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Lo scontro tra Cav. e la magistratura serve al dialogo col Pd

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Il solito paradosso italiano, stavolta, ci fa respirare. Un po’ di aria liberaldemocratica. Il Presidente del Consiglio Berlusconi scrive al Presidente del Senato Schifani e affronta la questione delle priorità di trattazione da parte dell’Autorità Giudiziaria dei reati più recenti. Come dire: esistono delle priorità e io non sono fra queste.

Lo dice proprio così, Berlusconi: “I mie legali mi hanno informato che tale previsione normativa sarebbe applicabile ad uno fra i molti fantasiosi processi che magistrati di estrema sinistra hanno intentato contro di me per fini di lotta politica”. L’Io del leader Berlusconi spariglia le carte del Noi del premier Berlusconi? No. Le cose non stanno così, a mio avviso. La realtà italiana è ancora avvitata nello stato d’eccezione, cioè nella dialettica virulenta tra la nuova destra berlusconiana e la nuova sinistra veltroniana (rozza approssimazione al vero storico, ma per capirsi può andare). Il tutto era stato condito, all’indomani delle elezioni stravinte da Berlusconi, con una pax istituzionale che non poteva rimettere in moto, da sola, le coordinate dello sviluppo istituzionale della Nazione. Perché di sviluppo istituzionale si dovrebbe, in realtà, trattare, e dunque di un insieme di meccanismi volti all’accelerazione del sistema-paese. Ma, per produrre un simile meccanismo, ci vuole una dialettica sana tra le forze politiche, tra la maggioranza e l’opposizione. La liberaldemocrazia è fatta così, prendere o lasciare. Il conflitto, regolato e funzionale allo sviluppo delle parti sociali, delle istituzioni (perché anch’esse si sviluppano e crescono a livello di funzionalità interna e di cultura di sistema) e della società è necessario. Anzi, se ne dovrebbe fare un elogio. Con un “nota bene”: il conflitto in questione non è assimilabile all’antagonismo sociale ed estremistico, bensì alla competizione dura, reale, autenticamente progettuale e interna al sistema istituzionale. Senza di essa, siamo nel brodo primordiale dell’inciucio. Questo è il dato. 

Ora, Berlusconi ci aiuta, oggi, a recuperare un assetto d’insieme adeguato al progetto di riforma complessiva del sistema socio-istituzionale, e come? Attraverso il ripristino dello stato d’eccezione, seppur in modalità non più “a presa diretta” sulle azioni politiche del PdL. Ecco allora che i giornalini dell’establishment insorgono: Massimo Franco sul “Corsera” sostiene che Berlusconi sia al “braccio di ferro finale con i suoi giudici”, dal suo punto di vista (non dal mio), si tratta di “un conflitto istituzionale” e quest’ultimo azzererebbe di netto “il dialogo con il Pd”. Dialogo fondato finora sulla seguente premessa: “dobbiamo” dialogare. E null’altro. Il Pd perde ovunque; D’Alema sta rimettendo insieme una specie di partito socialdemocratico all’ombra del veltronismo morente; il partito è a pezzi con Parisi che attacca frontalmente l’intero gruppo dirigente di stretta osservanza veltroniana. Dunque, di che parliamo? Il “dialogo” non può reggersi se non che sulla verità di fatto, sui matters of fact, come dicono gli anglosassoni, non sulla retorica o sulla strategia della rassicurazione (per fare star tranquilli i grandi elettori del Sistema, allora abbasso i toni, mimetizzo pezzi della dirigenza di sinistra nei ministeri e procedo di seguito con l’intento di raccogliere consensi ovunque): il dialogo ha bisogno del conflitto vero, cioè della competizione liberale, il sale della democrazia liberale. Altrimenti, ci ritroviamo nel mondo di Rousseau senza essere passati per John Stuart Mill. La montagna che partorisce il topolino?

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