Liberali e cattolici del Pdl usano le stesse parole ma non la stessa lingua
09 Maggio 2009
Un’area politica e culturale piuttosto estesa del centro-destra da tempo è impegnata nel tentativo non facile di dare un’anima cristiana a quel vasto schieramento che oggi si riconosce nel (o vota per il) PDL e che ieri votava per FI e per i suoi alleati. Il “liberalismo di massa”, che Silvio Berlusconi dice di aver reso possibile per la prima volta nella storia della Repubblica, per non pochi intellettuali laici, non può rinunciare a una ‘visione del mondo’ che ispiri i concreti programmi di governo. E poiché, sul vecchio versante liberale, si troverebbe soltanto una filosofia che pone al centro l’”individuo-consumatore”, preoccupato di soddisfare i suoi molteplici bisogni in una società di mercato del tutto insensibile a ogni principio di giustizia e di solidarietà, occorre portarsi su un piano superiore in grado di conciliare le ragioni della libertà individuale col dovere di soccorso e di fraternità nei confronti del prossimo.
Nel personalismo cattolico di Jacques Maritain e, prima ancora del nostro Antonio Rosmini – un antenato del ‘personalismo pur se lontano dal solidarismo di Mounier -, diversi ideologi del PDL sembrano aver ritrovato un’autentica democrazia cristiana che vede la produzione al servizio dell’uomo e non viceversa ed elabora un modello di sviluppo, fondato sul principio di sussidiarietà, rispettoso dell’ambiente, della tradizione, delle identità profonde (soprattutto religiose) dei gruppi e delle comunità. In genere, nelle encicliche degli ultimi pontefici, e soprattutto in quella recente di Benedetto XVI, "Elogio della coscienza", l’immagine dell’Occidente, della globalizzazione, del capitalismo non sempre si distingue da quella evocata dai partiti antagonisti e dai movimenti che denunciano, da sempre, “lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo” praticato da quanti perseguono bieche logiche di profitto. Ma non è questo il punto e, del resto, la Chiesa non sarebbe quella che è se non si assumesse il ruolo di una immensa Croce Rossa planetaria disposta ad accogliere e a medicare i feriti di tutte le guerre – sia quelle propriamente dette sia quelle economiche, scatenate dal cosiddetto ‘liberismo selvaggio’.
Ritengo opportuno, invece, richiamare l’attenzione su un equivoco che, non risolto, rischia di fare incontrare le due tradizioni di pensiero, cattolica e liberale, sul terreno di un accordo illusorio, dove si impiegano le stesse parole e le stesse espressioni ma con un significato del tutto diverso. La tesi che la libertà degli individui (o delle persone) esiga dei solidi argini posti al potere, giacché un potere assoluto genera corruzione, ingiustizia, violenza, è scontata per cattolici e liberali ma, una volta sottoscritta, le strade si dividono. Per i liberali, infatti, la libertà è inversamente proporzionale alla quantità di obblighi e di doveri iscritti nelle leggi alle quali sono soggetti tutti i cittadini. Allo Stato non deve essere data la facoltà di regolamentare tutto giacché più numerosi sono gli affari cui rivolge il suo occhio vigile più si restringono gli ambiti nei quali gli individui possono ‘vivere le loro vite’ come meglio credono. E’ “la libertà da”, la libertà come non interdizione: sono libero di circolare per le strade se nessuno me ne vieta l’ingresso, sono libero di rimanere scapolo se nessuno m’impone (con appositi disincentivi) di dare figli alla patria.
Per i cattolici personalisti, la libertà non è ridotta dalla quantità delle leggi cui si deve obbedienza ma dalla quantità delle leggi emanate dallo Stato – di qui l’equivoco dei libertari che, considerando con Alfred Nock, “nostro nemico lo Stato”, nell’antistatalismo cattolico hanno visto un alleato prezioso. Non si è liberi quanto più si dispone di ampie sfere di liceità ma quanto più i decreti di Cesare sono ridotti di numero e controllati dalle legittime autorità morali – dal pater familias al sacerdote. Poiché la dignità della persona consiste nella complessa rete di rapporti sociali che danno senso e significato alla sua esistenza terrena, la proliferazione dei vincoli che nascono dalle cerchie sociali di cui si fa parte – per l’appunto, famiglia, chiesa, ordini professionali, comunità – lungi dall’essere avvertita come una diminuzione della libertà è vista come un suo potenziamento. In tal modo, l’ “antistatalismo” non significa che l’individuo deve essere “lasciato in pace” dalla ‘sfera pubblica’ e libero di governarsi da sé nella sfera privata ma solo che lo Stato non può essere, nel diritto e nella morale, l’unica fonte delle leggi (comandi e divieti), giacché accanto a lui si trovano i costumi, le consuetudini, i comportamenti resi obbligatori dalla tradizione, comunque intesa. Il problema non è “quanti ma quali legami incombono sugli individui”: come nella filosofia di Jean-Jacques Rousseau, la libertà non è la “sfera di liceità” ma consiste nel non essere soggetti alla volontà arbitraria, artificiale, di chi fa le leggi: se queste ottengono il nostro consenso interiore – perché riflettono un ordine meta – individuale che può essere dato da Dio, dalla Natura, dalla Storia – pur se numerosissime, non solo non ci limitano ma ci fanno stare meglio con noi, col nostro prossimo, con la nostra comunità.
Ne consegue una diversa concezione dell’autonomia della morale dalla politica. Tale autonomia, che, per il liberalismo moderno garantisce quella ‘separazione delle dimensioni vitali’, che fonda la “libertà dei moderni” e la libera circolazione degli individui in entrata e in uscita dai luoghi di appartenenza, per i personalisti significa che la politica non può imporre la sua volontà alla morale laddove la morale può e deve imporre i suoi valori alla politica. Di qui una diversa accezione di ‘bene comune’ che per i liberali è il risultato del confronto – sempre mutevole – degli interessi e dei valori in gioco mentre per i personalisti è la luce che preesiste a tale confronto e che ne rende accettabile l’esito solo nella misura in cui essa sia riuscita a orientarlo e a illuminarlo (in caso contrario, si tira in campo la ‘tirannia della maggioranza’: i più prevalgono ma Verità e Ragione stanno dalla parte dei ‘meno’).
Se queste considerazioni sono corrette, in un’ottica liberale, non ha senso accusare di statalismo una sentenza della magistratura che sottragga al potere legislativo la facoltà di regolamentare azioni che la società civile affida alla sovrana coscienza dei singoli individui. Un vincolo è sempre un vincolo: che a porlo sia lo stato o la chiesa o altra agenzia spirituale o temporale non rileva molto per la libertà concreta degli individui che non se ne possono sciogliere. E, simmetricamente, chi – Stato o altre autorità terrene o ‘carismatiche’ – a torto o a ragione, toglie il vincolo, incrementa la libertà liberale anche se per la “persona” allarga lo spazio del malum mundi.
Con queste considerazioni non intendo affatto negare che liberalismo e personalismo cattolico siano due species dello stesso genus: il valore infinito di ogni singolo uomo iscritto nel messaggio universale dei Vangeli. Dal riconoscimento di quel valore, però, discendono varie famiglie ideologiche, ciascuna delle quali rischia di vanificarlo, estremizzando le istanze particolari di cui ciascuna è portatrice. Nel nostro tempo, al di là dei suoi trionfi apparenti, è il liberalismo la species più minacciata (almeno di perdita della sua identità) condannato, com’è, a una difficile navigazione tra la Scilla del libertarismo e la Cariddi del personalismo. Che abbia rapporti di parentela con entrambi è innegabile: non sarebbe neppure venuto al mondo, lo si ribadisce, senza il Cristianesimo con la sua concezione della sacralità della persona umana fatta a immagine e somiglianza di Dio ma non sarebbe poi sopravvissuto senza il diritto – vigorosamente affermato sia dall’illuminismo ragionevole anglo-scozzese sia dall’illuminismo razionalista francese – per ciascuno di vivere a modo suo e di entrare e di uscire dalle comunità in cui si sente compresso e soffocato. Entrambi i cugini, però, tentano di assorbirlo, l’uno, il personalismo, nel modello ‘comunitario’, che trova nella famiglia la sua espressione più plastica con la sua dedizione disinteressata e l’amore tra i membri, l’altro, il libertarismo, nel modello ‘societario’, che fonda il rapporto sociale su una ‘convenienza’ razionale suscettibile di essere revocata a ogni momento. Anche i libertari spesso si presentano come ‘liberali’ ma non spiegano in maniera convincente che cosa tiene uniti gli uomini in una collettività. E d’altra parte anche i personalisti si dicono liberali, ma in nome dei legami naturali e delle leggi fondate sugli ‘eterni veri’, indulgono a una polemica contro l’individuo che non persegue il loro modello di vita buona e affida la convivenza alle fredde procedure, alle Forme che Benjamin Constant chiamava le dee protettrici della città.
Il citato saggio di Joseph Ratzinger, L’elogio della coscienza, con la sua chiarezza espositiva e la vastissima cultura filosofica e teologica che lo sostiene, consente, come pochi altri scritti pontifici, di fare il punto sulle convergenze e sulle divergenze delle dottrine politiche e sociali elaborate dalla tradizione cattolica rispetto al nocciolo duro del liberalismo.
Quando Ratzinger scrive che “l’attività di governo non è semplicemente esercizio di potere, bensì tutela dei diritti di ciascun individuo e del benessere di tutti” e che “non è compito dello Stato procurare la felicità degli uomini” o “creare ‘uomini nuovi”, al fine di “trasformare il mondo in un paradiso”, fa valere principi che sono la quintessenza del liberalismo ottocentesco, che con la polemica contro il razionalismo e il perfettismo della Rivoluzione francese – M.me de Staël, Constant, Vincenzo Cuoco – avrebbe inaugurato, per il Croce della Storia d’Europa, la sua più matura stagione teorica.
Né sono in contraddizione con la filosofia liberale l’idea del peccato originale, che Kant convertì nel ‘legno storto’in cui è stato intagliato il genere umano, o l’altra, richiamata nel testo, che “la nostra patria è nei cieli”. Entrambe, infatti, comportano, pur nell’amore predicato dal Vangelo, quella sana diffidenza nei confronti del prossimo, segnato, come noi, dal peccato originale, che è all’origine del ‘potere che controlla il potere’, dei freni e dei contrappesi, dei limiti posti all’Autorità.
Ciò che differenzia, invece, il liberalismo dal personalismo è la tesi, ribadita da quest’ultimo, che il baricentro della democrazia sia il bene e non la libertà.”Il tentativo di imporre a tutti ciò che a una parte dei membri della società sembra essere ‘verità’” rileva polemicamente Ratzinger contro i teorici laici della democrazia liberale, "è reputato come asservimento delle coscienze: la nozione di verità viene risospinta nel dominio dell’intolleranza e di quanto è profondamente anti-democratico”. Ed è questo il punctum dolens e l’origine di una differenza non facilmente superabile. Per i liberali, ciò che ricade al di fuori dello Stato in quanto competenza della società civile, riguarda proprio quei ‘beni’ e quei valori che danno significato alla vita umana: la sfera pubblica regola le ‘azioni esterne’, la coscienza le ‘azioni interne’ che si esprimono nell’arte, nella religione, nella scienza etc. Poiché si hanno concezioni diverse sulle “cose che contano” e tali concezioni possono risultare conflittuali, è al libero mercato degli spiriti che tocca la decisione su quali stili morali debbano diventare “evidenze morali razionali” da cui gli Stati attingono (di volta in volta e mai per sempre) le leggi: sempre, però, in quegli incroci del traffico sociale su cui hanno competenza. Se si “prendesse sul serio” l’autonomia della società civile, non ci sarebbero, per fare due esempi significativi, modelli di scuola o codici di bioetica imposti a tutti – atei e credenti, progressisti e conservatori – ma prescrizioni e divieti impegnerebbero solo quanti fanno parte di una ‘comunità naturale’ o di una ‘società artificiale’, l’una e l’altra al di fuori – ovvero non vincolate – dalle decisioni della sfera pubblica (si tratti di giudici o di parlamentari). Quali e quante debbano essere queste aree ‘esterne’ allo Stato non lo si può certo stabilire a priori ma va, nei diversi momenti, deciso democraticamente: ciò che si può dire con relativa certezza, tuttavia, è che la loro estensione è direttamente proporzionale alla presenza del liberalismo.
Se ciascuno è portatore di verità (di una “sua” verità) e la verità dell’uno equivale a quella dell’altro, argomenta Papa Ratzinger, l’esito ultimo dell’individualismo liberale sarà la tesi che “la maggioranza ha sempre ragione”. Questo, però, significa dimenticare che in una ‘democrazia a norma’, come quella registrata da Tocqueville in America, la maggioranza, “può tutto” nell’ambito ben delimitato della politica e della legislazione. Essa è “la fonte comune dei poteri” ma non è “onnipotente” giacché “al di sopra di essa, nel campo morale, si trovano l’umanità, la giustizia e la ragione; nel campo politico, i diritti acquisiti”. Come già Rosmini, neppure Benedetto XVI si accontenterebbe, forse, di questa rassicurazione liberale.
