dalla loro appartenenza identitaria». La sfera pubblica, dunque, proprio perché destinata alla realizzazione dell’inclinazione sociale dell’uomo, e «fatta» dall’uomo, non può essere affidata alla sola razionalità tecnica. Il fatto che al suo interno operi un soggetto, l’essere umano appunto, che ad essa pre-esiste la pone in relazione con «l’indisponibilità dell’humanus». Indisponibilità che poi il cardinale declina nelle sue principali espressioni: etica e giuridica, biologica, esistenziale. Da questa%0D premessa si ricava che la qualificazione etica della sfera pubblica, se privata della sua radice culturale giudaico-cristiana, non può avere vita lunga. La fede educa, infatti, l’uomo ad una percezione profonda del valore e della verità della persona umana, creando così un diaframma rispetto ai rischi del secolarismo o le pretese delle dittature, e le deriva fondamentaliste. L’esperienza cristiana in questo senso arricchisce e dona significato alla sfera pubblica, ripristinando, e anzi favorendo, la compatibilità tra religione e politica: «La laicità dello stato oggi non può significare indifferenza della politica verso la religione e della religione verso la politica. È necessario che la religione possa, mediante le forme di vita che essa genera, qualificare eticamente la sfera pubblica».

Anche il discorso di Marcello Pera ha preso le mosse da due considerazioni preliminari: la prima volta ad individuare nei temi bioetici, nel fondamentalismo islamico e nella integrazione degli immigrati le ragioni dell’attualità della discussione sulla relazione religione-spazio pubblico; la seconda a riconsiderare alcune categorie interpretative del rapporto stato-chiesa ormai datate e, dunque, inadeguate a fornire spiegazioni esaustive. L’ex-presidente del senato passa poi ad esaminare i tre punti in cui il tema in esame deve essere articolato. In primo luogo occorre chiedersi se la religione abbia un ruolo nella vita pubblica, debba o meno svolgere questo ruolo. Quanti negano questo «diritto» adducono in sostanza tre motivazioni da cui derivano altrettanti tipi di ostacoli. La prima tesi è quella che Pera definisce laicista la quale genera l’ostacolo laico: in sintesi s sostiene che la stessa natura laica dello stato impedisca l’intromissione. Un buon esempio di questa motivazione si ricava dalla interpretazione del famoso «rapporto Stasi»: la religione, si sostiene, non deve esercitare alcun ruolo nella vita pubblica perché ciò violerebbe il principio di laicità. Ma il rischio, sottolinea Pera è che questo tipo di ragionamento induca a far sì che la stessa laicità finisca per configurarsi come un credo religioso che ne impedisce un altro in nome di un dogma giacobino. La seconda tesi è quella della libertà da cui deriva l’ostacolo della libertà. In questo caso l’impedimento al ruolo della religione sarebbe costituito dalla condizione privilegiata riconosciuta ai credenti e dalla conseguente aperta violazione del principio della giustizia politica. L’ultima critica si riassume nella tesi democratica da cui deriva l’ostacolo democratico che riconduce la negazione al rischio della mancanza di tutela dei diritti delle minoranze. Dalle ragioni dei critici Pera ricava la risposta alla prima domanda: in primo luogo non esistono argomenti cogenti contro la presenza della religione nella sfera pubblica; in secondo luogo questa presenza non implica la negazione o la mancata accettazione della laicità dello stato; in terzo luogo non mette in discussione la separazione delle due sfere. A questo punto è possibile passare alle altre due questioni, accennate in apertura: in quale sfera pubblica la religione può intervenire e attraverso quali modalità. Richiamando il tema dell’impossibile neutralità già ricordata da Caffarra, Pera ritiene che l’ambito di riferimento dell’azione della religione debba riguardare tutta la sfera pubblica allargata perché la religione, e viene alla terza questione, contribuisce a rafforzare i fondamenti dello stato e costituisce un nutrimento dei contenuti della vita pubblica. Poiché, tuttavia, è possibile che questa integrazione possa innescare processi perversi, fino a generare le attuali forme di fondamentalismo, è opportuno introdurre alcune differenziazioni. L’ex-presidente del senato torna così sui temi che in più occasione, durante gli ultimi anni, ha avuto modo di approfondire: la questione della pericolosità della minaccia fondamentalista e l’urgenza di farvi fronte attraverso un recupero di una identità in cui i valori della religione cristiana costituiscono il terreno di una appartenenza identitaria comune. Solo recuperando il «senso di sé» l’occidente può sconfiggere la paura e la perdita delle difese, solo credendo in questa identità, affermandola e sostenendola è possibile vincere lo scontro in atto. Diversamente la battaglia è persa già in partenza: «Noi siamo figli del cristianesimo. Se lo respingiamo non siamo più figli di nessuno».

Il grande storico della chiesa Joseph Lortz nel suo breve opuscolo Wie kam es zur Reformation sottolineava il ruolo decisivo della Germania nella storia europea. Dopo avere ripreso la tesi germanistica sull’origine del medioevo, notava infatti come la rottura della cristianità era stata generata dall’affermarsi del protestantesimo e vedeva ancora nella Germania divisa dopo la guerra mondiale un segno della crisi del vecchio continente. Sembra che Benedetto XVI con il suo magistero durante il viaggio nella sua patria abbia voluto indicare la strada di una possibile rinascita europea proprio partendo dalla terra tedesca. La via suggerita appare nello stesso tempo semplice e complessa. Si tratta di riscoprire infatti la fede in Gesù Cristo, che sola può aprire il cuore dell’uomo all’esperienza del trascendente e generare un’idea di verità che concilii fede e ragione; il costante richiamo al tema della verità e ad una giusta concezione di ragione sono finalizzati ad una nuova evangelizzazione dell’occidente Agli occhi del papa, uomo di fede, questa è la sola via per superare da una parte il sincretismo religioso e dall’altra il relativismo e il secolarismo, mali che caratterizzano la nostra epoca. In questo senso il magistero di Benedetto nel suo viaggio in Baviera rimanda con forza per il suo contenuto ai due convegni del mese di settembre. Con la sua negazione del sincretismo e la forte ripresa del concetto di ragione e verità pone le basi per un vero dialogo interreligioso e corregge le errate interpretazioni del convegno di Assisi; con il richiamo al cristianesimo come ambito culturale-religioso in cui è possibile la sintesi di ragione e fede, e quindi un ruolo pubblico della religione, presenta il fondamento delle tematiche affrontate a Norcia.

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