L’incontro di Benedetto con Bush è stato più personale che istituzionale

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L’incontro di Benedetto con Bush è stato più personale che istituzionale

14 Giugno 2008

Tutte le agenzie, compresa la Sala stampa della Santa Sede, hanno messo in evidenza due caratteri dell’incontro tra il presidente americano Bush e Benedetto XVI. La prima è il carattere familiare e di amicizia della visita, accentuato da un protocollo particolarmente rilassato, con passeggiata e musica. La seconda è stato ”l’impegno comune a difesa  dei  valori fondamentali”.  Sono due aspetti fondamentali della diplomazia della Santa Sede e prima di tutto del papa, che è il primo “diplomatico” vaticano.

Normalmente si è portati ad equiparare la Santa Sede ad uno Stato come gli altri. In realtà lo Stato del Vaticano è a servizio della missione della Chiesa nel mondo, che non è di carattere politico. Certamente essa ha a che fare con gli Stati e le istituzioni, ma in fondo ha di mira l’uomo. Dietro gli Stati vede i popoli e dietro agli uomini politici vede le persone. Questo è il motivo per cui nei colloqui personali con i grandi del mondo, c’è sì un rapporto protocollare, ma c’è sempre anche un incontro personale, perché il papa è anche  il parroco del mondo. Nel rapporto con Bush questo si è visto in modo particolare, ma è presente in tutti gli incontri del papa con gli uomini politici. Anche durante la visita alla Casa Bianca dell’aprile scorso – almeno a stare alle agenzie – ci sono stati di questi momenti di incontro personale. Nello Studio ovale il papa ha recitato una preghiera insieme ai Bush, poco prima la banda presidenziale aveva intonato Happy Birthday. Un clima di famiglia, di stima e di incontro. La familiarità di questa ultima visita di Bush – ultima in tutti i sensi – evidenzia quindi la natura stessa di quanto ci sta a fare la Chiesa nelle relazioni internazionali. Ci si siede sì intorno a dei tavoli per discutere, ci si rifà a convenzioni e protocolli, ma senza dimenticare che le intese richiedono anche un incontro in umanità più profondo. Attualmente la cronaca ci dice che i sondaggi di apprezzamento del presidente americano sono piuttosto bassi. Ma i papi non seguono i sondaggi e non adattano i protocolli in base alla forza politica degli ospiti. Bush è un presidente a fine mandato, la sua importanza politica sta declinando. Ma anche questo non conta agli occhi della Chiesa.

C’è poi "l’impegno comune a difesa  dei  valori fondamentali". Il riferimento principale va ai temi della vita e della famiglia. Negli Stati Uniti il Presidente non può fare tutto. C’è il Congresso, la Corte Suprema e i singoli Stati federati. Può però fare molto e non c’è dubbio che Bush ha fatto quanto ha potuto. Ha posto il veto all’aborto tardivo, cui aveva invece aperto le porte Bill Clinton, ha nominato giudici alla Corte suprema di impostazione pro life, non ha mancato di esporsi con dichiarazioni inequivocabili sul valore sociale della famiglia naturale e sul diritto alla vita.

Ci sono poi gli altri problemi sociali, come l’immigrazione e lo sviluppo. E’ vero che la Conferenza episcopale americana aveva tirato le orecchie al disegno di legge federale sulla immigrazione, ma è anche vero che dal Messico e dall’America latina la presidenza Bush ha saputo gestire una migrazione massiccia. La Chiesa vede in questo fenomeno qualcosa di positivo. Il presidente dei Cavalieri di Colombo, Carl Anderson, ha detto che i cattolici devono impegnarsi ad accogliere i migranti messicani anche per aiutare un cambiamento religioso negli Stati Uniti. A parte quindi qualche incomprensione con i vescovi statunitensi, su questo importante problema c’è sintonia.

Quanto ai temi dello sviluppo, bisogna considerare l’importante ruolo svolto da Mary Ann Glendon, attuale ambasciatore degli Stati Uniti presso la Santa Sede. La Glendon, giurista di Harvard, aveva guidato la Delegazione della Santa Sede alla Conferenza di Pechino del 1995 sulla donna. E’ poi stata chiamata a presiedere la Pontificia Accademia delle Scienze sociali, istituita da Giovanni Paolo II nel 1994. Quando la Glendon presentò le sue credenziali a Benedetto XVI – si veda il discorso su l’Osservatore Romano del 1 marzo 2008 – ricordò con minuzia analitica gli impegni degli Stati Uniti per la lotta alla fame e per lo sviluppo dei paesi poveri. Ciò per contrastare, sulla base dei fatti, la vulgata degli Stati Uniti affamatori dell’umanità. Anche lei era presente all’incontro tra Bush e Benedetto XVI ed è la maggiore protagonista di una “intesa” di fondo non solo sui temi della vita e della famiglia ma anche su quelli dello sviluppo.

Rimane il problema della guerra e in particolare della guerra in Iraq, che non è stato oggetto del colloquio in Vaticano. Il fatto che la situazione in Iraq stia notevolmente migliorando, la presenza in quella regione di altri preoccupanti pericoli, la riflessione in atto dentro la Chiesa su questi temi, specialmente davanti alle nuove sfide terroristiche, hanno rimandato ad altra data questo argomento.