20 Giugno 2010


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L’Italia seppe risollevarsi presto dalle macerie della guerra

La retorica è un virus letale che ha colpito la storiografia passata e che ancora ammorba molta parte di quella presente. Vanno perciò salutati con favore quei lavori che, utilizzando documentazione già nota e non, riescono a dare nuova luce alle interpretazioni stratificate, e soprattutto a ricostruire fatti, vicende e relazioni in maniera analitica, senza facili trionfalismi né dannosi disfattismi. E’ il caso dell’opera recente di due studiosi di rango, diversi ma dal pedigree inappuntabile, come Ennio Di Nolfo, storico delle relazioni internazionali e professore emerito all’Università di Firenze, e Maurizio Serra, ambasciatore, capo della Rappresentanza italiana presso l’Unesco e saggista.

Con La gabbia infranta. Gli Alleati e l’Italia dal 1943 al 1945 (Laterza, pagine 306) essi hanno voluto mettere ordine nel materiale disponibile, frutto di ricerche che hanno portato alla scoperta di documenti finora inediti, per raccontare come fu che l’Italia da potenza sconfitta, prostrata da una resa incondizionata abilmente trasformata in armistizio, riuscì nel breve volgere di due anni a riprendere un’ascesa che l’avrebbe riportata nel club delle grandi potenze. Un excursus attraverso le vite e le azioni di quei personaggi, da Pietro Badoglio a Ivanoe Bonomi, da Renato Prunas a Raimondo Manzini, che, nei mesi difficili successivi all’8 settembre, riuscirono a riallacciare il filo rosso che da sempre univa l’Italia agli Stati occidentali, Usa in testa, e che sotto il fascismo non era certo stato strappato, ma solo calpestato. A dimostrazione del fatto che le istituzioni e lo Stato nazionale, certo flessibili nella forma, erano più solidi di quanto si pensasse, e che la gabbia costruita attorno al Paese per limitarne l’operatività e l’essenza poteva essere infranta, al fine di ritrovare quella continuità strutturale che, in fin dei conti, mai era venuta meno. E’ bene ricordarlo, a maggior ragione nel periodo dell’orgia mass-mediatica per il 150esimo dell’Unità d’Italia.

Ma non fu certo scontato, né ineluttabile, quanto accadde. Tutt’altro. E se l’Italia poté reinserirsi a pieno titolo all’interno della comunità internazionale, e riemergere dalla marginalità nella quale era stata cacciata a causa della sciagurata alleanza bellica con la Germania hitleriana, lo si dovette alla lungimiranza – e all’azzardo, perché no – di un manipolo di uomini, che aveva ben chiaro l’interesse nazionale, al di là di quello di parte. Uomini che, provenienti in gran parte dalle schiere della diplomazia e delle rappresentanze economiche e industriali, seppero porsi il dilemma della fine del Paese in caso di fallimento, e che furono guidati nelle loro decisioni dalla stella polare, oggi ahinoi spesso misconosciuta, del bene comune e dell’identità della nazione.

Di Nolfo e Serra descrivono con dovizia di particolari, e grazie al supporto di un importante bagaglio di fonti inedite, i momenti cruciali della “rinascita italiana”. Soffermandosi in particolare sulla missione in Italia del viceministro degli Esteri sovietico Andreij Vyshinskij, nel corso della quale, il 5 dicembre 1943, si tenne il poco noto incontro tra lo stesso Vyshinskij e Guido Pazzi, professore universitario, socialista e fidato amico di Manzini, all’epoca assistente del ministro degli Esteri del governo di Brindisi, Prunas. Manzini, forse prima ancora di Prunas, aveva infatti capito che la posizione dell’Italia dipendeva essenzialmente dal riconoscimento che il governo Badoglio avrebbe ottenuto a livello internazionale. E spingere l’Urss al primo passo in questo senso significava mettere con le spalle al muro gli Alleati, facendoli uscire dallo stato di “sonnolenza” e costringendoli a muoversi per evitare che la Penisola cadesse nelle spire del socialismo sovietico. Il successivo incontro tra Prunas e lo stesso Vyshinskij (gennaio ’44), e l’annuncio della ripresa delle relazioni diplomatiche tra Italia e Urss (marzo ’44), sono ora testimonianza del successo della “trovata” di Manzini.

Per non tacere – passando per la assai nota “svolta di Salerno”, invero qui definita “leggenda” perché propiziata più dallo stallo nei rapporti tra Usa e Gran Bretagna (e dal veto di Winston Churchill), che impedì il riconoscimento immediato dei partiti del Cln e il loro ingresso al governo, piuttosto che da reali capacità tattiche del Pci – delle missioni, formalmente a carattere economico, che rappresentanti italiani compirono negli Stati Uniti tra la fine del ’44 e gli inizi del ‘45. La prima, guidata da Guido Pazzi, e la seconda da Enrico Scaretti, entrambe ugualmente trascurate dalla storiografia. Infine, la terza, che ebbe un imprinting del ministero degli Esteri italiano, attraverso la supervisione del diplomatico Egidio Ortona, condotta da Quinto Quintieri, presidente della Banca di Calabria e precedentemente ministro delle Finanze, e Raffaele Mattioli, amministratore delegato della Banca Commerciale Italiana.

E’ descritta una classe politica nostrana, dunque, capace di muoversi su un doppio binario e di interpretare con arguzia le mosse da compiere sul complesso scacchiere post-bellico, guardando vero Est o verso Ovest a seconda delle contingenze, ma sempre considerando la continuità dello Stato come unica via per la ricostruzione del futuro. Qualcuno lo chiamerebbe con ingiustificato disprezzo “doppiogiochismo”, qualcun altro “intelligenza tattica”. E certo, è quando si sta per affogare che si impara a nuotare. Vero sì è che, fosse andata diversamente, staremmo parlando di un’altra Storia.