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L’Invincibile Armata del sindacato

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1. Più che una fra le caste, quella sindacale sembra ormai essere diventata la casta per eccellenza. Non solo abbiamo due ex sindacalisti sugli scranni più alti della Camera e del Senato. Abbiamo anche diversi ministri, sottosegretari e presidenti di commissione a denominazione di origine sindacale controllata e garantita, per non parlare poi dei “parlamentari semplici”, degli amministratori regionali, provinciali e comunali. Insomma, a fronte della crisi di legittimazione dei partiti tradizionali, il sindacato è riuscito a conquistarsi un ruolo di supplenza di straordinaria efficacia. Al punto da aver messo definitivamente in crisi il tradizionale modello del sindacato “cinghia di trasmissione” dei partiti (della sinistra); oggi al contrario sembra che la politica (di sinistra ma - ahimé - talvolta anche di destra) sia ridotta a cinghia di trasmissione del sindacato!

Il sindacato è ormai uno dei protagonisti della dialettica politica fra gli altri: basti pensare ai tentennamenti di Epifani nella partita su pensioni e welfare, preoccupato di farsi scavalcare a sinistra da Rifondazione! Evidentemente sono lontani i tempi di Luciano Lama, capace di andare incontro ai fischi della base operaia.

Ma in tal modo il sindacato ha sostanzialmente abdicato alla funzione di rappresentanza generale dell’interesse del lavoratori. Il sindacato ormai rappresenta solo alcune ben delimitate aree del mondo del lavoro. Rappresenta essenzialmente i lavoratori di sinistra tutelati: quelli con contratti a tempo indeterminato, inseriti nelle fabbriche tradizionali, nel pubblico impiego, o i pensionati.

 2. Per comprendere il ruolo sempre maggiore dei sindacati non basta però sottolineare la caduta verticale della legittimazione dei partiti. La domanda che sorge spontanea è infatti: in che modo il sindacato è stato in grado di accrescere la propria forza resistendo ai processi di secolarizzazione e di frammentazione della politica? Come ciò è stato possibile proprio in una fase storica caratterizzata da imponenti trasformazioni del mondo del lavoro che hanno segnato il definitivo superamento del modello di organizzazione industriale di tipo fordista che ha storicamente rappresentato il contesto naturale della crescita del sindacato?

Come è stato possibile che mentre gli iscritti ai partiti politici siano crollati dal 15% al 2% degli elettori nel corso degli ultimi venti anni, gli iscritti al sindacato siano cresciuti nello stesso periodo di circa il 30%? Un risultato quest’ultimo che appare del tutto incomprensibile se posto in relazione con la sostanziale chiusura sindacale nei confronti delle sfide posto dall’evoluzione del sistema economico, che ha posto in crisi la tradizionale tipologia di lavoratore che per decenni aveva  rappresentato il prototipo dell’iscritto al sindacato.

Certo alla base di tale successo c’è stata sicuramente un’efficace strategia di marketing che ha consentito al sindacato di rendere poco evidente lo squilibrio delle proprie strategie in favore degli insider ed in danno degli outsider. Il sindacato è infatti riuscito in questi anni a coniugare un’elevata quanto sterile dose di retorica e di demagogia, ad esempio in materia di precariato giovanile, con una ben più efficace azione di tutela degli interessi e dei privilegi di cui godono i dipendenti pubblici ed i lavoratori cinquantenni in odore di pensione di anzianità. In tal modo il sindacato è riuscito nell’obiettivo di rendere poco evidente il fatto che la vera causa della cosiddetta precarizzazione non è la legge Biagi o il pacchetto Treu, ma – più semplicemente – una normativa sul lavoro arcaica e pensata in relazione ad un altro contesto produttivo (si pensi all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori) che, combinata con l’evoluzione internazionale dei processi economici, ha spinto le imprese ad un utilizzo esasperato delle forme di flessibilità ammesse dall’ordinamento.

Ma non basta! La resistenza sindacale si basa anche su una serie radicata di privilegi personali ed organizzativi che hanno consentito alla casta sindacale di attraversare imperturbabile questo decennio turbolento. Decennio durante il quale tutti le casematte dell’oligarchia del potere sono state drammaticamente messe in discussione (Partiti della Prima repubblica, Parlamento, Presidenza della Repubblica, Magistratura, televisione di Stato, Mediobanca, Partecipazioni statali, Banche pubbliche, financo la Juventus, retrocessa con ignominia in serie B). Tutte, proprio tutte, ad eccezione di una: il sindacato, che procede imperturbabile con il suo passo da pachiderma!

 3. Il primo e decisivo privilegio è rappresentato dal regime delle trattenute sulle buste paga, operate dal datore di lavoro qualora il dipendente sia iscritto ad un sindacato. Tale meccanismo storicamente ha rappresentato un potente fattore di stabilizzazione della base associativa dei sindacati e della loro solidità finanziaria. La trattenuta infatti opera a tempo indeterminato sino a revoca espressa del lavoratore.  Ciò in pratica vuol dire che una volta iscritto ad un sindacato (semmai per ottenere i servizi di un patronato) un lavoratore resta nel sindacato finché morte non li separi. Le probabilità che un lavoratore esplicitamente si dimetta dal sindacato comunicandolo all’associazione o al datore di lavoro sono veramente minime, anche considerando i prezzi di saldo al quale sono fissate le quote di iscrizione (in molti casi meno di un euro al mese, a fronte del quale spesso l’iscritto può beneficiare di servizi della più svariata natura: polizze assicurative, assistenza legale gratuita, iniziative culturali e commerciali … ).

Il tema è spinoso al punto che nel 1995 si è anche celebrato un referendum popolare sulla questione. Il referendum, promosso da Giacinto Pannella (detto Marco), in un periodo nel quale il suo pendolo era orientato verso lib e non come oggi verso lab, abolì la disciplina relativa alle trattenute in busta paga per le quote sindacali. Il principio che si affermò era semplice: l’associazione sindacale è libera, ma chiunque voglia iscriversi al sindacato deve farlo autonomamente provvedendo in proprio al versamento della quota associativa (come per i partiti o per tutte le altre associazioni). Era anche un modo per costringere il sindacato ad una vera democrazia interna, basata - in primo luogo - sulla espressa manifestazione di consenso degli iscritti e non solo sulla mancata revoca di una volontà espressa anni prima.

Ebbene ad oltre dieci anni dal referendum nulla è cambiato. I contratti collettivi hanno reintrodotto la trattenuta in busta paga abolita dal popolo sovrano! E la cosa ancor più grave è che l’elusione della volontà popolare sia stata perpetrata non solo dalle associazioni degli imprenditori privati, ma anche dallo Stato e dalle altre amministrazioni pubbliche, le quali, almeno in teoria, dovrebbero nutrire un maggior grado di rispetto della volontà dei cittadini.

A completamento della tutela degli interessi sindacali, vi è poi la norma inserita in sede di conversione di un decreto legge del 1972, che consente la medesima facoltà anche per i pensionati che sono ormai il vero serbatoio di tessere del sindacato. Ad oggi, infatti, i pensionati iscritti a CGIL, CISlL e UIL sono quasi sei milioni, pari al 50% del totale, il che appare francamente paradossale per delle organizzazioni rappresentative dei lavoratori!

 4. La vicenda è illuminante anche in un altro senso. Negli ultimi anni i contratti collettivi di lavoro sono diventati lo strumento principe per il sindacato per spuntare enormi privilegi al riparo dalle luci del procedimento legislativo. In sede di contratto collettivo del pubblico impiego, nella parte normativa del contratto, spesso si introducono misure di favore, che attenuano il rigore delle disposizioni legislative. Il vero guadagno del sindacato nei contratti di lavoro spesso non risiede nella parte relativa agli aumenti retributivi ai lavoratori ma nelle disposizioni che riconoscono privilegi alle organizzazioni!

Il caso più clamoroso è quello delle prerogative sindacali nel pubblico impiego. Nel 1970 lo Statuto dei lavoratori scritto da Gino Giugni introdusse il diritto al mantenimento del posto di lavoro per la durata dell’incarico per i sindacalisti a tempo pieno. Lo Statuto, anzi, per rafforzare la tutela previde anche alcune guarentigie dirette a prevenire comportamenti discriminatori da parte delle aziende. Ma nessuno si era mai sognato di pensare che tali sindacalisti a tempo pieno dovessero essere retribuiti dall’impresa; aspettativa sindacale senza assegni ed è il sindacato a provvedere alla retribuzione dei suoi dirigenti.

Ebbene i contratti collettivi di lavoro del pubblico impiego hanno, alla chetichella, introdotto da diversi anni il principio opposto: i dipendenti pubblici in distacco sindacale continuano ad essere regolarmente stipendiati dalle amministrazioni. Comprese le progressioni di stipendio e la retribuzione di risultato, anche se i risultati per definizione un dipendente in distacco sindacale non può in alcun modo conseguirli! Tutto ciò più o meno all’oscuro della pubblica opinione e del Parlamento (il quale, se qualcosa sa, si guarda bene dall’occuparsene).

La cosa oltre ad essere singolare in sé, è assurda perché introduce un’odiosa discriminazione fra lavoratori pubblici e lavoratori privati. In tal modo, di determina anche un pericoloso incentivo alla sindacalizzazione integrale del pubblico impiego che rappresenta il principale ostacolo ai processi di modernizzazione delle pubbliche amministrazioni. Non è forse tale assurda disciplina di favore ad aver causato nel pubblico impiego la proliferazione di associazioni sindacali fantasma, che nascono si trasformano e muoiono proprio in funzione della ripartizione delle prerogative sindacali e dei distacchi in particolare?

Attualmente i sindacalisti a tempo pieno a spese di Pantalone sono oltre tremila, una quota dei quali sono addirittura dirigenti dello Stato o delle altre amministrazioni pubbliche.

Sempre a carico di Pantalone vi è poi la vicenda dei contributi figurativi pagati dallo Stato in favore dei dipendenti di imprese private in aspettativa per motivi sindacali. Un privilegio che un tempo era condiviso anche con i dirigenti di partito, ma che oggi solo i sindacalisti sono riusciti a mantenere.

 5. Sul piano dell’insediamento sociale, occorre ricordare quella formidabile rete organizzativa rappresentata dai patronati. Si tratta di strutture, finanziate dallo Stato, che svolgono in primo luogo attività di assistenza ai dipendenti per le vertenze pensionistiche e di lavoro nei confronti delle imprese e dello Stato medesimo. La rete dei patronati, prevalentemente di natura sindacale, consiste in oltre 10.000 sportelli, i quali annualmente intermediano circa 6 milioni di pratiche. Il sistema viene finanziato a carico del bilancio pubblico con un’aliquota pari allo 0,226 % dell’ammontare complessivo dei contributi sociali riscossi dagli istituti previdenziali. Un montante immenso che produce un finanziamento considerevole (pari nel 2007 a circa 400 milioni di euro) e che si rivaluta automaticamente con l’aumentare delle entrate contributive. La rete dei patronati è capillare sul territorio nazionale ma comprende anche numerose sedi all’estero, le quali, nate per garantire assistenza ai nostri emigrati, oggi che il nostro Paese è diventato un importatore netto di forza lavoro sembrerebbero aver perso ragion d’essere. Ma naturalmente la capacità creativa degli imprenditori sindacali è notevole. E così, dopo l’introduzione di quell’infernale meccanismo voluto da Tremaglia per garantire il voto per gli italiani residenti all’estero, le sedi estere dei patronati sono diventati dei formidabili strumenti di organizzazione del consenso elettorale. Non è forse un caso che, come notava Giuliano Cazzola qualche settimana fa, l’unica circoscrizione estera nella quale la Casa delle libertà è riuscita a vincere è quella russa, zona dove, per l’appunto, non sono presenti patronati.

Anche i patronati furono interessati nel 1999 da una richiesta di referendum abrogativo promosso dai radicali. Ma a difesa della casamatta sindacale intervenne prontamente la Suprema Corte: il quesito popolare fu ritenuto inammissibile perché giudicato “non omogeneo”!

 6. Un’altra rete capillare di insediamento sindacale è rappresentata da dagli innumerevoli comitati e commissioni degli enti di previdenza. Questi ultimi hanno un modello di gestione duale i consigli di indirizzo e di vigilanza (CIV), di designazione sindacale, che affiancano i normali consigli di amministrazione degli enti, i cui componenti sono nominati dal Governo. Ma il problema naturalmente non sono i CIV in quanto tali, la cui funzione non appare peraltro ben chiara. Il problema è piuttosto la pletora di Comitati amministratori dei fondi e delle gestioni nonché le Commssioni speciali (ad esempio per la Cassa integrazione) che, articolati a livello nazionale, regionale e provinciale, complessivamente includono quasi sei mila componenti, con un onere per i bilanci degli enti di svariati milioni di euro.

Una rete di poltrone così capillare da rappresentare il vero ostacolo al processo di riforma e di razionalizzazione degli enti previdenziali del quale si discute da tempo. Il solito Bersani nel decreto sulle “cosiddette” liberalizzazioni del giugno 2006 ci aveva provato: l’articolo 29 disponeva infatti un taglio del 30% del numero dei componenti di tutte le commissioni delle pubbliche amministrazioni, evidentemente inclusi comitati e commissioni degli enti previdenziali. Ma, come del resto avvenuto per la liberalizzazione dei taxi o per l’abolizione del PRA, durante l’esame parlamentare del disegno di legge di conversione del decreto, è stato indotto a più miti consigli. Ora il Governo si balocca sul progetto di unificazione degli enti previdenziali (il cosiddetto super INPS), dal quale favoleggia di poter ricavare risorse finanziarie cospicue a copertura della controriforma pensionistica. Il progetto, ove mai venisse realizzato, forse non consentirebbe risparmi per compensare gli effetti del’abolizione dello scalone Maroni, ma comunque implicherebbe il taglio del 80% del numero di poltrone. E c’è da scommettere che anche questa volta prevarrà una soluzione maggiormente equilibrata e ragionevole: il mantenimento dello status quo!

7. Un formidabile strumento di finanziamento e di insediamento organizzativo, affermatosi prepotentemente negli ultimi anni, è poi rappresentato dai entri di assistenza fiscale. I CAF rappresentano sicuramente la più importante semplificazione amministrativa degli ultimi 15 anni. Un’eccellente applicazione del principio di sussidiarietà nel rapporto fra Stato e cittadino che ha consentito di rendere orami lontani i tempi del modello 740 lunare, che per diversi anni ha infestato l’esistenza del contribuente medio.

Il fatto è che sin dall’origine tale attività, remunerata a carico del bilancio dello Stato, è stata conferita in regime di monopolio ai sindacati senza alcuna effettiva giustificazione. I CAF, cioè sostanzialmente i sindacati, ricevono 15 euro per ciascun 730 raccolto. La cifra moltiplicata per circa 15 milioni di dichiarazioni produce un volume di affari di circa 225 milioni, sostanzialmente al riparo da ogni pressione concorrenziale. La cosa è a tal punto anomala da aver anche determinato, a carico del nostro Paese, una procedura di infrazione comunitaria per illegittima restrizione della concorrenza.

Così nel 2005, durante il Governo Berlusconi l’attività di assistenza fiscale è stata finalmente aperta anche a coloro che dovevano essere i naturali destinatari di tale attività: commercialisti, esperti contabili e consulenti del lavoro (e forse occorrerebbe estenderla anche ad altre categorie professionali, ad esempio i tributaristi). Ma a tutt’oggi l’attività è appannaggio esclusivo dei sindacati: alcune imperfezioni della legge (inizialmente non era stato previsto alcun compenso) ed alcuni ostacoli amministrativi (l’elevata polizza assicurativa  richiesta dall’amministrazione finanziaria) hanno impedito un’effettiva apertura del mercato. E così, solo alcuni mesi fa la Commissione europea è tornata alla carica ed ha chiesto spiegazioni al nostro Governo.

Ma non contenti del privilegio ricevuto i sindacati, grazie alla loro irresistibile fantasia imprenditoriale, stanno cercando di aumentare ulteriormente i margini di guadagno, andando ad occupare un “nuovo mercato” collegato a quello dell’assistenza fiscale. Secondo notizie apparse sulla stampa, i sindacati sarebbero, infatti, riusciti anche a mettere le mani su una quota significativa del 5 per mille dell’IRPEF, che, grazie alla riforma voluta da Giulio Tremonti, i contribuenti possono destinare al finanziamento di iniziative private di carattere sociale. I sindacati hanno infatti dato vita soggetti, fondazioni o associazioni, al solo scopo di intercettare una quota di tali risorse e così, secondo alcune indiscrezioni apparse sulla stampa, approfittando dell’incredibile vantaggio posizionale di cui godono nel rapporto con 15 milioni di contribuenti, inducono a destinare tali risorse in favore di loro medesimi. Se fosse vero sarebbe gravissimo: si tratterebbe di una disinvolta operazione di “marketing” fatta a spese di Pantalone ed a danno del vero volontariato.

8. Naturalmente la lista dei privilegi della casta sindacale non finisce qui. Questi sono i casi più clamorosi anche se spesso non adeguatamente conosciuti dalla pubblica opinione. Vi sono poi le situazioni storiche di radicamento sindacale, come, ad esempio, il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (CNEL) composto da 116 consiglieri designati per lo più dalle forze sociali. Un organismo previsto dalla Costituzione, una sorta di omaggio alla concezione corporativa dell’economia del periodo fascista, ma del quale ormai sfugge la funzione. Anche in questo caso da tempo si discute se abolirlo. L’aveva addirittura proposto la Bicamerale presieduta dall’onorevole D’Alema. Ma, come per molte altre delle “brillanti” idee di D’Alema, non se ne fece nulla.

Interessante è anche la vicenda degli immobili primi assegnati in godimento e poi, negli anni settanta, trasferiti in proprietà alle associazioni sindacali. Si tratta di un patrimonio immenso al punto che di recente lo stesso Epifani ha ammesso di non conoscere la vastità degli immobili posseduti dalla sola CGIL. La motivazione di tale massiccio trasferimento immobiliare è di carattere risarcitorio: messi al bando i sindacati dal regime fascista, la democrazia li indennizza regalando loro le case dei fasci e delle corporazioni. A noi piuttosto che un giusto risarcimento, sembra invece un inquietante segnale di continuità fra corporativismo fascista e consociazione sindacale democratica.

9. Il quadro che emerge è preoccupante. In questi decenni i sindacati sono riusciti, grazie a norme di legge o contrattuali di favore, a prassi tollerate dai pubblici poteri, a costruire un radicatissimo apparato al riparo delle sfide del mercato o della democrazia, che gioca un ruolo nient’affatto secondario nella situazione di ingessamento politico ed istituzionale nel quale versa il nostro Paese. Deve però esser chiaro che per recuperare al sistema maggiore capacità di governo, maggiore capacità decisionale e maggiore responsabilità politica, così fronteggiando l’antipolitica montante, occorre concentrarsi non solamente su prebende e privilegi dei nostri onorevoli senatori e deputati, ma soprattutto sulle vere strozzature che bloccano il sistema. Sarebbe forse il caso che i leader del nascente Partito democratico e del futuribile Partito delle libertà ripassino la storia inglese degli ultimi tre decenni, nei quali solo il durissimo scontro ingaggiato da Mrs. Tatcher con le potentissime Unions dei minatori inglesi ha reso possibile non solo uno spettacolare recupero di competitività di un sistema che sembrava vocato ad un inarrestabile declino, ma anche l’avvio di un corso politico di lunga durata, il New Labour di Tony Blair, che ha cambiato il volto ed il destino delle forze della sinistra europea.

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3 COMMENTS

  1. Caro lei,
    tutte le critiche

    Caro lei,
    tutte le critiche van bene ma nel paese delle corporazioni un basta prendersela con la casta politica e sindacale.. dove mettiamo gli ordini professionali a discendenza dinastica? i tassisti
    nerboruti i monopoli privati e Pubblici? il cortile di casa con relative risse da pollaio?

    L’italia e’ un paese strano o meglio un paese di “tengofamiglia” eheheheheh!!!!! basta scrivere dotti(sic) articoli di parte chi ha le palle si muova invece di ingrassare!

  2. prevenuto e fazioso
    Caro articolista sono un sindacalista : devo dire che la tua conoscenza della realtà sindacale è piuttosto verosimile.
    Devo però aggiungere alcune cose che tu hai omesso.
    Un sindacalista percepisce 1400 euro al mese.
    un sindacalista non ha pagato gli straordinari, non ha anzianità.
    Qundo svolgiamo le assemblee nei luoghi di lavoro siamo gli unici che chiediamo ai lavoratori se sono d’accordo si quello che facciamo.
    La legge 30 penalizza i precari non i privilegiati che per te sarebbero i lavoratori con stipendi medi intorno ai 1100 euro.
    I patronati sono in perdita. Per fare le denunce dei redditi si ferma l’attività sindacale per poter fare prezzi sostenibili e non da commercialisti, agli utenti.
    Secondi me faresti meglio ad approfondire la tua buona conoscenza della casta sindacale tralasciando la faziosità e cercando di essere più obiettivo. Pensando che Marx non era un pazzo che parlava di cose extraterrestri ma rileggitelo e lo troverai più che mai attuale.
    P.S. Quando un lavoratore cambia lavoro non rimane iscritto al sindacato ma deve ricompilare la delega. Chi ferma l’ecomia di quasto paese non è certo il sindacato anzi se analizzi la realtà italiana vedrai che dove il sindacato è più forte l’economia funziona meglio chissà perchè

  3. solo becero qualunquismo!
    Isindacati hanno rovinato
    l’Italia, sono una
    massa di cialtroni e
    scansafatiche, prima
    scompaiono meglio è.
    È il ritornello solito,
    molto caro ai comizianti
    da bar specie quando
    hanno bevuto. Tanto noioso
    da suscitare solo
    un leggero moto di fastidio
    negli avventori.
    Succede però che quando
    il clima civile di un
    paese si imbastardisce
    anche gli sfoghi dei qualunquisti
    di giornata trovino
    ascolto, divengano
    materia di analisi
    pensierose e di denunce
    allarmate, vere e proprie
    armi di scontro politico.
    Viviamo uno di
    questi periodi e ignorarlo
    sarebbe grave.
    L’offensiva odierna
    contro la ”casta” sindacale
    non deve sorprendere.
    Dopo i politici sarebbe
    toccato a noi, era
    nell’aria. Che si facesse
    uso di identiche violenza
    verbale e povertà di
    idee era quasi inevitabile.
    I libri su commissione
    e le campagne di
    stampa a comando indovinano
    sempre il momento
    in cui cadere. Sono
    un tributo alla moda,
    ma danno voce a istinti
    che partono da lontano.
    Dietro c’è l’umore nero
    di certa opinione plebea,
    eccitato con malizia.
    C’è un vuoto lungo
    anni; un senso di sbandamento,
    di perdita di
    valori condivisi a cui bisogna
    reagire. Per una
    reazione naturale di dignità,
    di difesa del nostro
    ruolo, e per salvaguardia
    doverosa dei
    nostri rappresentati,
    che ammontano a più
    di dieci milioni di persone
    vere, donne e uomini
    fra attivi e pensionati
    (almeno sui numeri
    non ci sono obiezioni).
    I cosiddetti interessi e
    privilegi sindacali sono
    alla fine secondari, la
    buona convivenza del
    paese, la sua sanità e integrità
    democratiche sono
    invece un bene assoluto.
    Le crociate periodiche
    contro di noi –
    l’ultima fatica, degna
    di miglior causa, è quella
    malandrina di Livadiotti
    – non sarebbero
    poi tanto pericolose se
    puntassero ai gruppi dirigenti
    soltanto. Abbiamo
    invece il fondato timore
    che si miri al sindacato
    per colpire i lavoratori,
    le loro tutele,
    la loro fiducia. In
    un’epoca in cui i cantori
    delle magnifiche sorti
    e progressive del mercato
    abbondano e i dogmi
    del pensiero unico
    globalista trionfano, il
    sindacato disturba, nuoce,
    è un’anomalia, culturale
    e fisica, da azzerare.
    Diviene il capro
    espiatorio ideale, contro
    cui lanciare la condanna
    di conservatorismo,
    di fuga nel passato,
    di chiusura corporativa,
    di rifiuto dell’innovazione.
    Ma non stracciamoci
    le vesti, siamo
    un falso bersaglio.
    L’obiettivo reale sono i
    diritti individuali legati
    al lavoro e alla produzione,
    sono i contratti
    collettivi, è il potere
    d’interdizione delle
    Rsu, è la concertazione.%0D
    Questa pare a noi la
    posta in gioco.
    Se così stanno i fatti, la
    risposta deve essere ferma
    e netta.
    Nel merito le accuse di
    Livadiotti e compagnia
    si somigliano tutte. Sono
    facili da contestare,
    anche quando sembrano
    argomentate e non si
    esprimono nel linguaggio
    becero della destra
    demagogica.
    L’idea innanzitutto che
    il sindacato sia un’oligarchia
    impenetrabile,
    una torre d’avorio senza
    porte e finestre, sorda
    alle regole democratiche,
    votata alla riproduzione
    autarchica di
    tessere e prebende, è
    una caricatura grossolana.
    La smentita viene
    ogni giorno dal consenso
    guadagnato sul campo
    da schiere di militanti
    e quadri e corroborato
    dalle elezioni di migliaia
    di delegati aziendali,
    dalle consultazioni
    sulle vertenze, le piattaforme
    contrattuali,
    gli accordi con il governo.
    Questo esercizio
    quotidiano di libertà e
    di solidarietà ha pochi
    eguali nella vita della
    comunità nazionale e
    fa premio sugli episodi
    di malfunzionamento e
    di lontananza dalla base
    che pure il sindacato
    registra.
    Si dice che il ricambio
    al vertice dovrebbe essere
    più rapido e frequente.
    Vero, ma siamo
    stati i primi a porre
    un termine ai mandati. I
    politici sono arrivati dopo
    e male, i massimi dirigenti
    di grandi banche
    e imprese ci debbono
    pensare. Per loro il ricambio
    è un girotondo,
    un salto confortevole
    da un posto all’altro, reso
    ogni volta più allegro
    da liquidazioni faraoniche
    (quale che sia il
    rendimento effettivo
    delle società, comeè dimostrabile
    prove alla
    mano).
    L’adesione al sindacato
    è libera e revocabile.
    Niente di più normale
    che iscriversi e cancellarsi,
    come fanno migliaia
    di tesserati ogni
    anno, non avendo bisogno
    di consulenti speciali
    o di pratiche costose
    e defatiganticome invece
    sembra pensare
    Dario Di Vico – che pure
    è fra quelli seri e che
    un po’ di meriti ce li riconosce.
    Anchela richiesta di trasparenza
    dei conti economici,
    che allude a
    chissà quali rischi di
    abusi e di corruzione, è
    superata dagli eventi. I
    nostri bilanci sono affidabili,
    grazie a controlli
    interni e a verifiche
    esterne. Non è certo sul
    corretto impiego delle
    risorse che il sindacato
    manifesta segni di fragilità
    e di inefficienza. È
    piuttosto nella gestione
    dei servizi che siamo carenti;
    nell’offerta di
    una rete di protezione
    che sia pronta e diffusa
    nel territorio.
    Di questo i soci chiedono
    ragione al sindacato.
    Noninvocano dai gruppi
    dirigenti onestà e moralità
    (doti che fanno
    parte dei requisiti minimi
    d’accesso), quanto
    fantasia ed energia operativa.
    Potremmo dire
    che reclamano spirito
    imprenditoriale, ma è
    più giusto parlare di
    coinvolgimento partecipativo
    e di sussidiarietà.
    Anchel’accusa al sindacato
    di essere poco responsabile,
    e indifferente
    verso i bisogni dei cittadini,
    ricalca un pigro
    luogo comune. Per sindacati
    come il nostro, il
    codice di autoregolamentazione
    è sacro. Gli
    scioperi nei pubblici
    servizi pesano sulle tasche
    degli iscritti e prevedono
    garanzie rigide
    per i cittadini, sempre rispettate
    da noi. Lo stesso
    non vale per molti
    sindacati autonomi,
    spesso insignificanti
    per numero e qualità,
    che razzolano con la
    complicità disinvolta
    della controparte, e rimangono
    impuniti.
    Potremmo replicare ancora
    %0Ae passare a fare
    l’elenco dei nostri meriti:
    dal contributo decisivo
    alla ricostruzione
    nel dopoguerra, alla lotta
    di emancipazione di
    contadini e operai negli
    anni della crescita industriale
    e del miracolo
    economico; alla difesa
    costante delle istituzioni
    repubblicane, alla lotta
    al terrorismo; alla
    strategia concertativa
    di politica dei redditi,
    di moderazione salariale
    e di contrasto all’inflazione
    nel periodo
    cruciale dell’ingresso
    nell’Unione europea;
    agli accordi nazionali
    tripartiti con governo e
    padronato. Tra essi,
    quello fondamentale e
    per noi irrinunciabile
    del 23 luglio 2007, sul
    regime previdenziale,
    la rivalutazione delle
    pensioni, l’occupazione
    giovanile.
    Il sindacato confederale
    è molto più che una
    ”sorta di pronto soccorso
    di socialità” presente
    nelle pieghe meno
    agevoli del tessuto comunitario
    (piccole imprese,
    cantieri edili, immigrati,
    etc…). Non abbiamo
    sottoscritto alcun
    patto faustiano, come
    vorrebbe Di Vico.
    Abbiamo conservato la
    nostra anima e il potere
    non ci ha dato alla testa.
    Siamo un presidio permanente
    a favore dei deboli
    e degli emarginati,
    dei nuovi poveri, occupati
    e non. Un motivo
    forte di speranza nella
    legalità e nella giustizia,
    un esempio raro di
    democrazia attiva e coesiva.
    Non siamo una
    consorteria, o un ordine
    cavalleresco, ma un
    grande movimento che
    è entrato nelle fibre più
    intime del paese (il paragone
    coi carabinieri
    ci piace, ma è limitativo…),
    nella sua storia e
    nel suo costume. Su
    questo, ripetiamo, anche
    gli avversari sono a
    malincuore d’accordo.
    Salvo poi a lasciarsi
    prendere dagli spiriti
    animali.
    Per parte nostra faremmobene
    a non cedere alla
    tentazione della polemica
    astiosa e della requisitoria
    cieca.Le critiche,
    pure quelle sbagliate,
    inducono a riflettere
    e rivedere se stessi.
    Chiarezza e linearità
    nelle parole (la nostra
    comunicazione è contorta
    e fa a gara con
    quella ondivaga dei politici)
    e nei comportamenti,
    massima pubblicità
    nell’uso delle risorse,
    fluidità negli avvicendamenti
    al vertice,
    rapporto assiduo con
    gli iscritti; uso attento
    della nostra forza rivendicativa,
    interazione positiva
    con le altre istanze
    associative, autonomia
    e dialogo costruttivo
    con i poteri istituzionali;
    allargamento dei
    nostri spazi di presenza
    e di iniziativa ai mondi
    (giovani, precariato, atipici,
    professioni, volontariato)
    che stanno al di
    qua o al di là del lavoro
    strutturato: sono caratteristiche
    che dobbiamo
    incarnare e migliorare,
    avendo a riferimento
    i principi costitutivi.
    Abbiamo margini
    di miglioramento rilevanti.
    La nostra scomparsa
    non è all’orizzonte,
    a dispetto dei profeti
    di sventura. Il futuro ci
    sorriderà ancora, se sapremo
    sfidarlo a viso
    aperto.
    * Segretario generale
    Cisl Scuola

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