Home News Liberali innovatori o dirigisti conservatori. Fisionomia di un’elezione modello

Liberali innovatori o dirigisti conservatori. Fisionomia di un’elezione modello

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Aspettare la notizia della vittoria di nuovo presidente della Repubblica Francese, Nicolas Sarkozy, nella seconda città francofona del mondo, Montréal, da una parte mi ha evitato le ovvietà del nostro giornalismo televisivo (vedi Elena Talarico, "Che disperazione le elezioni in tivvù", L'Occidentale, 8 maggio). Dall'altra mi ha lasciato la curiosità su come La Repubblica, che qualche mese fa ha cominciato a descriverci "Ségolène" come se fosse da sempre una nostra cara amica e l'ovvia vincitrice della competizione elettorale, ne ha poi spiegato la sconfitta. Avevo comunque fatto a tempo a leggere i resoconti del dibattito televisivo tra Sarkozy e Royal, evidentemente preconfezionati, in cui si dava per vincitrice del dibattito la povera "Ségolène", che invece ci aveva fatto una ben magra figura. Come già nel caso dell'elezione di George W. Bush, ancora una volta La Repubblica, peraltro in buona compagnia, ha confuso la realtà con il suo wishful thinking.

Da lontano, la prospettiva "fuori d'Europa" mi ha però aiutato a mettere a fuoco due elementi significativi del panorama politico del mondo occidentale. Il primo è che la vittoria di Sarkozy è in linea con la tendenza di lungo periodo dell'intero mondo occidentale, dove gli elettori stanno premiando il liberalismo innovatore nei confronti del dirigismo conservatore, qualsiasi forma partitica prendano queste due tendenze nei vari paesi. Chiamare "destra" e "sinistra" queste due tendenze in opposizione è non soltanto riduttivo, ma soprattutto astorico. Il fatto che Tony Blair sia un ex-socialista (si veda il significativo apprezzamento che gli ha dedicato The Observer il 30 aprile) e Piero Fassino un ex-comunista, e quindi, verrebbe da dire, entrambi "di sinistra", non significa più niente. I due militano in campi opposti, e quello di Fassino è il campo tendenzialmente perdente. Insomma: non è un caso che in Francia abbia vinto Sarkozy. Prima di lui hanno vinto (e vado a memoria) George W. Bush (Stati Uniti), Angela Merkel (Germania), Steven Harper (Canada), e Mario Dumont (Québec, vittoria relativa), tutti esponenti di quella tendenza liberale innovatrice di cui fa parte anche Silvio Berlusconi. Da questo punto di vista, nel momento in cui ha perso le ultime elezioni Berlusconi ha rappresentato l'eccezione alla regola, anche se oggi già rivincerebbe le elezioni e con tutta probabilità tornerà al potere la prossima volta.

In linea di massima, la tendenza liberale innovatrice è più pragmatica, non crede nella pianificazione e nel centralismo, accorda più fiducia alla capacità dell'individuo di scegliere e di decidere da sé, ed è contraria alla funzione etica e propositiva dello stato in materia di morale e di etica. Anche in questo caso la coalizione guidata da Berlusconi rappresenta un'eccezione, visto il peso non indifferente rappresentato dallo statalismo di Alleanza Nazionale e da un certo integralismo di matrice cattolica. La tendenza dirigista conservatrice, al contrario, si distingue soprattutto per una sorta di utopismo di fondo, vale a dire la certezza che esista un modello possibile di società perfetta al quale bisogna puntare. Questa certezza porta con sé un senso di superiorità morale, nonché l'dea che la gente (prima del 1989 si sarebbe detto "il popolo" o "le masse") sia immatura e vada guidata  e anzi spinta verso la propria emancipazione. Anche qui il cattolicesimo integralista si fa sentire, ma la matrice egemonica è soprattutto quella comunista, che ha semplicemente sostituito la cieca fiducia nell'interventismo economico con un'altrettanto cieca fiducia nell'interventismo burocratico. Scissioni o no, questa fiducia nella potere egalitarista della burocrazia è ciò che più accomuna la sinistra radicale e quella riformista.

Il secondo elemento significativo del panorama politico occidentale è quello relativo al fatto che ormai tutte le elezioni politiche si vincono di strettissima misura, per un pugno di voti, anche se poi nei paesi in cui vige il sistema uninominale secco i premi di maggioranza rendono il fenomeno meno visibile. Da cui gli insensati lamenti post-elettorali sul "paese diviso" o l'ipocrita promessa del vincitore "di essere il presidente di tutti" e di voler "riunificare il paese". Tale spaccatura al 50 per cento, lungi dall'essere un'eccezione, rappresenta ormai la regola di paesi che si dividono lungo linee che hanno poco a che vedere con l'appartenenza di classe (come avrebbe voluto la tradizione marxista) o ragioni "strutturali" quali la crescente povertà, la mancanza di posti di lavoro, l'aumento delle tasse, l'incertezza della previdenza sociale e così via, o al contrario la soddisfazione di quegli stessi bisogni.

Anche quando si vada a votare con la mano sul portafoglio, resta poi da decidere quale partito o coalizione politica presenti le migliori soluzioni a quei problemi economici. E a quel punto entrano in gioco fattori ideologici e ideali, che sono alla fine quelli che contano: il sentimento personale, la tradizione familiare, la psicologia individuale, in ultima analisi la fiducia nel messaggio liberale innovatore o in quello dirigista conservatore che contraddistinguono i due blocchi contrapposti. Soprattutto dopo l'attentato alle Torri Gemelle di New York dell'11 settembre 2001, uno dei motivi ideali di spaccatura tra i due blocchi è la scelta occidentalista o antioccidentalista dell'uno o dell'altro. In linea di massima, i liberali innovatori fanno propri i valori del mondo occidentale, mentre i dirigisti conservatori rappresentano una coalizione che va dal terzomondismo  dottrinario e spesso fascista o islamofascista, all'antioccidentalismo, all'anticonsumismo, all'ecologismo, fino a quell'immobilismo europeista che sopravvive soprattutto in funzione antiamericana.

Si vota, insomma, per il messaggio, non per il portafoglio. E anche qui l'Italia rappresenta un caso relativamente eccezionale, data l'importanza numerica dei partiti della sinistra radicale (pressoché spariti nel resto del mondo occidentale), nonché l'esistenza di un sistema politico che fa sopravvivere i partititi a conduzione familiare. Ed è sempre per motivi ideali o ideologici che a volte si "tradisce" il proprio schieramento di riferimento, quando siano in gioco battaglie trasversali ritenute fondamentali legati al costume e alla morale quali divorzio, aborto, clonazione, eutanasia, matrimonio tra partners dello stesso sesso, e così via.

codignol@unige.it

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