L’Italia nel caos non dà fiducia agli investitori

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L’Italia nel caos non dà fiducia agli investitori

L’Italia nel caos non dà fiducia agli investitori

18 Gennaio 2008

E’
chiaro che per l’opinione pubblica internazionale (quale si può toccare con
mano sfogliando i quotidiani ed i periodici del resto del mondo) l’Italia ha
tutte le caratteristiche di un Paese nel caos pieno e totale.

Dopo giorni in
cui le prime pagine sono state inondate da foto ed articoli sulla crisi delle
immondizie, i titoli hanno puntato sull’intolleranza che impedisce al Papa (al
tempo stesso Capo di uno Stato straniero e Guida spirituale di una delle
maggiori religioni) di portare un messaggio di tolleranza tra scienza e Fede in
una delle maggiori università della Repubblica e, subito dopo, giungono le
notizie delle dimissioni del Ministro della Giustizia, dell’arresto di sua
moglie, di suoi congiunti e di leader del suo partito, nonché della pronuncia
della Corte Costituzionale in materia di un referendum che Prodi & Co.
avrebbero voluto evitare.

Mentre
molti commentatori si sono soffermati sulla gravissima caduta di immagine (e di
peso) internazionale del Paese, pochi hanno affrontare cosa ciò significa in
termini di finanza internazionale e di finanza pubblica. La settimana scorsa si
è verificato un evento che non ha connessione con il caos in cui è stato posto
il Paese ma le cui conseguenze lo faranno sentire ancora più pesante: il decoupling
(per utilizzare un termine tecnico) della politica monetaria attraverso
l’Atlantico.

In breve, dalla nascita dell’euro nel maggio 1998, le relazioni
monetarie dei Paesi atlantici (Ue, Usa, Canada) sono state rette da una “intesa
cordiale” tra Federal Reserve e Banca centrale europea (Bce). Nonostante la
crescita dei mercati e della finanza asiatica – ricordiamolo- l’Atlantico e la
sua finanza restano saldamente il perno del sistema mondiale.

Giovedì 10
gennaio, la Bce ha inviato segnati forti ed eloquenti di preoccupazioni
crescenti nei confronti dell’inflazione (e, quindi, di possibile aumento dei
tassi d’interesse), mentre proprio lo stesso giorno il Presidente della Federal
Reserve ha indicato la propria disponibilità a ridurre i tassi per timore
dell’avvicinarsi di una recessione. Annunci dello stesso tenore sono continuati
nei giorni seguenti: il 16 gennaio, la pubblicazione del beige book sullo stato
dell’economia americana è stata accompagnata di avvertimenti che i tassi Usa
sarebbero stati ridotti alla prossima riunione del Comitato sul Mercato Aperto
della Federal Reserve, in calendario per il 29-30 gennaio.<%2Fp>

Secondo alcune voci
raccolte a Washington nella notte (ore italiane), la riunione ed il ribasso dei
tassi potrebbero essere, in via straordinaria, anticipati all’inizio della
settimana prossima. Il nodo è complesso: da un lato, le autorità monetaria
delle due aree (dollaro, euro) percepiscono in modo differente le esigenze
delle due zone; da un altro, le esportazioni dell’Europa alla volta dell’Asia
sono correlate, almeno indirettamente, alla domanda finale negli Usa, il cui
rallentamento (e peggio recessione) colpirebbe, quindi, due volte l’Europa (e
direttamente riducendo la domanda americana di merci europee e indirettamente
riducendo quella asiatica).

Al di là di queste considerazioni macro-economiche,
che implicano una decelerazione dell’economia europea ed italiana (di cui L’Occidentale
tratta da mesi) – sancita questa settimana dal Bollettino della Banca d’Italia
– ci sono implicazioni microeconomiche e finanziarie significative. L’intesa
cordiale atlantica comportava per le due aree monetarie (ed i singoli Paesi
membri) paratie maggiori di quelle che derivano dal decoupling.

In termini
semplificati, se fossimo con la vecchia liretta, il caos politico di questi
giorni avrebbe portato ad una svalutazione analoga  a quella del 17 settembre 1992(e forse anche
peggiore): la corazza dell’euro, rafforzata dalla corazza atlantica, lo hanno
impedito. Non possono, però, impedire né una fuga di investimenti sia diretti
sia in portafoglio dall’Italia verso lidi più sereni né un aumento del
differenziale del costo del credito in Italia rispetto ad altri Paesi della
stessa area dell’euro (in termini tecnici, lo spread). Un interessante analisi
nell’ultimo bollettino trimestrale della Bank of England ( di cui L’Occidentale fornisce riferimenti e
link) sottolinea come lo spread per obbligazioni denominate in dollari Usa,
sterlina ed euro si sia ridotto in misura significativa tra la fine del 2002 e
la metà del 2007 per ricominciare ad allargarsi (anche tra emissioni in euro di
differenti Paesi) l’estate scorsa in parallelo con la turbolenza finanziaria
collegata ai mutui a rischio elevato (in gergo, subprime) . Quindi le difese, per così dire, si erano già abbassate
prima del decoupling.

Al
Tesoro ne preoccupano dallo scorso settembre. Ma non potevano immaginare che il
mese di gennaio sarebbe stato caratterizzato da un caos come quello di questi
giorni. E che in parallelo giungessero dati sull’aumento dello stock del debito
pubblico e, quindi, del costo del suo servizio.

Prodi
è inquieto per la Caporetto politica. TPS (tanto appassionato della Francia)
per la Verdun finanziaria.

LEWIS WEBBER, Bank of England

Email:
[email protected]   “Decomposing
Corporate Bond Spreads”
 Free Download

Bank of England
Quarterly Bulletin, 2007