Lirica: solo in Italia alla fine paga Pantalone

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Lirica: solo in Italia alla fine paga Pantalone

Lirica: solo in Italia alla fine paga Pantalone

08 Luglio 2007

Questa
estate, secondo il periodico “L’Opera”, in Italia sono in programma 42 festival
di musica lirica: da quello di Abano Terme a quello di Volterra, in rigoroso
ordine alfabetico. Molti sono di piccola portata: una o due rappresentazioni
organizzate dalla IKO, sigla di una sorta di Carro di Testi che, utilizzando
artisti per lo più dell’Europa orientale e giovani voci italiane, porta in giro
lavori di repertorio (quali  “Bohème”,
“Tosca”, “Rigoletto”). Altri sono vecchie cariatidi come il Festival di Spoleto,
dato per moribondo da anni ma che ogni stagione assorbe circa 4 milioni di euro
di denaro pubblico per spettacoli spesso privi di spettatori o come il Rossini
Opera Festival, Rof (6,5 milioni di euro – il finanziamento pubblico è due terzi
del totale – per due settimane) una volta glorioso ma, dopo circa 30 anni con lo
stesso management. costretto a barcamenarsi senza neanche un teatro adeguato.
Altri (come i festival di Macerata, Ravenna, Ravello) cercano di rinnovarsi
attorno a temi specifici e di contenere i costi. In varia misura, comunque,
tutti i 42 festival sono supportati da Pantalone, anche se pochi arrivano ai
livelli di sostegno pubblico che caratterizzano Spoleto e Pesaro.

Una stima del
flusso finanziario totale che da Pantalone va a festival lirici estivi piccoli
e grandi non è mai stata tentata, neanche nei rapporti dell’Associazione
dell’Economia della Cultura: si hanno dati sul contributo dal Fondo unico per
lo spettacolo (Fus) e su leggi statali e regionali specifiche, ma è una vera e
propria fatica di Sisifo scavare nei bilanci della moltitudine di comuni
interessati. Non sono state neanche mai fatte analisi dei benefici in termini
di apporto diretto e di indotto (come il turismo culturale): esistono alcuni
studi (ad esempio del Rof) ma risalgono agli Anni ’90. E’ viva e distinta
l’impressione che sotto l’etichetta di festival in omaggio alla “musa bizzarra
ed altera” (così viene chiamata l’opera lirica) ci siano molte iniziative di
dubbia qualità, in cui il denaro pubblico (poco o molto che sia) viene speso
senza seguire criteri di efficienza (e in certi casi neanche metodi
trasparenti).

E’
proprio necessario utilizzare male le risorse di tutti per i festival lirici
estivi? Nel Regno Unito, il Festival di Glyndebourne si vanta di non fruire di
sussidi pubblici e di essere un club per fare parte del quale occorre essere in
lista di attesa per almeno tre lustri. I britannici – lo sappiamo – sanno
essere peculiari.

Nella
vicina e colbertiana Francia, il Festival di Aix en Provence che in 59 anni di
vita è stato due volte sul punto di portare i libri in tribunale (alla metà
degli Anni ’90 per improvvida gestione – quando venne poi preso in mano da
Stéphane Lissner ora alla guida della Scala – e nel 2003 in seguito ad una
serie di scioperi nazionali del settore che fecero saltare le rappresentazioni
a festival iniziato e contratti firmati). Le due crisi hanno contribuito a fare
cambiare molte cose.

Questa
stagione si estende da metà giugno a fine luglio, presenta sei opere e 13
concerti (di complessi del livello dei Berliner Philarmoniker, Les Arts
Florissants, Ensemble Intercontemporain, Mahler Chamber Orchestra) in quattro
spazi – due all’aperto e due al chiuso. Di questi due, uno, il Gran Théâtre de
Provence, è stato appena inaugurato: opera di due architetti italiani (Vittorio
Gregotti e Paolo Emilio Colao), è stato costruito nell’arco di due anni e può
ospita 1300 spettatori sia per la lirica sia per la sinfonica, per la
cameristica, per la danza, per  il jazz e
per  il rock. Le opere sono tutte in
co-produzione e, dopo essere lanciate a Aix, vanno in giro per il mondo. A
fianco del festival, l’Académie Européenne de Musique forma 76 artisti in tre
linee di attività (lirica, musica sacra italiana e musica da camera). Inoltre,
un programma di introduzione alla musica apre le prove a studenti della
Regione.

Il costo ovviamente è salato: 19 milioni di
euro, ma solo 6 milioni (il 32%) provengono dal finanziamento pubblico (Stato,
Regione, Comune). Un altro 30% viene dalla biglietteria: per lo spettacolo più
richiesto – il “Ring” wagneriano , con i. Berliner Philarmoniker, coprodotto
con il Festival di Salisburgo – è stato messo in atto un meccanismo di “call
options” – si comprano opzioni spalmate sui quattro anni in cui viene
articolato il “Ring”, le opzioni devono essere esercitate entro il 30 novembre
precedente il luglio in cui viene dato lo spettacolo o in caso contrario
vengono vendute ad altri dagli organizzatori del Festival. Il restante 38%
viene da sponsor (molte le imprese non francesi), da vendita di spettacoli
all’estero e di diritti radio-televisivi, e da tournées. Quest’anno 85.000
biglietti sono stati venduti prima che il Festival iniziasse – i prezzi variano
da 350 a
12 euro, a seconda del tipo di spettacolo e della categoria dei posti: circa
20.000 biglietti a basso prezzo vengono venduti a giovani ed anziani di Aix e
del suo hinterland. Sotto il profilo finanziario, non solamente il Festival ha
l’obbligo del pareggio di bilancio ma se si eccettua il 2003 (quando venne interrotto
a ragione di scioperi nazionali del settore) chiude i consuntivi con leggero
attivo ogni esercizio. Importante l’apporto di imprenditori (gli sponsor) agli
organi collegiali di gestione. Sotto il profilo economico, il festival porta
alla città (137.000 abitanti) un flusso turistico addizionale di 30.000 persone
(in gran parte con un’elevata propensione alla spesa di qualità) tra la metà di
giugno e la fine di luglio.

Ci
sono lezioni da trarre? Chiediamo di rispondere al Ministro per le Attività ed
i Beni Culturali.