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Lo Stato laico ha bisogno della religione

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Il 12 giugno Liberazione, quotidiano di Rifondazione comunista, ha pubblicato un articolo dal titolo “La sindrome del relativismo. Ratzinger venditore di apocalissi” che discute il pensiero di Benedetto XVI e trova nelle sue opere solo “pochezza logica e argomentativa di vecchie tesi”. A suo dire “dopo papi di grande levatura intellettuale e spirituale, siamo oggi in presenza di un modesto conoscitore di cose filosofiche”. Ecco, dunque, che “la riduzione della complessità (lo dimostra l’esperienza dei talebani in Afghanistan) è una strategia di controllo e disciplinamento delle derive intellettuali e sociali in grado di fornire un’immagine rassicurante e tranquillizzante della modernità”. Secondo Liberazione “banalizzazione e semplificazione sono due categorie funzionali alla proposta di un potere pastorale che, in una società globale che non si lascia governare, e spesso neanche amministrare, piega a proprio vantaggio le passioni tristi - panico sociale, incertezza, percezione di precarietà inadeguatezza al compito - offrendo just in time conforto e riparo preconfezionati come i fagioli Campbell”. E ancora “la strategia argomentativa è, nella sua stratificazione, intelligente: il tema viene enunciato in termini generalissimi da Ratzinger e pedissequamente ripetuto in primis dagli editorialisti dell’Avvenire, e rilanciato dagli atei devoti del Foglio e da una corte dei miracoli che va dal Domenicale a Marcello Pera e a una lunga schiera di politici che, come cartelli stradali, indicano in direzione di valori dai quali si tengono ben distanti, sino a coccolati ex-nichilisti - da Giovanni Lindo Ferretti a Valter Binaghi - beatificati da un’aura di pentimento ostentata come le stimmate di padre Pio (e come quelle dal vago sentore di acido fenico)”.

Fin qui in sintesi, ma l’analisi richiama il discorso di Regensburg, il cardinale Bellarmino, monsignor Fisichella, un ignoto “PeRatzinger” e giunge al giudizio globale su tutta l’opera di Joseph Ratzinger che cito alla lettera: “una stronzata”. Stesso giorno, sul Corriere della Sera, Christopher Hitchens scrive che la rovina del mondo sono le religioni, poiché esse non solo sono sbagliate, ma un cumulo di ignoranza, superstizione, masochismo dolorante e arrogante, imbroglio di potere e esca per fessi.

L’obiettivo polemico è quindi la religione e soprattutto la Chiesa cattolica, e trova nella cronaca recente la prova delle reazioni alle “indebite ingerenze” dell’autorità ecclesiale nelle vicende politiche ed etico-legislative italiane che, secondo parte della cultura “laica” soffoca la libertà sia della ricerca scientifica che dei comportamenti individuali e rappresenta una minaccia per lo Stato laico. Considerando ora solo gli ultimi episodi di questa lotta culturale, dal “caso Buttiglione”, candidato nel 2004 dal governo italiano a vice-presidente della Commissione europea e “bocciato” per la sua “intransigenza cattolica e incapacità di radicarsi col nuovo irrinunciabile pluralismo delle istituzioni europee”, alle discussioni sull’inserimento o meno nella Costituzione Europea del riferimento alle “radici cristiane dell’Europa” e le accese polemiche sulle tematiche bioetiche, specialmente in riferimento alla legge 40 del 2004 sulla fecondazione assistita, e sul conseguente referendum abrogativo del giugno 2005, se ne ricava l’impressione di una guerriglia logorante e infinita negli schieramenti politici e l’orizzonte di una lotta tra laici e cattolici lacerante per la società italiana. Per finire, l’ultimo fatto. La recentissima approvazione della risoluzione europea contro l’omofobia, nella quale si è introdotto forzando recenti dichiarazioni del presidente della Cei monsignor Bagnasco, una condanna esplicita del suo pensiero e più in generale dell’insegnamento cattolico in tema di famiglia e di sessualità.

Ebbene, nonostante l’invito giunto da più parti (politici, intellettuali, opinionisti) ad abbassare i toni e l’esortazione in più occasioni del capo dello Stato Giorgio Napolitano ad “ascoltare la Chiesa”, con il conseguente perentorio appello ad ancorare la democrazia a valori forti, la polemica a senso unico contro la Chiesa travolge ogni buon senso e invece di essere espressione di libertà di critica e di pluralismo vero, diventa asfittica polemica tra clericali e anticlericali e tende a riproporre una spaccatura fra laici e cattolici dal sapore un po’ anacronistico. Innanzitutto, dopo un rapido sguardo a questi avvenimenti, oggi, si deve ricordare che il principio di laicità dello Stato è stato definito dalla Corte costituzionale, come principio supremo non assoggettabile a revisione  della costituzione, avendo per contenuto l’attitudine dello Stato a non essere né indifferente né ostile alle esigenze della coscienza religiosa dei cittadini. Coscienza religiosa sia dei credenti in diverse religioni sia dei non credenti: questo è lo Stato-comunità, servitore dei cittadini, non di una ideologia. Quanto sia inadeguato paragonare la Chiesa ad un altro Stato è del tutto evidente. Va poi sottolineato che fra comunità civile e comunità religiosa, fra Stato e Chiesa, vi è una distinzione di ordini messa in luce dall’art. 7 della Costituzione italiana e dal paragrafo 76 della Gaudium et Spes, la Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo del Concilio Vaticano II, cui segue una vicendevole collaborazione “per la promozione dell’uomo e il bene del Paese”, ribadita nel 1984 dal Nuovo Concordato Lateranense all’art. 1. Del tutto coerente con questo è il diritto rivendicato dalla Chiesa (Cost. past. Gaudium et spes, 76) “sempre e dovunque, di  predicare con vera libertà la sua dottrina sociale e di dare giudizio morale, anche su cose che riguardano l’ordine politico, quando ciò sia richiesto dai diritti fondamentali della persona e dalla salvezza delle anime (…)”. Tutto questo non ripropone una subordinazione dello Stato alla Chiesa, anche quando il giudizio morale e l’insegnamento riguarda aspetti della vita sociale ed iniziative delle istituzioni pubbliche. Unitamente esclude una subordinazione della Chiesa allo Stato, che si avrebbe se fosse limitata la libera espressione di un giudizio morale. E’ questa indipendenza consente alla Chiesa di indicare valori immutabili, formare coscienze, di educare alle virtù personali per la vita privata e politica.

Si può comprendere che il giudizio morale del Papa ed il suo insegnamento in questioni per le quali si manifestano opinioni diverse ed anche vivacemente contrastanti nella società, non sia condiviso. Si può comprendere il dissenso a quell’insegnamento e che lo si contrasti, ma non si può comprendere che si pretenda di escludere la legittimità di manifestare quel giudizio, colpendo così la libertà di esprimerlo: ne sarebbe ferita non solo la libertà della Chiesa, ma la stessa libertà di manifestazione del pensiero. La Chiesa cattolica non interviene per problemi temporali, non ha poltrone da conquistare, maggioranze politiche da scalare; non ha intenzione di “attentare alla laicità”. La sua maggioranza è l’uomo, con l’unico disegno di salvaguardarne la dignità è l’integrità fisica e morale. Naturalmente propone la sua visione della società, punta il dito su concetti concreti, su valori inderogabili, non negoziabili e non disponibili, sul terreno dell’etica pubblica: la sacralità della vita umana in tutte le sue forme e le sue fasi, la centralità della famiglia tradizionalmente intesa. Quindi l’insieme delle questioni che riguardano più da vicino l’esistenza umana: la vita, e con la vita, la morte, le relazioni fra le persone, la conoscenza dei misteri della sopravvivenza, la possibilità di influenzare le nascite. Insomma, ogni momento della vita umana dal concepimento fino al suo termine naturale. Nel discorso pronunciato di recente in Brasile, il Papa ci offre come prima sensazione quella delle moltitudini e degli orizzonti planetari, propri alla dimensione universale della Chiesa e ha in proposito parole inequivocabili: “Se la Chiesa cominciasse a trasformarsi direttamente in soggetto politico, non farebbe di più per i poveri e per la giustizia, ma farebbe di meno, perché perderebbe la sua autorità morale, identificandosi con un’unica via politica e con posizioni parziali opinabili”. In un saggio Perché non possiamo non dirci “cristiani” (rivista “La critica”, 20 novembre 1942) Benedetto Croce scrisse sul cristianesimo considerato come la più grande rivoluzione dell’umanità: “Una ben significante riprova porge di questa storica interpretazione il fatto che la continua e violenta polemica antichiesastica, che percorre i secoli dell’età moderna, si è sempre arrestata e ha taciuto riverente al ricordo della persona di Gesù, sentendo che l’offesa a lui sarebbe stata offesa a sé medesimo, alle ragioni del suo ideale, al cuore del suo cuore”.

Del resto, esprimere un giudizio morale ed un magistero, anche quando rivolto ai rappresentanti delle istituzioni politiche, non significa esercitare un potere né “dettare legge direttamente alle istituzioni”. Piuttosto è una chiara affermazione dei valori coinvolti in scelte legislative che incidono sulla vita e sulla concezione dell’uomo, ed un giudizio su tali scelte rimane espressione di un magistero che sollecita la coscienza di chi ascolta rimettendo l’adesione ad un atto di libertà. Il senso vero ci pare essere il richiamo all’importanza di un criterio morale di giudizio, per cercare sempre la distinzione tra ciò che è bene e ciò che è male. Su questa base dovrebbe essere non impossibile una generale concordanza, anche se poi in concreto non è sempre semplice riconoscere e distinguere bene e male, giusto e ingiusto. Ma senza ricerca constante, tuttavia, senza impegnare la propria coscienza ad interrogarsi di continuo sulle scelte da compiere, nessun bene duraturo potrà derivarne per la vita personale e collettiva.

Rimane, allora, l’impressione che la denuncia di indebita “ingerenza” dell’autorità ecclesiale nella sfera pubblica e nelle questioni etico-legislative intenda non solo mettere da parte una voce autorevole e discordante dalla propria impostazione, ma anche escluderla. E tuttavia, a questo proposito, tenendo conto che anche all’estero intellettuali laici  - come Jurgen Habermas - affermano da anni la necessità di “riportare in pubblico le religioni” dopo che “la società liberale, laica, borghese, capitalistica, dominata dalla mentalità scientifica” le aveva confinate nella sua dimensione privata del singolo, è forse giunto il momento che il mondo “laico” italiano rifiuti determinate espressioni e atteggiamenti che si radicano in veri e propri dogmatismi antiquati. Ebbene, l’indicazione di Habermas emerse nel corso di un dibattito con il Cardinale Ratzinger che si svolse il 19 gennaio 2004 a Monaco. In quell’occasione l’intellettuale laico, senza rinunciare alle sue idee filosofiche di fondo, antimetafisiche e rigorosamente non religiose, ha riconosciuto come “l’orizzonte religioso non appartiene al passato”. Habermas, rivolgendosi alla cultura “laica”, osservava che “le indicazioni della Chiesa, in particolare, quando essa offre il suo contributo alla difesa e alla promozione della dignità dell’uomo, possono veicolare preziosi contributi cognitivi per la ragione secolare. Il bene umano chiede a tutti, credenti e non, una rigorosa attenzione alla verità dell’uomo”. Conclude: “Sia la ragione secolare che la ragione credente debbono entrare in un processo di apprendimento complementare, in particolare per quel che riguarda i temi più controversi della sfera pubblica”.

Parlare oggi di conflitto tra Santa Sede e Stato italiano è indubbiamente eccessivo, ma la sensazione è che il dibattito sui Dico abbia fornito una prova destinata a lasciare un segno negativo nel dialogo tra laici e cattolici, credenti e non credenti. In proposito, ancor più responsabile di questo scontro culturale artificioso in atto è una consistente parte della classe politica che, spesso solo per opportunistici interessi, appare sempre più disattenta e accondiscendente verso gli estremismi più radicali, incapace probabilmente di impegnarsi nella difesa di uno Stato laico. E qui, per uscire da una tale pregiudiziale opposizione ed evitare un conflitto Chiesa-Stato, quale fu nel Risorgimento - non del tutto spento nel periodo fascista e in quello democristiano - occorrerà un impegno di reciproca comprensione che possa contribuire alla soluzione degli indubbi problemi, che sorgono nel cercare di far convivere nelle dimensioni sociale, etica e politica la visione cattolica e quella laica. La laicità, “principio supremo dell’ordinamento costituzionale”, va difesa con sempre maggiore convinzione. L’impegno è preservare e consolidare il principio dell’assoluta laicità dello Stato come unica vera garanzia della libertà di ciascuno, compresa la libertà religiosa, e utilizzare la religione come strumento per la spiritualità ed i temi sociali. In tal caso la Chiesa cattolica è libera di pronunciarsi, ma non di fare politica, di dare indicazioni di voto ai parlamentari o ai cittadini. E’ libera di esprimere opinioni politiche che valgono per chi è disposto ad ascoltarli.

Stato e Chiesa rimangono indipendenti e sovrani; lo Stato laico non è contro la religione, né le è indifferente, ma assicura il libero e paritario confronto di tutte le posizioni religiose e ideali, senza ingerenze. Laicità che non riguarda solo il principio di separazione fra Stato e Chiesa, ma significa distinguere gli ambiti della ragione e della fede, ossia limitandosi a proporre nel dibattito pubblico e politico solo ciò che è motivabile con argomenti razionali ed escludendo un riferimento a Dio e alla sfera divina. Laicità che si declina in una concezione dell’attività legislativa alimentata dal valore intrinseco della persona e da una concezione del potere alieno da ogni investitura dall’alto. Laicità: riconoscimento reciproco e non reciproche delegittimazioni finalizzate allo scontro in nome della fede, che sono tutto il contrario della cultura costituzionale e dei valori della nostra democrazia.

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