Post Brexit

L’ombra di Boris

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E’ certamente, da un decennio a questa parte, l’uomo politico più discusso di tutta la Gran Bretagna. Molti lo definiscono un gaffeur professionista e allo stesso tempo la persona più brillante mai conosciuta. E’ diventato famoso quando, da sindaco di Londra, girava all’interno della città esclusivamente a bordo della sua bicicletta (con caschetto indossato a coprire la folta chioma bionda), rappresentando un vero precursore delle varie battaglie ecologiste a cui stiamo assistendo in questi mesi. Ora, cinquantacinquenne, si prepara a diventare – salvo imprevisti, comunque dietro l’angolo – il nuovo Primo Ministro di Sua Maestà.

Boris Johnson ha aspettato lungamente questo momento, logorando giorno dopo giorno tutti i suoi principali competitor nella lotta alla guida dei Conservatori d’Oltremanica e sta già assaporando la possibilità di insediarsi finalmente presso il 10 di Downing Street. L’ultimo ostacolo è rappresentato dall’attuale Ministro degli Esteri Jeremy Hunt, il quale cercherà di convincere gli elettori Tories che Johnson ha troppe gaffe alle spalle per poter ricoprire un ruolo di così alto livello (ultima quella derivante da un litigio con la sua giovane compagna, che ha portato i vicini a contattare la Polizia). I risultati della votazione che si sta tenendo tra gli oltre 130 mila iscritti al partito saranno resi noti dopo il 22 luglio e sarà così possibile capire chi tra i due l’avrà spuntata nella corsa alla accidentata successione di Theresa May. Inutile negare però che Johnson sia ultra favorito dopo il risultato delle consultazioni tenutesi all’interno del cosiddetto “Comitato 1922”, nelle quali è sempre riuscito a prevalere con almeno il doppio delle preferenze rispetto al più immediato inseguitore e la volontà, palesata dal 60% dei tesserati conservatori, di chiudere definitivamente la vicenda Brexit.

Proprio su questo punto, l’ex primo cittadino della capitale inglese ha le idee chiarissime: si farà, con o senza accordo, il 31 ottobre. Una posizione certamente non condivisa da una buona fetta del suo partito – incluso il fratello Jo, anch’egli membro dei Comuni ma schieratosi addirittura per l’indizione di un secondo referendum – che rende però almeno un’idea chiara sui passi da percorrere a breve termine, cercando così di cancellare tre anni in cui l’incertezza ed il pressapochismo sembrano aver regnato sovrani. Per questo Boris ha già avuto un contatto telefonico con Donald Trump durante la visita di quest’ultimo a Londra e, oltre ad aver ricevuto il suo endorsement, avrebbe concordato con lui la necessità di rafforzare i rapporti bilaterali puntando soprattutto su un solidissimo accordo commerciale (per un riassunto sul viaggio di The Donald in Inghilterra, clicca sul link).

Inoltre Johnson sembra essere percepito dalla grande maggioranza degli elettori conservatori come l’unico argine in grado di bloccare l’ascesa nelle prossime elezioni generali del leader laburista Jeremy Corbyn che, nelle settimane immediatamente antecedenti alle dimissioni della May, aveva tentato di chiudere con la ex Premier un accordo da votare in Parlamento sulla Brexit, con lo scopo di tarpare le ali proprio a Boris. Tentativo conclusosi in un fragoroso nulla di fatto.

Alcuni commentatori politici esteri hanno già azzardato un eventuale scenario: sarà Boris Johnson la testa di ponte anglo americana che avrà il compito di tessere rapporti molto stretti con il governo italiano, quello attualmente più riottoso verso il funzionamento delle istituzioni europee? E se sì, quali saranno gli eventuali temi su cui i due esecutivi potranno marciare compatti contro Bruxelles?

Chi vivrà, vedrà…

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