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Il Predellino

L’Italia eviterà il default ma sarà più povera. Il centrodestra copia Visco

A quasi dieci anni dall’inizio della circolazione, a dodici dalla sua entrata in vigore l’euro è in queste settimane sotto attacco. Le borse di tutta Europa segnano il ribasso, e ad essere sotto accusa sono gli Stati i cui bilanci presentano alto debito e propensione al deficit, come la Grecia, il Portogallo, la Spagna, l’Irlanda e l’Italia.

Evidentemente l’euro non ha avuto le virtù taumaturgiche che gli venivano riconosciute dieci anni fa. In effetti, le nazioni che oggi rispettano i parametri fissati nel trattato di Maastricht quali condizione all’adozione dell’euro sono meno di quelle che li rispettavano nel 1999. Da allora ad oggi le economie europee sono cresciute debolmente e la moneta unica non ha accelerato la nascita del mercato unico, né ha accresciuto la competitività dell’eurozona.

L’adozione dell’euro è stata una scelta vantaggiosa per gli Stati meno indebitati e che ha penalizzato duramente quelli più indebitati. Inoltre l’euro non ha dato alcuna spinta automatica alla riduzione dei fattori strutturali di creazione di deficit e di debito. Dal 1999 ad adesso non c’è stato alcun risanamento dei bilanci, anzi qualche Stato ha peggiorato la sua condizione.

Eppure la crisi finanziaria globale ha cambiato il quadro di riferimento di Stati e governi. La novità è che anche gli Stati possono fallire. E'  in questo quadro di riferimento che si è dispiegata la politica economica del governo Berlusconi dal 2008 ad oggi. Una politica economica che ha portato alla sconfitta del centrodestra nelle ultime elezioni amministrative e che, a meno di improbabili svolte radicali, porterà a una secca sconfitta nelle prossime elezioni politiche.

Non è in discussione l’obbiettivo del pareggio di bilancio. Questo dovrebbe far parte del codice genetico del centrodestra, che dovrebbe combattere senza tregua per ridurre la spesa pubblica e l’invadenza dello Stato nell’economia. Dunque il problema non è allentare i cordoni della borsa, soprattutto quando in quella borsa non ci sono soldi, ma solo cambiali.

Quello che si dovrebbe discutere è come raggiungere il pareggio di bilancio, quale blocco sociale premiare e quale punire. Chi si candida a guidare una nazione sceglie quali interessi vuole rappresentare e quali no. E gli elettori scelgono chi rappresenterà innanzitutto i loro interessi.

Chi siano gli elettori di centrodestra è abbastanza chiaro: in prevalenza il ceto medio produttivo, i quattro milioni di imprenditori che si trovano solo in Italia, chi lavora con loro, i piccoli risparmiatori. E altrettanto chiaro è chi sta con il centrosinistra: il pubblico impiego ai vari livelli, i pensionati sindacalizzati della grande industria, parte degli attuali lavoratori di quelle stesse imprese.

In questi tre anni il ministro dell’economia e il presidente del Consiglio hanno rivendicato il vanto di aver tenuto in ordine i conti pubblici. E in effetti la manovra triennale approvata all’inizio della legislatura (quella dei tanti biasimati tagli lineari) ha avuto il merito di ridurre la crescita della spesa pubblica, riuscendo così a contenere la crescita del deficit entro limiti accettabili.

Tutto il centrodestra ha sostenuto quella manovra per dare al governo il tempo necessario – i primi tra anni di legislatura – per realizzare le riforme indispensabili alla riduzione progressiva del debito e alla netta riduzione delle spesa dello Stato che oggi supera il 50% della ricchezza prodotta.

Si tratterebbe di fare quello che da anni il centrodestra indica e che la forza politica di cui il centrodestra disponeva all’inizio della legislatura potevano rendere possibili, mettendo in conto naturalmente una dura reazione degli interessi consolidati.

La ricetta avrebbe dovuto precedere la definitiva privatizzazione delle aziende pubbliche (con i ricavi da destinare all’ammortamento del debito), la piena equiparazione del contratto di lavoro pubblico a quello privato; un più rapido innalzamento dell’età di pensione vista la crescita dell’aspettativa di vita; l’abbattimento dei costi burocratici imposti a cittadini e imprese, la semplificazione e la certezza normativa con l’adozione dei testi unici, la riforma della giustizia civile, l’attrazione di capitali da investire in infrastrutture attraverso concessioni pluridecennali delle opere, la riduzione delle tasse verso le imprese con la parallela riduzione degli aiuti pubblici, così da favorire le imprese produttive su quelle parassitarie.

Cosa è stato fatto di tutto questo? Poco o nulla. Le semplificazioni di procedure e leggi sono rimaste sulla carta; le imprese pubbliche sono sempre più pubbliche; chi lavora nel pubblico impiego lavora meno ore, non conosce rischio e guadagna di più di chi lavora nel privato (con la sola eccezione delle forze dell’ordine); si continua ad andare in pensione quando si è ancora in piena efficienza, la giustizia civile e penale producono sentenze che fanno fuggire qualunque investitore (come quella sul Lodo Mondadori o su Thyssen-Krupp); le opere pubbliche sono soggette al ricatto dei No-Tav; e le imprese produttive, soprattutto le piccole e le piccolissime, sono quelle su cui il governo ha scaricato il costo della crisi.

Come, vi chiederete? È semplice. Basta leggere quello che ha letto alla Camera e al Senato il Presidente del Consiglio rivendicando di aver destinato in tre anni 80 miliardi di euro agli ammortizzatori sociali straordinari e di aver garantito così la coesione sociale. Quegli 80 miliardi hanno mantenuto posti di lavoro, ma hanno tenuto in vita imprese sane e imprese malate, senza che alcuna distinzione fosse possibile.

Intanto quelle imprese hanno ridotto la produzione e parallelamente gli ordini ai fornitori, di regola le piccole e piccolissime imprese. Che in questi tra anni hanno invece dovuto fare fronte a tre bufere contemporaneamente: la secca riduzione di ordini e fatturati; la stretta sul credito, visto che le banche in crisi hanno chiesto di rientrare rapidamente dalle esposizioni; l’aggressione dell’Agenzie delle Entarate e di Equitalia che hanno condotto in molti casi un’attività di vero e proprio taglieggiamento, grazie all’inversione dell’onere della prova (è il contribuente che deve dimostrare di non aver guadagnato quello che gli accerta il fisco) e alla minaccia di paralizzare definitivamente la vita aziendale.

Accerchiati da questo mostro a tre teste, che si presentava con il biglietto da visita del governo amico, le piccole e piccolissime imprese hanno avuto solo una scelta: licenziare. Naturalmente chi ha perso il lavoro in questo modo non è venuto a protestare a Roma. Ha cercato e talvolta trovato un nuovo lavoro, si è accontentato di un lavoro meno retribuito, si è arrangiato con il primo degli ammortizzatori sociali italiani, la famiglia, secondo la vecchia regola per cui dove si mangia in quattro si può mangiare in cinque.

Intanto nella grande impresa nessuno scioperava, anche se il lavoro era calato drasticamente. Gli 80 miliardi di euro hanno garantito l’apparente pace sociale.

Se si guarda l’evoluzione elettorale del centrodestra in relazione alla politica economica e sociale, si può osservare che il calo degli elettori è stato costante, seguendo di un anno gli effetti della crisi e delle politiche economiche. Ed è per questo che la crisi di consenso è scoppiata nel 2011, mentre la crisi delle imprese ha toccato il suo picco nel 2009-2010.

Ora la manovra triennale – che sconta le mancate riforme – ha rotto anche gli ultimi tabù. Ha incrementato le tasse e ha toccato il risparmio, con un balzello insopportabile e con la scelta di innalzare il prelievo fiscale nel prossimo futuro. La stessa riforma fiscale, che pure il premier ha cercato di valorizzare come il traguardo della legislatura, non ha riportato al centrodestra il consenso sperato. Probabilmente perché “promette” di far crescere le entrate di 17 miliardi di euro l’anno. E dunque aumenta le tasse, non le riduce.

Con queste scelte di politica economica l’Italia probabilmente eviterà il default, ma non contrasterà il suo progressivo impoverimento. E il centrodestra, che ha seguito la linea di politica economica di Padoa Schioppa e Visco, cederà lo scettro a chi quella politica ha sempre sostenuto.

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13 COMMENTS

  1. il ritorno di visco, allegria
    Considerazioni condivisibili.
    Il centrodestra non è riuscito a articolare una politica di centro destra liberista e all’insegno del taglio della spesa pubblica, del calo del debito e del taglio delle tasse.
    Il centrodestra ha mantenuto una politica fondamentalmente socialista, cassa integrazione ammortizzatori sociali, nessun ridimensionamento del perimetro statale. E infine si alzano le tasse. Anche quelle sul risparmio che Berlusconi e Tremonti si erano impegnati a non alzare in campagna elettorale. E la cosa peggiore è che questo avviene assecondando le corporazioni confindustriali e sindacali: il tutto a spese e nel più completo disprezzo degli elettori del centro destra.
    E’ chiaro che adesso questi elettori avranno scarsa motivazione a recarsi ancora alle urne: totale disaffezione. O magari voteranno per qalche altra improbabile alternativa di centro destra.
    E le politiche socialiste hanno forse portato voti e consenso sostitutivo dell’elettorato tradizionale? Ma perchè mai dovrebbero votare per il centro destra? Meglio votare per l’originale, per l’impareggiabile Visco e per il tangentaro D’alema.
    Al posto di Tremonti doveve esserci Oscar Giannino e Antonio Martino. Non un pseudo socialista come tremonti.
    Insomma è un disastro. E a meno di qualche miracolo l’Italia tornerà ad essere governata dai principali responsabili per questo totale fallimento di sistema paese.
    Però dissento nell’ultima parte. Secondo me la manovra non basterà a salvare l’Italia. La manovra alzando le tasse sul risparmio serve solo a deprimere ulteriormente l’economia e a far fuggire i capitali. E’ certamente efficace a rendere l’Italia un paese più povero, meno dinamico e con minori risorse. Una perfetta manovra da Visco. Ma l’extra gettito stavolta non servirà a nulla. In questione è il sistema euro che non regge più. Una moneta unica per sistemi fiscali differenti, per debiti statali differenti, per economie differenti alla lunga non regge. Quello che si sta verificando è il tracollo dell’euro. La manovra varata sarà al più un tampone per qualche trimestre.
    Prima ci si accorge della realtà meno sofferenze si imporranno ai popoli. E’ necessario ideare un piano B per tornare nel modo più indolore possibile alla lira.
    Mi auguro che la Merkel non stia pensando di far friggere l’Italia come è stata fritta la Grecia, no?

  2. Tirando le somme
    Finalmente anche noi del centrodestra e di destra cominciamo a capire che Berlusconi non fa altro che restare al potere per perseguire i suoi interessi, qualunque siano le “riforme” che glielo permettono. In questo caso, purtroppo, coincidono con il contentare la grande fetta di impiegati pubblici (compresa la politica e i suoi costi) e classi sociali affini. In compenso, in quest’ultimo decennio, abbiamo rafforzato quel bel partitino che promuove la secessione nel suo statuto.

    Non ci resta che tifare per la magistratura.

  3. Questa manovra è INFAME.
    Questa manovra è INFAME. Anche B. & co si dimostrano LADRI STATALISTI come gli altri. VERGOGNATEVI

  4. Alfine bipartisanità e larga condivisione
    È fantastico. Già fra i più responsabili dell’opposizione si profila un atteggiamento moderatamente – moderatamente, c’è pur sempre Berlusconi presente – collaborativo: quando si parla di tagli è tutto uno sdegno a stracciarsi le vesti. Viceversa quando si parla di tasse è tutto un inno alla solidarietà responsabile e al sacrificio. Due più due.

  5. CHI SI ACCONTENTA GODE… UN POCHINO
    Cari tutti,
    soprattuto elettori di centrodestra, avete pienamente ragione.

    Ma vi invito a riflettere su una cosa: gran parte degli italiani ha appena votato per abrogazione di 3 leggi di ispirazione liberale, economica e di dottrina politica. Di chi è andato a votare, solo il 3% intendeva mantenere 3 provvedimenti cardine dell’azione di questo governo. Se io fossi al governo, allora la ragionerei così: “benissimo, se gli elettori votano in tale direzione, vuol dire che hanno smentito il nucleo del progetto votato 3 anni fa; l’unica cosa che approvano è una politica conservatrice, assistenziale, statalista; tanto vale dunque imporre balzelli e restrizioni alle energie economiche, come fa la sinistra, magari poi al contrario ci votano! E anche se non ci votano è uguale, ognuno ha tempo per trovarsi un’occupazione sostitutiva nel periodo di alternanza…”.

    Da parte mia, mi sembra già tanto che in un paese buonista, lassista, ambiguo e a vocazione etica come l’Italia e come sia noi (o sto parlando del Maghreb!? mi perdoni l’efficiente Nord per questo, loro sì che avrebbero diritto all’autonomia e a non subire un paragone del genere…, ma questo è quanto): 1) siano stati fatti piccoli passi in avanti nel regolamento di università e scuola; 2) sia stata approvata riforma amministrazione pubblica; 3) siano state poste restrizioni e regole più severe nel campo dell’immigrazione; 4) sia stato intrapreso un percorso di federalismo fiscale; 5) ci si schieri militarmente sempre con USA e NATO;
    6) sia passata una riforma delle pensioni serenamente e in sordina (!); 7) si faccia spesso qualche sparata retorica, che ci vogliono anche queste, contro magistratura politicante, occupazioni scolastiche, multiculturalismo, ipocrisie culturali della sinistra, evoluzioni politiche delle compagini socialiste, Europa incompetente e lontana dalla gente…

    POI, COME SCRIVO SEMPRE, AI CITTADINI TOCCA L’ASPIRAZIONE A UNA RIVOLUZIONE LIBERALE, MICA A BERLUSCONI, ALFANO O CHICCHESIA.
    Ciao ciao,
    GIANMARCO

  6. L’analisi è profonda e
    L’analisi è profonda e giusta , valuta poco uno dei problemi cardine del paese, al quale tornano tutti i problemi sia economici che sociali: La lentezza della giustizia e la certezza della pena che impediscono di avere un paese con regole certe e condivise.
    Per il resto tutto da condividere ma quale governo allora dovrebbe avere il CORAGGIO di una vera RIVOLUZIONE LIBERALE ?

  7. rivoluzione
    La rivoluzione liberale non può prescindere da una draconiana riforma della giustizia e dell’ordine giudiziario, perché oggi il sistema non funziona.La riforma non può che essere elitaria e va imposta con la forza.Come Reagan trattò i controllori di volo recalcitranti.

  8. Nuovi orizzonti: il voto italiano per lo statalismo
    Si riduce dunque sempre e troppo la parte d’Italia disposta a rischiare, ad intraprendere, a produrre? Se l’inclinazione alla “tutela” e alla “sicurezza” – la dolce sirena del “pubblico” – prevarrà, si potrà temere che un 51% poco o punto competitivo o addirittura improduttivo affondi un 49% che produce valore e utile? A quel punto il gioco democratico è fatto. L’esito obbligato è il declino socialista. Sappiamo tutti che non c’è bisogno di dichiararsi socialisti per esserlo, basta – con serietà e responsabilità, ça va sans dire – partecipare intervenire regolare garantire assistere dirigere tassare ridistribuire… Del resto secondo alcuni anche l’economia deve fare i conti con il fatto che l’entropia aumenta.

  9. termodinamica che passione
    x vanni
    Suggestivo il paragone degli effetti del socialismo all’entropia.
    Molto calzante.

  10. Il Dottor Stranamore ….
    Strano che lo spocchioso e solitario commercialista tributarista, nell’attuale ruolo di Ministro dell’Economia, non abbia colto al volo la propizia occasione contingente per promuovere una riedizione del vergognoso provvedimento noto come “Scudo Fiscale allargato” (ai reati tributari ed alle violazioni contabili, come il falso in bilancio)….. forse per un tardivo sussulto di resipiscenza?

  11. suum cuique…
    Egregio Anonimo 13/07/11 21:35, suggestivo ma – ahimè – non mio (non è il mio pane, e su due piedi non ricordo chi ha sviluppato e argomentato questo punto di vista; però parlava di economia in generale: dell’allusione al socialismo è responsabile la mia cattiveria).

  12. per il futuro…..
    per il prossimo futuro il sottoscritto si riservera’ una cosa sola: VENDETTA, TREMENDA VENDETTA.

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