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A Palazzo dei Normanni

Lombardo apre una nuova fase politica e tenta altre improbabili intese

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Avanti con molto giudizio e con altrettanta prudenza. Così si potrebbe riassumere il percorso a ostacoli che attende Raffaele Lombardo, nelle prossime settimane, dopo che mercoledì corso, a Palazzo dei Normanni, il governatore ha dichiarato la sua vecchia coalizione “dissolta”. Causa deterrente il voto contrario al Dpef, verificatosi durante la precedente riunione del Parlamento siciliano, da parte dei cosiddetti ortodossi del Pdl. Una frattura esplicita che arriva dopo mesi di guerra guerreggiata fra pezzi di quell’alleanza che aveva stravinto le elezioni.

Ora siamo semplicemente alla sanzione formale, alla presa d’atto che il centro-destra siciliano si è, forse, rotto per sempre. E tuttavia litigi e fratture, persino sul terreno personale, non sono sufficiente per capire come si potrà uscire dall’attuale stato di crisi. Intanto in attesa delle scadenza istituzionali, per il prossimo mercoledì è prevista una nuova riunione dell’Ars, si ragione e si congettura. Punto di partenza due quasi certezze. Innanzitutto il mettersi fuori dei seguaci di Pier Ferdinando Casini (il suo leader, Saverio Romano, in proposito è stato chiarissimo quando a parlato dell’Udc come l’unico raggruppamento che non intende “andare con il piattino in mano alla corte del governatore per chiedere un posto in giunta”); in seconda battuta il rifiuto corale, con accenti persino risentiti, di ogni ipotesi di elezioni anticipate.

Quanto al resto la competizione fra le potenziali vie d’uscita è davvero aperta. I sovracitati punti fermi, infatti delimitano al massimo una cornice, ma ne lasciano largamente in forse il contenitore e i protagonisti. Per intenderci: i numeri assembleari, la forma del prossimo esecutivo, gli eventuali attori prescelti. Nel frattempo le variabili impazzano, anche se certi orientamenti di fondo si fanno largo. Premessa il già citato discorso parlamentare di Lombardo in cui si dichiara “dissolta” la coalizione, a seguire le aperture dell’altro azionista di riferimento dell’attuale vertice, Gianfranco Micciché, il referente principe dei sicilianisti del Pdl, che parla del possibile appoggio esterno del Pd al nuovo governo regionale.

Sulla medesima lunghezza d’onda è da intendersi il sì degli ex di An di obbedienza finiana, che, per bocca del siracusano Fabio Granata, affermano di essere “assolutamente contrari a un esecutivo di ribaltone, ma non a un appoggio esterno da parte del Partito democratico”. Una strada, però, da percorrere, “solo in seconda battuta, ossia dopo aver compiuto i passi necessari a ricompattare la vecchia maggioranza”. Insomma un ritrovarsi che fa intuire sfumature ampie e percorsi quantomai articolati. Un tracciato quindi in salita e comunque problematico considerati i recenti messaggi di pace che si moltiplicano dalle parti dei cosiddetti “ortodossi” che parlano di un’alleanza da rilanciare, ma anche di un netto niet al Pd.

Ergo, a parte l’Udc, esplicitamente autoesclusasi, gli altri scenari, sono, almeno sulla carta, tutti possibili o quasi. A filo di logica il ritorno, puro e semplice, agli antichi equilibri (con la solo esclusione dei casiniani), sembra fra le opzioni la meno probabile, ma pure il governo con “chi ci sta”, suggerito da Lombardo, non è privo di incognite. Sul lato destro, vedi Pdl sicilianista, la contraddizione si chiama, rimessa in gioco del Pd, mentre sul versante di sinistra, tengono campo certi maldipancia , diffusi fra i democratici, verso qualsivoglia entità politica che mantenga legami con Cav. Nel mezzo l’ambizione del Mpa e del suo leader di trasformare l’esperienza siciliana in un qualcosa che magari abbozzi situazioni inedite e intese originali tali da non rimanere circoscritte alla sola dimensione locale.

 

 

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