L’Italia potrebbe aggredire meglio la crisi ma è prigioniera di sinistra e Lega

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L’Italia potrebbe aggredire meglio la crisi ma è prigioniera di sinistra e Lega

19 Maggio 2009

 

L’Italia ha svoltato nella crisi economica oppure no?  Stiamo peggio o meglio degli altri? Potremmo fare di più. E tenterò di rispondere, con i dati concreti.

Innanzitutto è vero che, statisticamente, il peggio è passato. Il  primo trimestre del 2009 in Europa e in Italia è stato molto negativo e dopo questa caduta non emergono nuovi peggioramenti. Anzi in aprile si notano segnali di miglioramento. Va anche aggiunto che l’Italia in aprile ha avuto un miglioramento nel settore auto, dovuto alla capacità competitiva della Fiat. Infatti le vendite di auto in aprile nella media europea sono calate del 12 per cento rispetto allo stesso mese del 2008 , ma quelle della Fiat sono aumentate del 4 per cento e la casa del Lingotto ha ora raggiunto la quota del 10 per cento del mercato europeo. Questo dato poteva essere sottolineato dalla sinistra italiana per sostenere  che la Fiat può rispettare l’impegno, preso con il governo, di garantire l’occupazione negli stabilimenti italiani anche qualora raggiunga l’accordo per la acquisizione della Opel. Ma poiché la sinistra italiana è soprattutto intenta a dipingere la crisi con tinte fosche, ignorando qualsiasi dato positivo, essa ha sorvolato su questa notizia.

A parte questo, nel complesso, il miglioramento di aprile su marzo si spiega come un “rimbalzo “ correttivo della precedente caduta “eccessiva”. E in effetti L’Isae, il nostro istituto ufficiale per le previsioni  economiche, stima che per aprile vi sia un incremento su marzo, che in maggiori vi sia un lieve arretramento rispetto ad aprile, con un altro recupero a giugno. Che cosa esattamente accadrà nei mesi seguenti è difficile dirlo.

I modelli econometrici  dei vari organismi, in particolare dal Fondo Monetario Internazionale (IMF) indicano per il Pil italiano una contrazione annua del 4,4-4,2 per cento. Il nostro Ministero dell’economia ha optato per il 4,2. Probabilmente esso è più nel vero dello IMF. E probabilmente il Ministro Tremonti ha ragione nell’affermare che alla fine dell’anno il risultato sarà migliore di questo. Ma tutto è relativo.

Anche una flessione del 3-8 4 per cento sarebbe comunque un brutto evento.  La sola cosa che si può asserire con certezza è che se è vero che nell’anno registreremo un minor Pil del 4,2-4,4,  ciò significa che da ora a fine anno avremo un diagramma piatto, senza aumento né diminuzione del Pil. Ciò dipende dal fatto che da aprile del 2008 il Pil italiano cominciò a scendere Alcuni numeri chiariranno il ragionamento. L’indice della produzione industriale era 115 nel marzo del 2008 e quello del marzo 2009 è  stato 98, si è pertanto avuta  una flessione di 17 punti nella variazione fra un anno e l’altro. L’indice dell’aprile 2008 era sceso a 110. Se  l’indice di aprile 209 rimane a 98 , il divario è solo di 12 punti, ossia c’è variazione positiva di 5 punti. Basta questo andamento piatto per tutto l’anno per ridimensionare al 4,2-4,4 la ben maggiore flessione del Pil del primo trimestre. E si ha l’impressione di un recupero, mentre in realtà il diagramma è piatto.

Io penso che, a parte il rialzo statistico, vi sia un rialzo vero. Tuttavia esso è modesto e molto inferiore a quello che potremmo avere con una più incisiva politica anti congiunturale. La sinistra però non può protestare perché la colpa di quel che è sin qui accaduto è per il 99 per cento sua.

La recessione in cui noi ci troviamo, è sostanzialmente dovuta al calo delle nostre esportazioni. Calo determinato dalla riduzione della dinamica dell’economia mondiale dovuta alla crisi finanziaria ed economica statunitense a  cui si è aggiunta quella, di analoga natura, del Regno Unito e quella simile della Spagna. In tutti e tre i casi è scoppiata una bolla immobiliare conseguente a un eccesso di credito facile che ha generato una crisi bancaria di vaste proporzioni.

I paesi che hanno un maggior rapporto fra le esportazioni e il loro prodotto lordo ne hanno sofferto maggiormente. La Germania che ha un export di beni e servizi del 45 per cento del Pil è, fra gli stati europei, quello più colpito dalla crisi. Segue l’Italia che ha un export del 28 per cento del Pil . La Francia che ha un export del 27 per cento del Pil soffre un po’ meno dell’Italia. Ma la ragione per cui la Francia ha un quadro un quadro un po’ meno grave  dell’Italia sta soprattutto nel fatto  che essa ha adottato misure anti crisi maggiori di noi, azionando di più la leva della spesa pubblica. L’Italia però ha un particolare vincolo al deficit pubblico che le deriva dal fatto che ha un debitore crisi  del 106  per cento del Pil , che ora sta salendo al 110.  Invece il rapporto debito pubblico/Pil della Francia, prima della crisi,  era del 65 per cento. Però l’Italia ha un sistema bancario che non è stato colpito dalla crisi, al contrario della Francia che, su questo lato, ha avuto ed ha dei problemi. La Germania, che è la più colpita dalla crisi,  prima di questa aveva un rapporto  debito pubblico/ Pil inferiore al 70 per cento. Il sistema bancario tedesco però ha problemi di crisi e almeno una delle grandi banche rischia il fallimento.  

Nel complesso, fra i tre stati, è l’Italia quella  che potrebbe agire  con misure anti crisi facendo largo appello al credito bancario. Ci sono tre tipi di misure che  sono teoricamente a portata di mano ma tutte e tre sono bloccate da veti delle Regioni e degli enti locali, e quelli di sinistra sono i leader di questi veti.

Il piano casa con aumento delle cubature progettato da Berlusconi ha il veto delle Regioni, capeggiate dal presidente della  Emilia Romagna, Vasco  Errani  (Pd). Le Regioni si arrogano il potere  di legiferare sul diritto di proprietà edilizia e il che è, a mio parere, contrario alla Costituzione.

Ma anche la Lega Nord, fautrice di questo perverso federalismo sostiene che le Regioni hanno tale potere. Con la conseguenza che il premier Berlusconi per ora ha dovuto rinunciare a un piano casa che vale 45 miliardi di nuovi investimenti privati – tre punti di Pil – e che non costa nulla all’erario.

L’altro gruppo  di misure bloccate da veti regionali e locali è quello delle grandi opere, fra cui fanno spicco l’alta velocità con la Francia e il ponte sullo stretto. Entrambi finanziati solo in parte limitata da fondi pubblici italiani ma in misura prevalente da finanza privata di progetto quando non da fondi comunitari. La Regione Piemonte (rossa) discute ancora con alcuni comuni della Valle di Susa  per ottenere il loro assenso  a questa opera, che non si sente di approvare da sola. E’ un’opera che ha una enorme importanza strutturale e che può azionare importanti forniture di imprese private di beni e servizi ad alto contenuto tecnologico. I francesi che non sono imprigionati dal nostro perverso regionalismo (alias federalismo) hanno già quasi terminato il traforo di loro competenza. E poi ci si domanda come mai la Francia subisca l’avversa congiuntura meno di noi!.

Quanto al Ponte sullo Stretto, esso costa solo in minima parte allo stato, perché è soprattutto finanziato con la finanza di progetto che fa appello al mercato del credito. E può generare un radicale cambiamento nelle economie della Sicilia e della Calabria, facendone una unica area di mercato. C’è invece chi nel Nord sostiene che è un’opera inutile, faraonica. E lo fa  con notevole auto lesionismo. Infatti questo investimento crea una domanda di materiali e lavoro specialmente per le imprese del Nord di Italia. Inoltre  lo sviluppo della Sicilia e della Calabria a ciò conseguenti  genereranno  un maggior mercato per l’economia del Centro Nord.

La terza e più grossa leva che “dovrebbe” essere azionata,  è quella degli investimenti nelle Regioni meridionali, mediante i fondi comunitari – 50 miliardi di euro dal 2007 al 2013 – che hanno come contropartita 50 miliardi stanziati dallo Stato per le Regioni del Sud. Con questi 100 miliardi si azionano 100 miliardi di investimenti  di enti regionali e locali e di privati nell’arco dal 2007 al 2013. Un miliardo di spesa statale ne azionerebbe altri tre di altri soggetti. Spendi 1 e prendi 4. Tuttavia i 50 miliardi delle Regioni sono stati parzialmente scippati per la cassa integrazione ordinaria e straordinaria che interessa specialmente al Nord e per il finanziamento del terremoto dell’Abruzzo, che non fa parte dell’area di intervento meridionale. La ragione per cui  questa poderosa leva di politica congiunturale-strutturale  non viene azionata è che ci sono burocrazie regionali lente e loro veti e veti degli enti locali che ritardano queste opere.

Le Regioni in questione sono, tranne la Sicilia ed ora la Sardegna, tutte governate da giunte Regioni rosse. Se si potessero esplicare poteri sostitutivi dello stato per supplire ai ritardi delle Regioni si potrebbero superare una buona parte di queste difficoltà. E si disporrebbe di un grande strumento poliennale di sviluppo.

Ma se Berlusconi  che è il fautore primo di queste grandi opere si azzardasse a presentare un tale decreto di poteri sostitutivi dello stato, si direbbe subito che ciò è  “incostituzionale” essendo contro il federalismo. Teniamoci dunque questo federalismo dirigista e non lamentiamoci se l’Italia è in una recessione che si mangia il 4 per cento del Pil. Ma  non se ne dia la colpa a Berlusconi. Il 99 per cento della colpa è della sinistra, L’altro 1 per cento ho cercato di spiegare di chi è.