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Non dire "gatto" se...

L’Europa forse, ma l’Italia dov’è?

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Dobbiamo dircelo con chiarezza: la partita europea non sarà un pranzo di gala. Se ne è avuta conferma, semmai ce ne fosse stato bisogno, con il Consiglio europeo dei giorni scorsi: non un susseguirsi di ricche portate servite su vassoi d’argento, ma una riunione difficile e interlocutoria nonostante la crisi che morde. 

Il percorso non sarà agevole, anche per il doveroso passaggio dai Parlamenti nazionali, ivi inclusi quelli dei Paesi (vedi Olanda e Danimarca) fin qui segnati da una tetragona ostilità a qualsiasi forma di solidarietà comunitaria. Né l’esito è scontato: si tratterà a tempo debito di capire i tempi, i modi, le condizioni di qualsiasi eventuale trasferimento di risorse, e di valutarne la convenienza o meno avendo come bussola il nostro interesse nazionale. 

Chi ha memoria storia si ricordi il precedente dell’esercito europeo del 1953. Anche allora sembrava fatta. Cambiarono però le condizioni di contesto e il Parlamento francese impallinò il progetto, mentre l’Italia furbescamente rimaneva alla finestra in attesa degli eventi.

Insomma, mai come in questo caso vale il motto di Trapattoni: non dire gatto se non ce l’hai nel sacco. 

C’è tuttavia da registrare la svolta oggettiva di un’Europa che in ogni caso, che ci convenga o no avvalercene, emetterà debito sovrano. Sarebbe miope interpretare questa circostanza secondo la categoria ideologica dell’euro-entusiasmo o facendo sconti alla UE, poiché si tratta non del ritorno allo spirito dei padri ma semplicemente del prodotto di ragioni di convenienza (innanzitutto tedesca, al punto che la Merkel ha resistito alla sua Corte Costituzionale). 

Ma la novità, con la tutta la laicità del caso, va considerata, anche solo per aggiornare alla luce del realismo le argomentazioni di un sovranismo che in caso contrario rischia di scadere a sua volta a ideologia. Non dimentichiamo infatti che se prima del Covid cercavamo col lanternino 2,8 miliardi per sterilizzare questa o quella clausola, ora abbiamo a che fare con due scostamenti di bilancio da 20 e da 55 miliardi già decisi, e di altri 20 che ci apprestiamo ad approvare. Una questione grossa, che difficilmente possiamo risolvere in casa se non vogliamo finire a forme più o meno mascherate di patrimoniale. 

Il problema, in ogni caso, è un altro. Il problema è che l’Italia, qualsiasi decisione prenderà in base (si spera) ai propri interessi, arriva a questo appuntamento totalmente impreparata. Dobbiamo decidere se accettare o meno svariate decine di miliardi di euro, valutando a che condizioni ci verranno offerti, senza sapere come eventualmente impiegarli e quale progetto abbiamo per la ripartenza del Paese. 

La pietosa passerella degli Stati Generali ne è stata solo l’ultima dimostrazione in ordine di tempo. Un piano di ricostruzione post-bellica – perché di questo stiamo parlando – deve maturare nella coscienza della classe politica, deve essere oggetto di consapevole considerazione. Il fatto che gli scenari intorno a noi vadano cambiando, ancorché in una direzione tutta ancora da valutare, rende ancor più grave l’esclusione di fatto del Parlamento da qualsiasi processo di indirizzo. 

E anche se a Villa Pamphilj fossero state avanzate le proposte più interessanti del mondo, è incomprensibile la ragione per la quale si sia scelto un consesso che non è quello deputato al confronto fra le forze politiche che saranno chiamate ad assumersi le responsabilità delle scelte. E sempre per parlar chiaro l’invito alle opposizioni è stata una mera concessione alla forma. Se veramente quell’occasione era tesa a coinvolgerle, la si sarebbe dovuta programmare insieme.

La partita europea, insomma, richiederà la massima attenzione per discernere insidie e opportunità. Ma bisogna anche essere consapevoli che, per le ragioni di bilancio di cui sopra, l’unica vera alternativa sul terreno è il Piano Marshall cinese. Non credo di aver bisogno di esplicitare cosa penso in proposito. Ma ciò che è più preoccupante in questo surreale stato di democrazia sospesa è che l’unico a parlarne apertamente è il ribelle pentastellato Alessandro Di Battista. Gli altri lo stanno già mettendo in pratica dicendolo a mezza bocca o, ancor peggio, tacendolo agli italiani.

Da tutto ciò deriva che un’opposizione efficace è su questi nodi che incalza la maggioranza, anziché rincorrere ogni giorno il diversivo di turno: chiedere chiarezza sui progetti di ripresa, fare proposte concrete per non sprecare i tanti miliardi che ci sono e ancor più ci saranno, pretendere una politica estera non equivoca. Se da questo governo c’è poco da attendersi, non vorremmo perdere le speranze nei suoi oppositori; soprattutto, non vorremmo trovarci di fronte al paradosso di scoprire che l’Europa si è mossa ma l’Italia proprio non c’è.

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