L’Europa ora guarda al modello Sarkozy

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L’Europa ora guarda al modello Sarkozy

04 Gennaio 2008

Nemmeno il peggior
avversario politico potrebbe spingersi a negare che il 2007 appena concluso,
almeno per quello che riguarda il Vecchio Continente, sia stato l’anno di
Nicolas Sarkozy. Dal 14 gennaio 2007, giorno della sua investitura ufficiale a
candidato alla presidenza della Repubblica, Parigi è tornata al centro dei
dibattiti politici, economici, sociali e di politica internazionale. Ma
soprattutto la Francia, dopo il quinquennio terribile 2002-2007 (quello del
pericolo Le Pen, della disoccupazione a due cifre, del «no» europeo e delle
periferie in fiamme) è di nuovo guardata dalle altre capitali europee e
mondiali come modello possibile di modernità politica e come esempio di riforma
del proprio sistema economico-sociale. E il 2008, sarà ancora un anno francese?

Ebbene, nel suo primo (e
breve) discorso augurale di fine anno, il Presidente Sarkozy è parso avere ben
chiaro l’impatto che la sua rupture
ha avuto nel panorama politico europeo. Ma, forte del suo realismo, è sembrato
altresì essersi reso conto che ad otto mesi dalla sua elezione, è oramai giunto
il momento per il «secondo tempo» della sua strategia. I numeri e lo sforzo
propulsivo sono certamente dalla parte dell’Eliseo. I principali istituti
statistici sono pressoché unanimi nel sottolineare che i livelli di
approvazione dell’azione presidenziale da parte dell’opinione pubblica sono
ancora molto elevati (tra il 52 e il 57%). Se si guarda poi ai cantieri aperti
dalla Presidenza e dal governo Fillon, l’attivismo è davvero impressionante:
regimi speciali, autonomia universitaria, funzionari pubblici, riforma della
giustizia, conferenza sull’ambiente, uscita dall’impasse costituzionale
europea, dibattito sulla riforma delle istituzioni della V Repubblica, proposta
di Europa mediterranea, riforma della difesa, reintegro nella Nato, ecc.
(bisogna risalire all’esecutivo guidato da Debré del 1959-1962 per trovare un
attivismo comparabile). L’elenco potrebbe allungarsi, ma con l’onestà
intellettuale che lo contraddistingue Sarkozy non ha voluto nascondere ai
cittadini due innegabili «mancanze» di questa rupture: gli effetti concreti tardano a mostrarsi e soprattutto
ogni decisione è stata presa sull’onda dell’urgenza, ogni nuova iniziativa è
stata condotta per rompere l’apatia e l’immobilismo nel quale era sprofondata
una Francia che, una volta completatosi il ciclo dei Trentes glorieuses
(1945-1975), non è stata più in grado di rinnovarsi. L’urgenza non sempre è
buona consigliera, finisce per spingere a gesti avventati e difficilmente comprensibili
dalla pubblica opinione (i riferimenti sono alla visita di Gheddafi a Parigi,
ma anche al rapporto ambiguo con Putin e con Damasco).

A questo punto la parola
d’ordine diventa ripartire potendo contare innanzitutto sull’assoluta
inconsistenza dell’opposizione. Una delle frontiere della maggioranza di
centro-destra per il 2008 sarà certo quella di andare oltre la fiducia che i
francesi mostrano, in maniera quasi incondizionata, nei confronti del loro
Presidente. Allo stesso modo la sinistra, in particolare quella socialista, ha
un problema di base da risolvere: quello di trovare un potenziale
«presidenziabile» in tempi brevi, di modo che l’opinione pubblica torni ad
avere fiducia almeno nell’ipotesi di un’alternativa credibile, condizione
fondamentale per lo sviluppo di una reale dialettica democratica.

In una situazione così
favorevole, con il campo avversario occupato dalle scaramucce tra i colonnelli
sconfitti della campagna presidenziale e l’opinione pubblica massicciamente
schierata dalla parte del Presidente, la tentazione di accelerare ancora sul
fronte delle riforme potrebbe di certo fare capolino. Sarà questo il «secondo
tempo» della rupture sarkozista? Prestando
fede alle parole pronunciate nel discorso di fine anno la strategia futura di
Sarkozy non pare questa. E non solo per il richiamo alla contrarietà rispetto
ad una politica di riforma condotta con «brutalità» e per quello alla necessità
del «negoziato e del dialogo sociale». Ma soprattutto perché il secondo tempo
della rupture sembra destinato a
ripartire dai toni e dalle tematiche della campagna elettorale. Quella non
meglio definita, e forse volutamente ambigua, «politique de civilisation»
(espressione presa a prestito dal sociologo e filosofo Edgar Morin?) di cui ha
parlato il Presidente il 31 dicembre 2007 come cifra costitutiva del suo
operato futuro non è altro che la sfida più volte ribadita nel corso della sua
marcia di avvicinamento all’Eliseo: la battaglia sui valori e contro il declino
francese e in generale europeo.

Parlare di «rinascimento
francese e rinascimento europeo» (con un tono che ricorda quello di Pompidou)
significa ribadire che gli obiettivi sono certamente economici, politici e
sociali, ma a monte la vera sfida è valoriale. Riportare l’individuo e la
persona umana al centro del dibattito politico, senza dimenticare l’importanza
di un «messaggio di fede» (richiamo voluto all’importante discorso di San
Giovanni in Laterano del 20 dicembre 2007) e dunque concentrandosi nei mesi a
venire sulle grandi tematiche dell’istruzione, dell’integrazione e
dell’identità.

Come ricordato da Alain
Duhamel in un recente editoriale su «Libération» il tema del cambiamento è da
sempre centrale nella retorica politica dei Presidenti francesi della Quinta
Repubblica. Dal cambiamento fragoroso del gollismo del 1958, al «changer la
vie» di Mitterrand del 1981, passando per l’ambizione di «condurre il
cambiamento» da parte di Valery Giscard d’Estaing nel 1974. Nicolas Sarkozy ha
inserito questa issue, declinata come rupture, all’interno della congiuntura di
declino delle liberal-democrazie occidentali e l’ha tramutata in un vero e
proprio tema di respiro europeo, laddove Blair e Aznar, grandi leader del
cambiamento, almeno a livello retorico non erano arrivati. Forse il 2008 non
sarà di nuovo l’anno di Sarkozy, ma è certo che dell’inquilino dell’Eliseo sentiremo
ancora parlare.