Scaduti i termini per il recepimento della direttiva Ue

L’Italia non può perdere l’occasione per sfruttare gli incentivi sull’energia verde

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Il 5 dicembre è scaduto il termine per il recepimento della direttiva 2009/28 dell’Unione Europea, in materia di rinnovabili. Per l’Italia, costituisce l’occasione per rimettere mano ad un sistema di incentivi complesso e inefficiente.

Il Consiglio dei Ministri ha approvato in via preliminare uno schema di decreto legislativo che attende ora l’esame delle commissioni parlamentari e della Conferenza unificata (Stato-Regioni-enti locali), prima di tornare all’esame del Governo per l’approvazione definitiva.

Il testo uscito da Palazzo Chigi scioglie il nodo dei certificati verdi, prevedendo la soppressione del meccanismo incentivante per gli impianti realizzati dopo il 2015. La scorsa estate il tentativo di ridurre i costi connessi al sussidio aveva scatenato un ampio dibattito, da cui sono emersi i fattori di incertezza, le distorsioni e le inefficienze del sistema. I certificati verdi sono stati congegnati per dar vita a un meccanismo capace di riprodurre dinamiche di mercato: sono, infatti, riconosciuti ai produttori di energia da fonte rinnovabili per essere venduti ai produttori che utilizzano le fonti tradizionali, obbligati per legge ad acquistarli in ragione dell’energia immessa sul sistema elettrico.

Il problema dei certificati verdi invenduti, in quanto eccedenti la domanda, ha evidenziato i rischi e le distorsioni del sistema. La decisione di obbligare il GSE a ritirarli mediante il loro acquisto, se da un lato ha, in parte, ridotto l’incertezza che assillava i produttori e gli investitori, ha però posto in capo ai consumatori e contribuenti un onere che si aggira attorno agli 800 milioni di euro l’anno. Mandare in pensione i certificati verdi è una scelta ampiamente condivisibile e opera nel senso della necessaria semplificazione del sistema di incentivi.

Più discutibili, invece, i criteri che dovranno informare la fissazione di tariffe incentivanti per gli impianti di produzione di energia da fonte rinnovabile.

Il decreto prevede che le tariffe stabilite con decreto del ministro dello sviluppo economico dovranno “assicurare una equa remunerazione dei costi di investimento”. La proporzionalità tra costi e incentivo è quanto di più antieconomico e inefficiente si possa concepire. Equivale a promuovere le tecnologie in base alla loro inefficienza. Più costa, a parità di benefici ambientali ed energia prodotta, più l’impianto è sussidiato. La formula scelta dal legislatore permetterà ai governi che si succederanno di scommettere su determinate tecnologie anziché su altre e di sostenere una lobby in luogo di un’altra, ma non servirà a migliorare l’efficienza del comparto delle rinnovabili, terreno sul quale c’è ancora molto da fare per renderle competitive rispetto alle energie convenzionali.

Lo stesso illogico criterio di cui sopra ha ispirato la decisione del governo di prevedere, nello schema di decreto legislativo, un diverso sistema di incentivi per gli impianti di più grossa dimensione. Per questi, date le economie di scala conseguibili, si prevede un sistema di assegnazione degli incentivi mediante aste al ribasso. Un meccanismo ancora poco chiaro nei suoi contorni, ma che annuncia incertezze in fatto di investimenti e di diritti riconosciuti.

Il modo più semplice per promuovere il settore e l’efficienza delle tecnologie impiegate è la fissazione di una tariffa unica onnicomprensiva applicabile a tutte le fonti rinnovabili. In questo modo il mercato orienterà gli investimenti verso gli impieghi più efficienti, che consentiranno la massima produzione di energia da fonte rinnovabili al più basso costo di investimento. L’effetto distorsivo, insito in ogni sussidio, sarebbe, così, quanto più possibile mitigato.

Un secondo approccio potrebbe giustificare una diversificazione dell’incentivo sulla base degli impatti ambientali e paesaggistici prodotti dalle diverse tipologie di impianto. Se alle rinnovabili sono riconosciuti dei sussidi per premiare le minori esternalità prodotte, rispetto alle fonti convenzionali, è coerente al sistema così concepito una diversificazione delle tariffe che tenga conto dell’impatto comunque prodotto dalla tecnologia. Il rischio di strumentalizzazioni e di scelte arbitrarie non adeguatamente giustificate è alto, perché gli effetti sull’ambiente e sul paesaggio non sono di facile e di certa quantificazione. Ma quanto meno la corrispondenza tra ecobenefici e incentivo risponde ad una logica ambientale, se non di mercato.

Il riconoscimento di incentivi più generosi alle fonti rinnovabili che più ne hanno bisogno significa, invece, deprimere le spinte all’efficienza, all’innovazione e allontanare il giorno, se mai ci sarà, in cui l’energia verde non avrà più bisogno di sussidi. Significa anche dirottare i capitali verso impieghi che daranno un contributo minore al raggiungimento degli obiettivi 20-20-20, ossia la copertura di almeno il 17% del fabbisogno energetico attraverso il ricorso a fonti rinnovabili.

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1 COMMENT

  1. Le fantomatiche “rinnovabili”.
    La magistratura in questi giorni è impegnata a derimere le truffe sui cert. verdi.
    Ciò che invece la magistratura non potrà fare è chiarire che la vera truffa sono queste psico-tecnologie di cui nessuno chiarisce l’inefficenza strutturale.

    Un “cancro” economico quindi sociale non di meno ambientale.
    Si paga il “fotovoltaico” OTTO volte il valore a cui sommiamo i cert. verdi per raggiungere prezzi tanto elevvati da far delocalizzare aziende, col risultato di creare DISOCCUPAZIONE!

    Qui una “fotografia” di cosa si nasconde dietro questa green-economy a chiacchiere:

    http://www.pieroiannelli.com/?p=8

    Cordialmente.

    Piero Iannelli

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