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L’Italia nel caos non dà fiducia agli investitori

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E’ chiaro che per l’opinione pubblica internazionale (quale si può toccare con mano sfogliando i quotidiani ed i periodici del resto del mondo) l’Italia ha tutte le caratteristiche di un Paese nel caos pieno e totale.

Dopo giorni in cui le prime pagine sono state inondate da foto ed articoli sulla crisi delle immondizie, i titoli hanno puntato sull’intolleranza che impedisce al Papa (al tempo stesso Capo di uno Stato straniero e Guida spirituale di una delle maggiori religioni) di portare un messaggio di tolleranza tra scienza e Fede in una delle maggiori università della Repubblica e, subito dopo, giungono le notizie delle dimissioni del Ministro della Giustizia, dell’arresto di sua moglie, di suoi congiunti e di leader del suo partito, nonché della pronuncia della Corte Costituzionale in materia di un referendum che Prodi & Co. avrebbero voluto evitare.

Mentre molti commentatori si sono soffermati sulla gravissima caduta di immagine (e di peso) internazionale del Paese, pochi hanno affrontare cosa ciò significa in termini di finanza internazionale e di finanza pubblica. La settimana scorsa si è verificato un evento che non ha connessione con il caos in cui è stato posto il Paese ma le cui conseguenze lo faranno sentire ancora più pesante: il decoupling (per utilizzare un termine tecnico) della politica monetaria attraverso l’Atlantico.

In breve, dalla nascita dell’euro nel maggio 1998, le relazioni monetarie dei Paesi atlantici (Ue, Usa, Canada) sono state rette da una “intesa cordiale” tra Federal Reserve e Banca centrale europea (Bce). Nonostante la crescita dei mercati e della finanza asiatica – ricordiamolo- l’Atlantico e la sua finanza restano saldamente il perno del sistema mondiale.

Giovedì 10 gennaio, la Bce ha inviato segnati forti ed eloquenti di preoccupazioni crescenti nei confronti dell’inflazione (e, quindi, di possibile aumento dei tassi d’interesse), mentre proprio lo stesso giorno il Presidente della Federal Reserve ha indicato la propria disponibilità a ridurre i tassi per timore dell’avvicinarsi di una recessione. Annunci dello stesso tenore sono continuati nei giorni seguenti: il 16 gennaio, la pubblicazione del beige book sullo stato dell’economia americana è stata accompagnata di avvertimenti che i tassi Usa sarebbero stati ridotti alla prossima riunione del Comitato sul Mercato Aperto della Federal Reserve, in calendario per il 29-30 gennaio.<%2Fp>

Secondo alcune voci raccolte a Washington nella notte (ore italiane), la riunione ed il ribasso dei tassi potrebbero essere, in via straordinaria, anticipati all’inizio della settimana prossima. Il nodo è complesso: da un lato, le autorità monetaria delle due aree (dollaro, euro) percepiscono in modo differente le esigenze delle due zone; da un altro, le esportazioni dell’Europa alla volta dell’Asia sono correlate, almeno indirettamente, alla domanda finale negli Usa, il cui rallentamento (e peggio recessione) colpirebbe, quindi, due volte l’Europa (e direttamente riducendo la domanda americana di merci europee e indirettamente riducendo quella asiatica).

Al di là di queste considerazioni macro-economiche, che implicano una decelerazione dell’economia europea ed italiana (di cui L’Occidentale tratta da mesi) - sancita questa settimana dal Bollettino della Banca d’Italia - ci sono implicazioni microeconomiche e finanziarie significative. L’intesa cordiale atlantica comportava per le due aree monetarie (ed i singoli Paesi membri) paratie maggiori di quelle che derivano dal decoupling.

In termini semplificati, se fossimo con la vecchia liretta, il caos politico di questi giorni avrebbe portato ad una svalutazione analoga  a quella del 17 settembre 1992(e forse anche peggiore): la corazza dell’euro, rafforzata dalla corazza atlantica, lo hanno impedito. Non possono, però, impedire né una fuga di investimenti sia diretti sia in portafoglio dall’Italia verso lidi più sereni né un aumento del differenziale del costo del credito in Italia rispetto ad altri Paesi della stessa area dell’euro (in termini tecnici, lo spread). Un interessante analisi nell’ultimo bollettino trimestrale della Bank of England ( di cui L’Occidentale fornisce riferimenti e link) sottolinea come lo spread per obbligazioni denominate in dollari Usa, sterlina ed euro si sia ridotto in misura significativa tra la fine del 2002 e la metà del 2007 per ricominciare ad allargarsi (anche tra emissioni in euro di differenti Paesi) l’estate scorsa in parallelo con la turbolenza finanziaria collegata ai mutui a rischio elevato (in gergo, subprime) . Quindi le difese, per così dire, si erano già abbassate prima del decoupling.

Al Tesoro ne preoccupano dallo scorso settembre. Ma non potevano immaginare che il mese di gennaio sarebbe stato caratterizzato da un caos come quello di questi giorni. E che in parallelo giungessero dati sull’aumento dello stock del debito pubblico e, quindi, del costo del suo servizio.

Prodi è inquieto per la Caporetto politica. TPS (tanto appassionato della Francia) per la Verdun finanziaria.

LEWIS WEBBER, Bank of England

Email: lewis.webber@bankofengland.co.uk   "Decomposing Corporate Bond Spreads" Free Download

Bank of England Quarterly Bulletin, 2007

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