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Lirica: solo in Italia alla fine paga Pantalone

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Questa estate, secondo il periodico “L’Opera”, in Italia sono in programma 42 festival di musica lirica: da quello di Abano Terme a quello di Volterra, in rigoroso ordine alfabetico. Molti sono di piccola portata: una o due rappresentazioni organizzate dalla IKO, sigla di una sorta di Carro di Testi che, utilizzando artisti per lo più dell’Europa orientale e giovani voci italiane, porta in giro lavori di repertorio (quali  “Bohème”, “Tosca”, “Rigoletto”). Altri sono vecchie cariatidi come il Festival di Spoleto, dato per moribondo da anni ma che ogni stagione assorbe circa 4 milioni di euro di denaro pubblico per spettacoli spesso privi di spettatori o come il Rossini Opera Festival, Rof (6,5 milioni di euro – il finanziamento pubblico è due terzi del totale - per due settimane) una volta glorioso ma, dopo circa 30 anni con lo stesso management. costretto a barcamenarsi senza neanche un teatro adeguato. Altri (come i festival di Macerata, Ravenna, Ravello) cercano di rinnovarsi attorno a temi specifici e di contenere i costi. In varia misura, comunque, tutti i 42 festival sono supportati da Pantalone, anche se pochi arrivano ai livelli di sostegno pubblico che caratterizzano Spoleto e Pesaro.

Una stima del flusso finanziario totale che da Pantalone va a festival lirici estivi piccoli e grandi non è mai stata tentata, neanche nei rapporti dell’Associazione dell’Economia della Cultura: si hanno dati sul contributo dal Fondo unico per lo spettacolo (Fus) e su leggi statali e regionali specifiche, ma è una vera e propria fatica di Sisifo scavare nei bilanci della moltitudine di comuni interessati. Non sono state neanche mai fatte analisi dei benefici in termini di apporto diretto e di indotto (come il turismo culturale): esistono alcuni studi (ad esempio del Rof) ma risalgono agli Anni '90. E’ viva e distinta l’impressione che sotto l’etichetta di festival in omaggio alla “musa bizzarra ed altera” (così viene chiamata l’opera lirica) ci siano molte iniziative di dubbia qualità, in cui il denaro pubblico (poco o molto che sia) viene speso senza seguire criteri di efficienza (e in certi casi neanche metodi trasparenti).

E’ proprio necessario utilizzare male le risorse di tutti per i festival lirici estivi? Nel Regno Unito, il Festival di Glyndebourne si vanta di non fruire di sussidi pubblici e di essere un club per fare parte del quale occorre essere in lista di attesa per almeno tre lustri. I britannici – lo sappiamo – sanno essere peculiari.

Nella vicina e colbertiana Francia, il Festival di Aix en Provence che in 59 anni di vita è stato due volte sul punto di portare i libri in tribunale (alla metà degli Anni '90 per improvvida gestione – quando venne poi preso in mano da Stéphane Lissner ora alla guida della Scala – e nel 2003 in seguito ad una serie di scioperi nazionali del settore che fecero saltare le rappresentazioni a festival iniziato e contratti firmati). Le due crisi hanno contribuito a fare cambiare molte cose.

Questa stagione si estende da metà giugno a fine luglio, presenta sei opere e 13 concerti (di complessi del livello dei Berliner Philarmoniker, Les Arts Florissants, Ensemble Intercontemporain, Mahler Chamber Orchestra) in quattro spazi - due all’aperto e due al chiuso. Di questi due, uno, il Gran Théâtre de Provence, è stato appena inaugurato: opera di due architetti italiani (Vittorio Gregotti e Paolo Emilio Colao), è stato costruito nell’arco di due anni e può ospita 1300 spettatori sia per la lirica sia per la sinfonica, per la cameristica, per la danza, per  il jazz e per  il rock. Le opere sono tutte in co-produzione e, dopo essere lanciate a Aix, vanno in giro per il mondo. A fianco del festival, l’Académie Européenne de Musique forma 76 artisti in tre linee di attività (lirica, musica sacra italiana e musica da camera). Inoltre, un programma di introduzione alla musica apre le prove a studenti della Regione.

Il costo ovviamente è salato: 19 milioni di euro, ma solo 6 milioni (il 32%) provengono dal finanziamento pubblico (Stato, Regione, Comune). Un altro 30% viene dalla biglietteria: per lo spettacolo più richiesto – il “Ring” wagneriano , con i. Berliner Philarmoniker, coprodotto con il Festival di Salisburgo – è stato messo in atto un meccanismo di “call options” – si comprano opzioni spalmate sui quattro anni in cui viene articolato il “Ring”, le opzioni devono essere esercitate entro il 30 novembre precedente il luglio in cui viene dato lo spettacolo o in caso contrario vengono vendute ad altri dagli organizzatori del Festival. Il restante 38% viene da sponsor (molte le imprese non francesi), da vendita di spettacoli all’estero e di diritti radio-televisivi, e da tournées. Quest’anno 85.000 biglietti sono stati venduti prima che il Festival iniziasse – i prezzi variano da 350 a 12 euro, a seconda del tipo di spettacolo e della categoria dei posti: circa 20.000 biglietti a basso prezzo vengono venduti a giovani ed anziani di Aix e del suo hinterland. Sotto il profilo finanziario, non solamente il Festival ha l’obbligo del pareggio di bilancio ma se si eccettua il 2003 (quando venne interrotto a ragione di scioperi nazionali del settore) chiude i consuntivi con leggero attivo ogni esercizio. Importante l’apporto di imprenditori (gli sponsor) agli organi collegiali di gestione. Sotto il profilo economico, il festival porta alla città (137.000 abitanti) un flusso turistico addizionale di 30.000 persone (in gran parte con un’elevata propensione alla spesa di qualità) tra la metà di giugno e la fine di luglio.

Ci sono lezioni da trarre? Chiediamo di rispondere al Ministro per le Attività ed i Beni Culturali.

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1 COMMENT

  1. L’Opera di Pantalone
    Pungente certo il nostro Pennisi, peccato che un quadro del genere possa dirsi gravemente monco di tanti e tanti esempi di spreco pubblico e privato. Insomma, come non pensare a realtà come quella di Parma o quella del Comitato Nazionale per le Celebrazioni Pucciniane quando si parla di questo argomento?
    Credo che il criterio liberista sbandierato in questa rivista corrisponda così a un sistema libertario, che premia gli amici di pochi e rivolga i propri strali ai nemici di schieramento politico.
    No, non è mimando ai cugini francese che si ottiene l’autorevolezza che ci vuole a denunciare le situazioni mostruose di cui è colma l’italia musicale (sì… con la I minuscola!).
    Se Giuseppe Pennisi vuole essere considerato credibile ha l’obbliog, come tutti noi addetti ai lavori, di prospettare un reale e complessivo riordino di una materia che oggi è in mano ai soliti incaricati della politica. Rinnovamento totale e nuove attribuzioni di RESPONSABILITA’ a donne e uomini competenti e giovani è indispensabili per ricreare un sistema musica che smetta di dipendere dagli orientamenti della vetusta nomenclatura politica (meglio, partitica).
    Grazie di scoperchiare qualcosa Giuseppe, ma di denuncie parziali ce ne sono fin troppe. E’ ora di chiedere a gran voce che i protagonisti del mondo musicale italiano si assumano le proprie responsabilità e lascino gli incarichi che gestiscono male e da troppo tempo. Tutti a casa e si ricomincia riattribuendo alla produzione musicale la dignità che non ha più. Basta con i consigli di amministrazione decisi dalle segreterie dei partiti in base alle contribuzioni elettorali, basta alle conferme di sovrintendenti e direttori artistici che hanno distrutto l’onorabilità dei teatri gestiti. Ma hai mai fatto caso, caro Giuseppe, che in Inghilterra (ad esempio) si trovano fra le inserzioni anche annunci di ricerca per personale dirigente dei teatri? Sai che si cercano così gli assistenti deei direttori artistici e i direttori stessi? E’ sfogliando curricola e valutando competenze e aspirazioni reali che si può cambiare qualcosa. Donne e uomini sono il motore del nostro progresso, ripartiamo dalla responsabilità per creare una classe dirigente che, almeno nell’opera riporti dignità e rispetto a quella che è una delle poche e maggiormente riconosciute caratteristiche vincenti della cultura italiana.

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