L’Honduras insegna che per Obama gli Usa sono ancora il “Lupo cattivo”

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L’Honduras insegna che per Obama gli Usa sono ancora il “Lupo cattivo”

25 Settembre 2009

All’inizio degli anni Ottanta, mentre stavo pianificando una vacanza in America Latina, feci un salto in qualche libreria per documentarmi sulla storia di quei paesi. Tutto quello che riuscii a trovare erano trattati marxisti secondo cui “il popolo” era sfruttato da ingorde corporazioni e dittatori, entrambi sostenuti dagli Stati Uniti. Per fortuna, la letteratura esistente sui paesi dell’America Latina al giorno d’oggi comprende resoconti molto più sensati. Eppure certa gente, incluso Barack Obama, la cui tesi universitaria scritta durante quegli anni non è mai stata resa pubblica, sembra si sia fermata in una distorsione spazio-temporale nella quale gli Stati Uniti sono ancora il Lupo Cattivo.

Questo, perlomeno, spiegherebbe le ultime mosse in politica estera di Obama, cominciando dall’Honduras, un paese in cui il presidente è stato recentemente rimosso dal suo incarico per mano della Corte Suprema e per la violazione di una clausola costituzionale che proibisce di candidarsi per un secondo mandato. (Altre costituzioni, come quella Messicana, contengono simili proibizioni). La Casa Bianca, però, ha immediatamente interpretato il gesto come un golpe militare e ha deciso che, stavolta, gli Stati Uniti si sarebbero messi al fianco “del popolo”. Infatti ora ci ritroviamo come alleato un amico dei Mullah iraniani, Hugo Chavez, che ha spazzato via gli stessi limiti costituzionali in Venezuela e al contempo ci opponiamo al Congresso eletto democraticamente, ai tribunali, e alla società civile dell’Honduras.

Quello dell’Honduras non è l’unico o, dispiace dirlo, più importante esempio di come questa amministrazione si sia schierata al fianco dei nostri nemici e contro i nostri alleati. A Israele, per esempio, è stato intimato di fermare la costruzione delle colonie e perfino la semplice integrazione di stanze aggiuntive per i neonati, mentre ai palestinesi non è stato chiesto nulla. Ancora, nell’Europa dell’Est, Obama riconobbe (durante la scorsa primavera) l’importanza di piazzare un sistema di difesa missilistica all’interno della Repubblica Ceca e della Polonia, nostri alleati NATO, per poi ricredersi completamente e cancellare del tutto il programma nel corso di questo mese.

A fronte di questo ripensamento, il Presidente della Polonia, che aveva provveduto a inviare soldati coraggiosi ed efficienti in Iraq e Afghanistan, ha ricevuto solamente una chiamata telefonica notturna, a cui peraltro si è rifiutato di rispondere. Vladimir Putin, invece, che aveva deciso di non aiutarci a fermare il programma nucleare iraniano, ha potuto esprimere tutta la sua gioia per la decisione di Obama e (ovviamente) si è rifiutato di dare qualcosa in cambio. Non che la Russia abbia fatto concessioni a fronte dell’annunciato piano dello stesso Obama che prevede un drastico ridimensionamento dell’arsenale nucleare americano. L’idea dietro questa strategia è che le altre potenze nucleari a loro volta ridimensioneranno il loro arsenale o, ancora peggio, che il possesso di così tante testate nucleari da parte degli Stati Uniti è in qualche modo una cosa sbagliata.

E poi c’è l’Afghanistan. A marzo, Barack Obama ha dichiarato che avremmo dovuto perseverare nel nostro impegno per proteggerci dai terroristi e ha mandato sul posto un nuovo Generale, in anticipo sui tempi, perché questi elaborasse una strategia contro gli insorti. Quel Generale ha poi preparato un report, il 30 agosto scorso, in cui si implicava senza mezzi termini la necessità di incrementare il numero dei nostri soldati sul posto. Ma a tutt’oggi, stando a quello che scrive Bob Woodward sul Washington Post, Obama ha convocato un solo meeting su questo tema. In un talk show domenicale, un giorno prima dell’uscita del pezzo di Woodward, Obama ha dichiarato che non aveva ancora deciso una strategia per L’Afghanistan. “Non sono certo il tipo di persona che crede nelle occupazioni di altre nazioni a tempo indeterminato”, disse a “Meet the Press” su NBC. Come se gli Stati Uniti stessero occupando un paese contro la volontà della maggior parte dei suoi abitanti e a detrimento “del popolo”. Spettri di quei trattati marxisti Latino Americani degli anni Ottanta.

La reazione a queste recenti mosse è stata dura ed è arrivata dalle parti più inaspettate. Leslie Gelb, ex-Direttore del Council On Foreign Relations nonché editorialista del Washington Post, ha espresso sbigottimento di fronte all’apparente cambio di idee Obamiano sull’Afghanistan. Edward Lucas, ex-corrispondente dell’Economist dall’Europa dell’Est, ha scritto sul Telegraph di Londra: “il quadro che emerge dalla Casa Bianca è di quelli inquietanti, è un quadro che parla di timidezza, inettitudine e calcoli poco lungimiranti. Certi dicono che ci troviamo di fronte al Presidente più debole dopo Jimmy Carter”. Secondo l’influente blogger Mickey Kaus, poi, la “rabbia-anti-Obama” non sarebbe causata dalla sua razza ma dal fatto che Obama è uno “relativamente nuovo e, per essere un presidente, è di una consistenza sconosciuta, è un enigma dal passato corto di cui tra l’altro quello che ci resta è anche piuttosto confuso”.

Ma almeno in politica estera, mentre procede la sua carriera e mentre lui stesso cambia idea sulla difesa missilistica e forse anche sull’Afghanistan, si può dire che i suoi principi ispiratori sembrano affondare le radici in un’analisi, peraltro condivisa da molti suoi colleghi durante gli anni formativi universitari, secondo cui l’America troppo spesso si è trovata dalla parte dei cattivi. La risposta a questa critica? Non rispettare coloro i quali sono stati nostri amici e piegarsi di fronte ai nostri nemici.

Michael Barone, analista politico del The Examiner, e Ricercatore dell’American Enterprise Institute, può essere contattato all’indirizzo di posta mbarone@washingtonexaminer.com   

© The Examiner

Traduzione Andrea Holzer