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L’Europa riparte ma l’Italia di Prodi e D’Alema è in ultima fila

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Il 23 luglio, ad un mese esatto dal decisivo Consiglio europeo di Bruxelles, si è aperta la Conferenza intergovernativa che dovrà fornire una veste formale al “Trattato modificativo” dell’Unione europea, testo fin dal titolo meno ambizioso della “Costituzione” firmata a Roma il 29 ottobre del 2004 e poi seppellita dal “no” franco-olandese. Dal piano politico si è passati a quello giuridico ma, nonostante il quasi totale silenzio dei media italiani, il passaggio è di quelli storicamente rilevanti. La presidenza di turno portoghese desidera chiudere rapidamente la partita, per presentare il testo completo al Consiglio europeo informale già convocato per il 18-19 ottobre 2007. All’orizzonte, se si eccettuano alcune intemperanze polacche sul sistema di voto, sembrano non profilarsi nubi particolari, anche perché il mandato con il quale la Cig ha avviato i lavori è di quelli blindati. I margini di intervento dei tecnici di Bruxelles sono davvero limitati. Perché allora considerare fondamentale il lavoro della Conferenza intergovernativa?

L’importanza è soprattutto di natura simbolica. Finalmente infatti a metà ottobre dovrebbe chiudersi la lunga partita relativa alle istituzioni europee che si trascina per lo meno dal 1992, anno del varo del Trattato di Maastricht. Le profonde trasformazioni, in gran parte legati ai successivi allargamenti, hanno imposto numerosi e laboriosi aggiustamenti di natura istituzionale. Dopo un quindicennio è giunto il momento di chiudere la parentesi e, come affermato da Sarkozy, fare in modo che l’Europa “ricominci a fare politica”. Questo significa affrontare i grandi dossier di interesse globale: quello energetico, quello della riforma del sistema di welfare e dei servizi pubblici, quello relativo ai confini e alla politica di allargamento. Proprio su quest’ultimo punto, il neo inquilino dell’Eliseo ha promesso per la fine del semestre portoghese l’apertura di un tavolo di riflessione. L’avversione francese nei confronti dell’ingresso della Turchia potrebbe far pensare ad un discorso esclusivamente centrato sulla questione. In realtà, i dati recentemente pubblicati dall’“Economist” mostrano il sostanziale fallimento della politica di allargamento ad est, soprattutto se si prendono in considerazione parametri di natura politico-economica. Se si eccettua la Slovenia, l’Europa è profondamente spaccata in due tra una parte occidentale (per semplicità assimilabile all’area euro) in grande ripresa, anche grazie alla ripartenza della locomotiva tedesca, e una parte est che arranca dal punto di vista economico e di conseguenza vede crescere le pulsioni antieuropee, unite ad una sorta di malinconia per i bei tempi passati del dominio comunista. Un’importante riflessione su questa Europa pericolosamente “a due velocità”, nella quale, secondo uno studio dell’Università della California (Ucla), la Bulgaria impiegherà circa 100 anni per raggiungere gli standard attuali dell’area euro, appare imprescindibile, indipendentemente dagli stantii discorsi su Turchia, Europa cristiana o quant’altro.

La Conferenza intergovernativa è un passaggio fondamentale anche da un secondo punto di vista. Se il Portogallo riuscirà a condurla in porto senza passi falsi si avrà la conferma definitiva di quanto il Consiglio di fine giugno sia stato in realtà un tornante storico determinante nell’evoluzione del processo integrativo. A Bruxelles, sotto la regia di Sarkozy, Blair e Merkel, si

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1 COMMENT

  1. L’Europa a due velocita’ .
    Quanto da voi citato dimostra due cose fondamentali:Che un Europa cosi’ come è stata costruita’ è un mostro priva di anima (radici storico-culturali)e con troppi bambini zoppi (vedasi Bulgaria,ma non solo).
    La Turchia puo’ e deve essere un patner previlegiato ma non puo’ fare parte, per evidenti motivi storico-geografici, dell’Unione Europea.
    Un appunto a margine all’Italia che, con i comportamenti di questo balordo governo Prodi (ostaggio dei suoi misfatti di quando era all’IRI e della sinistra fideliana),sta entrando trionfante nel gruppo dei bambini da curare. Con il silenzio assordante dell’autorevole stampa italiana che vive quasi esclusivamente dei contributi dello stato.

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