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Vita da difendere

L’Olanda, la legalizzazione dell’eutanasia ai minori e quel senso del limite ormai smarrito

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«Io credo che i medici del futuro saranno capaci di stabilire una base scientifica corretta per la base dell’eutanasia, che il teologo aiuterà incorporandola ai suoi insegnamenti e finalmente il giurista, come rappresentante dell’autorità dello Stato sul medico, gli concederà nuovamente di offrire assistenza al genere umano, includendo simili sfortunate creature»: così dichiarava negli anni ’40 del XX secolo Karl Brandt, Commissario per la Sanità e la Salute del Terzo Reich, artefice ed esecutore del cosiddetto programma “T4” cioè la pianificazione sistematica di azioni eutanasiche di massa sui disabili tedeschi (specialmente minori) organizzate dalla Germania nazionalsocialista – ben prima dell’olocausto anti-ebraico come ricorda e precisa tra i tanti Hannah Arendt (cfr. “La banalità del male”) – con cui “concedere” la cosiddetta “morte per grazia” ai soggetti ritenuti sofferenti, socialmente inutili o eccessivamente costosi da mantenere.

Brandt, insomma, teorizzava l’opportunità medica dell’eutanasia involontaria – cioè praticata senza o perfino contro la volontà del soggetto messo a morte – sperando in una legittimazione morale da parte dei teologi e legale da parte dei giuristi.

Non a caso dal 1938 in numerosi centri della Germania nazionalsocialista alcune cliniche e centri ospedalieri vennero riconvertiti divenendo veri e propri “eutanasifici”, come accadde a Grafeneck, Hartheim, Hadamar, Bernburg, Sonnenstein, Brandenburg presso cui furono condotti migliaia di soggetti, afflitti dalle più diverse patologie fisiche o mentali, per sottoporli – senza il loro consenso, o al massimo con quello dei loro genitori nel caso dei minori, o con il consenso dei loro parenti negli altri casi – alla cosiddetta “Gnadentod”, cioè la “morte pietosa”: il programma condusse, nel giro di circa un paio di anni alla somma – ufficialmente accertata dagli storici – di più di 70.000 esseri umani soppressi in nome della “pietà”.

La storia drammatica tuttavia non è tramontata con il sole nero del nazismo, poiché la mentalità eugenetica di base era precedente al nazismo e ben più culturalmente resistente di quest’ultimo.

Prova ne sia ciò che è stato di recente approvato in Olanda, cioè l’estensione legale dell’eutanasia ai minori di 12 anni anche qualora non siano malati terminali.

In Olanda, come si sa, l’eutanasia è legale già dal 2002, ma nel tempo è stata maggiormente estesa la sua applicazione legale, ricomprendendo pian piano i minori di 12 anni, ma soltanto se afflitti da stadi terminali, poi i pazienti psichiatrici, e adesso anche i minori senza patologie terminali.

Insomma si ripropone nel cuore dell’Europa quell’incubo antigiuridico, poiché antiumano, che è stata la soppressione sostanzialmente eugenetica, seppur in questo caso non in vista di un miglioramento di una presunta razza superiore, dei soggetti più deboli e più fragili.

Già da anni i cosiddetti “Protocolli di Gröningen” del 2005 – pensati ed elaborati dal medico Eduard Verhagen – stabilivano le procedure da seguire per l’eutanasia infantile, ma ponevano determinati limiti – come quello di sopprimere soltanto soggetti di età non superiore ad 1 anno e comunque non inferiore a 12 – che adesso la nuova estensione legale olandese sembra superare totalmente condendo la possibilità di sopprimere anche bambini di età compresa tra 1 e 12 anni.

Sul punto soltanto due sintetiche considerazioni.

In primo luogo: diversamente da quanto affermato dalla stampa nazionale e internazionale, non si tratta di estensione del suicidio assistito, poiché un soggetto di 2-3 o anche pochi anni di vita non è in grado di esprimere compiutamente il proprio consenso a tal fine, specialmente se versa in condizioni psico-fisiche afflitte da gravi patologie, ma si tratta di vera e propria eutanasia involontaria a tutti gli effetti poiché il più delle volte la volontà è quella dei genitori o dei rappresentanti legali del soggetto di cui si richiede la soppressione.

In secondo luogo: si dimostra in modo inequivocabile lo scivolamento costante e inarrestabile che si verifica dopo aver legalizzato la morte assistita, procedendosi inesorabilmente dalla morte assistita volontaria alla morte assistita non volontaria, dalla morte come diritto di pochi alla morte come dovere per molti, dal diritto di morire al dovere di morire, stravolgendosi così in modo totale ogni paradigma fondativo e costitutivo del diritto, della democrazia, dello Stato sociale e, in buona sostanza, dello Stato di diritto.

La domanda che ci si dovrebbe porre da parte di tutti, dunque, è se siamo pronti ad abbandonare lo Stato di diritto per nuove e ignote forme organizzative della società che, ormai prive di limiti legali o giuridici, potrebbero riassumere la stessa identica forma grottesca ed antiumana di quelle che in passato hanno mietuto vittime a migliaia in nome di una falsa “pietà”, poiché bisogna tenere sempre ben presente – oltre ogni considerazione ideologica, politica, religiosa – che la morte di un innocente comporta sempre l’erosione dello Stato di diritto e l’erosione dello Stato di diritto conduce sempre inevitabilmente alla morte di altri innocenti.

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