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L’identità della Chiesa e il Magistero di Benedetto

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di Pietro De Marco

Negli ultimi atti di governo di Benedetto XVI, la lettera motu proprio data del 7 luglio sul Messale romano, ed ancor più i Responsa (diffusi oggi) della Congregazione per la Dottrina della Fede in materia ecclesiologica, si conferma il taglio inconfondibile del programma di Benedetto XVI, ormai in atto. La sua profonda visione strategica intende operare ad integrazione-compimento del magistero di Giovanni Paolo II, con quelle caratteristiche di fermo discernimento sui temi della verità e della ragione che il card. Ratzinger aveva praticato come prefetto della Congregazione, di fronte alle derive teologiche interne alla Chiesa. Chi consulti la sezione Documenti di carattere dottrinale della Congregazione sul sito del Vaticano, troverà analisi critiche esemplari di opere dottrinali sottoposte nei decenni al suo vaglio; e scoprirà tutta la profonda serietà che Roma ha posseduto nella tutela e trasmissione del patrimonio rivelato in anni in cui utopie, outrances e deliri sembravano poterlo travolgere.

 

Si trattava per Joseph Ratzinger, come si tratta oggi per Benedetto XVI, di assumersi il rischio dialogico di dire opportune et importune l’errore, quando dottrine e “esperienze” oltrepassino soglie estreme di tollerabilità.  Come ho scritto su loccidentale ad altro proposito, lo spazio della condotta dialogica ha comunque i suoi confini, e ciò è richiesto dalla logica stessa del dialogo. Anzi  vincoli e confini sono condizione della sua sensatezza: senza vincoli di accettabilità dell’Altro che si impongano simmetricamente ai protagonisti, si dissolve la ratio del dialogo e ogni suo risultato diviene in sé indifferente.

Il metodo di Benedetto prende corpo nella volontà di non evitare la pars critica entro il rapporto dialogico; ossia nel mantenere il dialogo sotto l’ossequio della verità.  Così, deliberatamente, verso l’Islam; così entro la Chiesa.

Ora, le Risposte a quesiti riguardanti alcuni aspetti circa la dottrina sulla chiesa pubblicate a firma del Prefetto card.William Levada e dell’Arcivescovo segretario, mons. Angelo Amato, arricchiscono drammaticamente il dialogo ecumenico di un promemoria di verità che forse si andavano dimenticando, anche da parte cattolica. Affermano, su base conciliare, i Responsa: la Chiesa di Cristo, in quanto unità e complexio di tutti gli elementi istituiti da Cristo stesso, sussiste autenticamente e solo  nella Chiesa cattolica. I gradi di distanziamento delle altre confessioni cristiane da tale integrità e unità possono variare, senza che in loro sia impedita la santità; ma la condizione di separatezza denuncia comunque in esse una carenza, talora molto grave, della forma plenaria della Ecclesia Christi

Si badi che l’istituzione autenticamente posta in e da Cristo ha poco a che spartire con i brandelli della figura di Gesù e della organizzazione delle primitive comunità cristiana che la “critica” moderna ritiene di “ricostruire”. Solo l’analogia della Fede (la struttura portante della Tradizione) conosce la costituzione in e da Cristo.

A partire dal Concilio, Lumen Gentium 8,2 , scrive la Congregazione: “La parola “sussiste” può essere attribuita esclusivamente alla sola Chiesa cattolica”. Una formula complessa, di sviluppo e approfondimento, ma in continuità  con la dottrina costante: “nulla veramente cambia”, “doctrina tradita ullo modo immutata est”, ricorda la prima delle Risposte. Non andava detto? E per utilità di chi o di cosa?  Non certo della nostra chiarezza (cattolica) a noi stessi. Cosa rischia di essere, infatti, la “fedeltà al Concilio” invocata ancora oggi dalla declamazione antiromana se non l’occultamento di gran parte del corpus conciliare a vantaggio di un prontuario di esortazioni “liberanti” che sempre si agita?

Concludono le Risposte della Congregazione: vi sono “comunità”, anche grandi comunità aggiungo, che “non hanno la successione apostolica nel sacramento dell’ordine, e perciò sono prive di un elemento costitutivo essenziale dell’essere Chiesa.  Le suddette Comunità ecclesiali che, “specialmente a causa della mancanza di sacerdozio ministeriale, non hanno conservato la genuina e integra sostanza del Mistero eucaristico” (Unitatis redintegratio, 22.3 – ancora un testo conciliare), non possono, secondo la dottrina cattolica, essere chiamate “Chiese” in senso proprio”. Questa franchezza o parrhesia, ben intelligibile entro la tradizione cristiana, concerne non l’Ortodossia, bensì il mondo della Riforma protestante.

Non andava detto? Certo; d’altronde a chi importa della successione apostolica o del sacerdozio ministeriale? Nella cultura religiosa diffusa, anche del clero, questi “fatti” (mi si perdoni il deliberato fisicismo teologico), che pure reggono l’edificio cattolico e la sua pienezza, vengono accantonati perché ignorati, o occultati perché disturbanti.  Ma, rispetto al problema ecumenico che verrà invocato con scandalo, emerge allora, dominante (e primaria), la questione della nostra stessa formazione alla fede; e senza l’orizzonte della fede che la Chiesa propone a credere (fides quae creditur) il resto è orpello. Benedetto XVI che si prende cura del gregge nel pericolo è, dunque, anche grande catechista.

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6 COMMENTS

  1. Circolo ermeneutico?
    Bisognerebbe aggiungere che, oltre al suddetto documento, nel sito della S. Sede appare anche un articolo di commento (in questi casi di autorevole composizione) che sembra andare oltre. Tra le diverse interpretazioni delle interpretazioni conciliari, appare piuttosto indebita l’osservazione per cui si afferma “una sostanziale identità di essenza tra Chiesa di Cristo e Chiesa cattolica”. Come è possibile andare oltre il Concilio solo in nome di abusi postconciliari su diversi fronti? Neppure il criterio ratzingeriano della “continuità/discontinuità” a proposito del Vaticano II (cfr. il discorso del 22 dicembre 2006) è arrivato a tanto. Forse con maggiore onestà bisogna riconoscere che accanto a Benedetto XVI vi sono persone più “papiste” del papa che pretendono di offrire una chiave definitiva di un evento che ben oltre le loro “piccole” teste. Pensavo che questo tipo di gioco ermeneutico fosse terminato dopo Giovanni Paolo II, ma è evidente che quanti l’hanno creato continuano (questi sì) a sussistere e ad essere avallati, creando la stesse misere dinamiche!

  2. Unica Chiesa Cristiana ?
    L’apparato della Chiesa Cattolica arroga a sé la parola di Gesù Cristo come unico erede. Ma Vi pare possibile che ci sia ancora qualcuno che porta avanti ragionamenti del genere in questo tempo di gravi turbamenti. Avremmo bisogno di parole di amore e non di pretesi diritti di primogenitura. L’apparato della Chiesa Cattolica operi in pratica oggi quando c’è una grande necessità di una sincera spiritualità.

  3. la parola amore, magari
    la parola amore, magari appoggiandosi al passepartout della coscienza intesa come istanza autonoma e creatrice di verità, usata come arma contro ogni pronunciamento della Chiesa alla cui santità e autorità il cattolico si affida pronunciando ogni Domenica il credo, è un deja vu che rimanda alla religione umanitaria del cacciucco di cui, francamente, non se ne proprio più.
    E’ il cattolico che vuole che la Chiesa dica quello che lui ha già deciso debba dire e guai a ripetere con Pietro “signore, sulla Tua parola getterò le reti”, guai ad ascoltare la Madonna: “Fate quello che vi dirà”, inconcepibile per l’homo cattolicus adulto, così adulto da essere gerontocattolico.

  4. Distinzioni
    Per quello che sono riuscito a capire dagli studi teologici fatti e non presunti, il regno di Dio dovrebbe essere più grande della realtà ecclesiale e la Chiesa di Cristo non concide con le singole chiese e comunità ecclesiali e non è la somma delle singole parti, come se tutto è da vedere come un ritorno alla Chiesa di Roma. Perché allora si insiste su un aspetto già chiarito dal Concilio con un termine apposito (subsistit), volutamente diverso dal verbo essere? La triste realtà della divisione tra cristiani dovrebbe portare a vedere quanto unisce e non ciò che divide! L’obiettivo dell’ecumenismo non è infatti la comunione visibile dell’unica Chiesa di Cristo? Il documento appena pubblicato sembra creare più problemi che risolverli.

  5. Tornare al Vangelo
    E’ un paradosso ma anche un felice segno dello Spirito che la settimana più infausta per il papato di Benedetto XVI contraddistinta da due eccessi di zelo che riportano indietro il cammino di unità all’interno della chiesa cattolica, tra le chiese cristiane e tra la chiesa e il mondo, un felice segno dicevo, che la settimana si concluda con la bellissima parabola del “buon samaritano” che ascolteremo domenica 14 luglio. L’eretico, il samaritano al di fuori dalla legge di Dio, il lontano da Dio, nel quale i Padri della Chiesa hanno visto Gesù stesso, è l’unico capace di avvicinarsi all’uomo sofferente a cui si fa prossimo.

  6. Ma chi se non Gesù Cristo
    Ma chi se non Gesù Cristo può dire se una tale religione è o meno “cristiana”?
    Chi può arrogarsi il diritto di parlare in sua vece?
    Ho invece l’impressione che molti degli insegnamenti arrivati da Gesù stesso vengono totalmente dimenticati.
    L’AMORE per il prossimo, la compassione, la comprensione, il fatto che solo DIO può giudicare, non sono forse messaggi molto importanti che Lui stesso ci ha dato?

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