Licenziamenti e tagli alle spese: in Europa dell’Est scoppiano le rivolte

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Licenziamenti e tagli alle spese: in Europa dell’Est scoppiano le rivolte

07 Marzo 2009

Dopo un lungo periodo di crescita, l’Europa centro-orientale è colpita da una crisi economica che riflette quella globale, ma è ulteriormente aggravata dalle distorsioni legate al modello di sviluppo dell’intera area. I costi sociali della crisi fomentano proteste contro i governi, che fino ad ora non sembrano aver trovato una formula per arrestare il tracollo.

Sistemate le turbolenze interne conseguenti al passaggio dal regime comunista a quello capitalista, alla metà degli anni Novanta le economie dei paesi dell’est europeo hanno raggiunto traguardi impressionanti, su tutti Lituania, Estonia e Lettonia, le cosiddette “tigri baltiche”. In particolare, la Lettonia aveva impostato la sua enorme crescita su poche ma efficaci regole: riforme strutturali, liberalizzazioni, basso costo del lavoro. Queste condizioni favorevoli hanno attirato gli ingenti capitali  delle banche dell’Europa Occidentale, dove le economie attraversavano una fase di crescita asfittica. Al contrario, le tigri baltiche galoppavano: ancora nel 2007 il Pil della Lettonia cresceva del 10,3%. Con l’avanzare della crisi, tuttavia, il PIL lituano nel 2008 è crollato fino all’1,3% e nel solo mese di gennaio 2009 il Pil lettone ha subito una contrazione del 10,5%, la peggiore dall’anno nero del 1991. Anche per l’Estonia non va meglio: il suo Pil è sceso del 9,4% nel 2008. 

Lo stesso discorso va fatto per il resto dell’Europa centro-orientale e per i Balcani, dove i cospicui capitali occidentali finanziavano generosamente sia il sistema produttivo che la concessione di mutui e prestiti al consumo. Tra il 60% e il 90% del circuito bancario nell’Europa centro-orientale appartiene infatti a istituti occidentali. Così, il 90% dei prestiti proviene da una decina delle più grandi banche occidentali: Unicredit in Italia, Raiffeisen e Erste Bank in Austria, Société Générale in Francia, l’olandese ING, la tedesca Commerzbank. Ma questo ciclo virtuoso si è interrotto a causa dell’eccesso di ottimismo e spregiudicatezza con cui le banche hanno finanziato il credito, ignorando gli allarmi sul rischio di insolvenza. Nel 2008, il settore agricolo della Bulgaria, dal quale dipende ancora il sostentamento minimo della popolazione, è precipitato del 20% sul Pil nazionale e l’anno scorso le esportazioni ungheresi sono diminuite del 22%. Il miracolo economico dell’Europa centro-Orientale sembra essersi dunque trasformato in una recessione fulminante.

La logica non cambia per i mutui. Incentivati dall’apparente stabilità del cambio con l’euro, sono proliferati i mutui denominati in valuta forte, come euro e franco svizzero. Complice la pesante svalutazione delle divise extra-euro, i mutui si sono trasformati in un peso insostenibile per banche e proprietari quando si è vaporizzata la bolla speculativa del mercato immobiliare. Le banche occidentali si sono quindi ritrovate un’altissima percentuale di debiti all’interno dei loro conti correnti orientali: dal 190% della Lettonia al 90% della Polonia. Secondo un rapporto di Swiss Bank, soltanto nel 2009 i paesi dell’Europa orientale dovranno restituire alle banche occidentali una cifra intorno ai 400 milioni di euro. Ma sempre per l’anno corrente, il volume dei capitali bancari verso l’Europa centro-orientale calerà dai 95 miliardi di euro del 2008 ai 22 previsti per il 2009. A questo punto il ritorno dei capitali nell’Est europeo è diventata un’incognita anche per le difficoltà in cui grava il sistema economico dell’Europa occidentale.

La crisi potrà avere effetti sociali dirompenti nelle giovani democrazie orientali. In Lettonia, il governo di centrodestra, al potere da poco più di un anno, ha rassegnato le dimissioni dopo le violente proteste seguite all’approvazione di drastici provvedimenti per troncare la spesa pubblica. Scuole e ospedali sono a rischio chiusura, mentre le amministrazioni locali subiranno decurtazioni fino al 40% del bilancio. Sono le durissime clausole per ottenere 7,5 miliardi di euro da Fmi, Ue e altre istituzioni. Così, il 13 gennaio una folla di diecimila dimostranti è esplosa in violente proteste, culminate nel saccheggio di supermercati e nel ferimento di una quarantina di persone, tra cui 14 agenti, e nell’arresto di oltre 100. Il 16 gennaio è stata la volta della Lituania: 7 mila dimostranti hanno attaccato il parlamento con fumogeni, uova e palle di neve, contro i tagli ai salari nel pubblico impiego e l’aumento delle tasse. Ottantasei persone sono state arrestate. D’altra parte, l’esercito dei disoccupati continua a crescere: 50.000 in Bulgaria dall’inizio del 2009 e 45.000 in Repubblica ceca solo a gennaio, mentre in Polonia il tasso di disoccupazione è balzato al 10,5%.

Nonostante sia il turno di Praga alla presidenza dell’UE, Bruxelles ha deciso di ignorare la richiesta di soccorso che viene dall’Est, rifiutando le richieste di un piano di salvataggio per l’intera Europa Orientale. Oggi, a quasi vent’anni di distanza dal tracollo dei regimi comunisti che produsse drammatiche conseguenze economiche, le giovani democrazie dell’Europa orientale devono dimostrare di essere capaci di far ripartire la crescita con le loro forze, superando le possibili conseguenze sociali della recessione in corso.