L’Europa rilancia il dialogo con Mosca ma coinvolgere gli Usa sarà difficile

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L’Europa rilancia il dialogo con Mosca ma coinvolgere gli Usa sarà difficile

14 Novembre 2008

Riprendere il dialogo laddove si era interrotto prima che scoppiasse il conflitto russo-georgiano. Questo l’obiettivo del vertice Russia-Ue di Nizza, fortemente voluto dalla presidenza di turno francese con l’appoggio costante della diplomazia italiana.

Il primo dato da rilevare all’apertura del vertice riguarda il fronte interno all’Ue. Sfruttando una sottigliezza diplomatica – il 1 settembre scorso i negoziati sull’Accordo di partenariato tra Russia e Ue erano stati “rinviati” e non “sospesi” – il ministro degli esteri Kouchner ha superato l’ultimo veto rimasto sul terreno, quello lituano. Non dovendo passare attraverso un nuovo voto del Consiglio europeo, che avrebbe richiesto l’unanimità, il mandato della Commissione per riprendere i negoziati con Mosca è stato confermato. Fino a quando l’Unione europea non si doterà di un quadro istituzionale meno legato al principio dell’unanimità difficilmente riuscirà a costruire una politica estera coordinata e il più possibile comune. Una politica estera basata sui “cavilli diplomatici” è per forza di cosa di corto respiro.

Secondo dato di interesse. Il dialogo tra Ue e Russia riprende laddove lo si era interrotto nella torrida estate 2008 ma in realtà il quadro politico-economico internazionale è sostanzialmente mutato. Da un lato c’è Mosca che, con la sua condotta nella questione georgiana, ha rivendicato il suo primato in un’area strategicamente decisiva come quella caucasica. Dall’altro i successivi risvolti diplomatici, culminati nel riconoscimento unilaterale delle Repubbliche di Abkhazia e Ossezia, hanno confermato un sostanziale isolamento internazionale del Cremlino. Dalla parentesi russo-georgiana è dunque uscita una Russia che ha mostrato di essere in grado di alzare la voce, ma contemporaneamente di non possedere l’accortezza diplomatica necessaria per muoversi nel post-conflitto.

Altro elemento di estrema discontinuità rispetto all’estate scorsa è l’elezione alla Casa Bianca di Obama. Anche se il nuovo Presidente democratico non ha ancora esplicitato le linee guida della sua futura politica estera, le dichiarazioni a proposito del sistema di difesa missilistico da dispiegare in Polonia e Repubblica Ceca – oltre alle voci che parlano di un minor interessamento rispetto all’allargamento della Nato in Europa Orientale – vanno tutte nella direzione di una distensione nei rapporti tra Mosca e Washington. L’intervista concessa da Medvedev a “Le Figaro” del 13 novembre è una chiara conferma che dal Cremlino tutto desiderano tranne che una nuova corsa agli armamenti, difficilmente sostenibile innanzitutto da Mosca in tempo di crisi economica.

Questo è il quarto dato da non trascurare: il carattere ormai globale della crisi economico-finanziaria è destinato a influenzare in maniera decisiva e perlomeno sul medio periodo le relazioni internazionali. In Europa, complice anche la campagna elettorale americana, abbiamo continuamente focalizzato la nostra attenzione sulla crisi Usa ma non bisogna dimenticare la situazione a dir poco complessa che sta vivendo la Russia. La Borsa di Mosca viene costantemente chiusa per eccessi di ribasso (l’ultima volta il 12 novembre scorso, dopo un ‘flop’ del 12,5%) e il calo drastico del prezzo del petrolio, al quale sta seguendo quello del gas, non fa ben sperare per una ripresa nel breve periodo.

Infine, ma forse si tratta dell’elemento di più netta discontinuità rispetto all’agosto 2008, c’è la posizione dell’Europa nei rapporti con la Russia e, più in generale, nel triangolo Usa-Russia-Ue. La crisi del Caucaso ha mostrato che l’Unione, se dotata di una presidenza forte come quella garantita da Sarkozy, può svolgere un ruolo di rilievo nelle dinamiche di politica internazionale. L’attivismo europeo è poi stato rilanciato nel tentativo di gestione coordinata della crisi finanziaria. A questo punto l’Europa, anche se troppo legata ai cambi nelle sue presidenze di turno (cosa succederà nei rapporti Ue-Russia quando da gennaio la presidenza di turno passerà nelle mani del ceco Klaus?), può costituire il punto di mediazione nei rapporti tra Russia e Usa? È possibile pensare alla creazione di un’intesa a tre Usa-Russia-Ue da applicare alle più scottanti urgenze di politica estera e di politica economica globale?

Parigi e Roma sembrano muoversi in questa direzione. In Italia hanno fatto molto scandalo le dichiarazioni del premier Berlusconi a proposito delle “provocazioni” americane alla Russia e ci si è addirittura spinti a parlare di una netta discontinuità nel filo-americanismo della diplomazia del centro-destra. In realtà il ministro degli esteri francesi Bernard Kouchner ha fatto qualcosa di più. Il 12 novembre scorso si è recato a Washington e ha tenuto un discorso alla Brookings Institution (think tank molto vicino ai democratici Usa) sull’importanza delle relazioni euro-atlantiche, da costruire però su basi di reciproca assunzione di responsabilità nelle principali aree di crisi, innanzitutto da parte dell’Europa. Un’Europa che agisce di più, ha proseguito Kouchner, è anche un’Europa che può chiedere di più a Washington, soprattutto a partire dalla sua condotta nei confronti di Mosca. E su questo punto il ministro transalpino è stato categorico: non esiste alcuna soluzione internazionale che si possa ottenere contro la Russia. L’Occidente euro-atlantico deve al contrario lavorare con la Russia.

Se dunque Roma e Parigi guidano questo fronte filo-russo (Berlusconi ha anche ribadito la necessità di rilanciare lo “spirito di Pratica di Mare”, con riferimento al vertice del 2002, che ha sancito l’avvicinamento Russia-Nato) un ultimo punto non può essere trascurato. La linea di condotta europea verso Mosca e anche la prevista riapertura dei negoziati per l’accordo di partenariato attesa per il 25 novembre perdono di qualsiasi valore se i 27 non troveranno un accordo coerente sulla politica energetica. Un recente studio dello European Council on Foreign Relations, un think tank sostenuto da George Soros, ha sottolineato come in realtà l’Europa non sia per nulla condannata alla dipendenza energetica da Mosca. Negli ultimi dieci anni la parte russa delle importazioni europee è diminuita dal 75 per cento al 40 per cento.

Qual è il punto allora? Da un lato la necessità di diversificare gli approvvigionamenti dei Paesi baltici che dipendono praticamente in toto da Mosca. Dall’altro quella di evitare che la forte segmentazione del mercato energetico europeo ponga la Russia nella comoda posizione di poter negoziare, attraverso Gazprom, singoli contratti energetici con i Paesi membri. Fino a quando la tranquillità dell’approvvigionamento sarà anteposta ad approcci di politica energetica il più possibile coordinati, i Paesi europei potranno difficilmente confrontarsi con Mosca da una posizione paritaria. E da questo punto di vista Italia, Germania e Francia non stanno offrendo di certo il buon esempio.

La Commissione

europea ha proposto un ampio progetto (anche se per certi aspetti poco realistico) per la diversificazione degli approvvigionamenti e per la risposta rapida in caso di emergenza energetica. Se da Nizza uscirà rafforzata la logica dell’interdipendenza energetica tra Ue e Russia inserita nella cornice di una politica europea comune e non uni-direzionale, certamente l’Europa potrà candidarsi a diventare il mediatore privilegiato tra Mosca e Washington. La crisi economica internazionale e i dossier Iran e Afghanistan sono più che sufficienti perché non vi si aggiunga anche una nuova, e per certi aspetti caricaturale, Guerra fredda post-ideologica.