L’opposizione s’è mai chiesta davvero a chi giova la riforma della giustizia?

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L’opposizione s’è mai chiesta davvero a chi giova la riforma della giustizia?

22 Gennaio 2010

Pubblichiamo qui di seguito l’intervento in Aula di Gaetano Quagliariello, vicecapogruppo vicario del PdL al Senato, sulla relazione del Ministro Alfano sullo stato della giustizia in Italia.

Signor Presidente, signor Ministro, onorevoli senatori, signori del Governo, ci è stato detto a mo’ di rimprovero, e a dir la verità ieri ci è stato anche ripetuto come un refrain, che il metro di indirizzo che deve guidare i provvedimenti in tema di giustizia è l’interesse dei cittadini. Allora, dopo aver ascoltato la sua Relazione, signor Ministro, e la sua replica, vorrei chiedere ai colleghi dell’opposizione, senza retorica e senza polemica: all’interesse di chi dovrebbero essere ascritte misure come quelle adottate o avviate finora? Nell’interesse di chi sono la riforma del processo civile e quella della professione forense, la riforma del processo penale e le misure di innovazione tecnologica e organizzativa, le norme antimafia e il pacchetto sicurezza? Nell’interesse di chi è una riforma del processo penale che garantisca effettiva parità tra accusa e difesa, o una norma che fissi i termini della ragionevole durata dei processi a fronte dei numeri che il Ministro ci ha illustrato e che dovrebbero far rabbrividire chiunque abbia a cuore la permanenza dell’Italia nel novero dei Paesi civili? Ancora: nell’interesse di chi va la risposta che il Governo ha messo in campo rispetto all’emergenza carceraria?

Su quest’ultimo punto in particolare mi consenta di soffermarmi, signor Presidente. Perché a quanti si professano sempre attenti al principio dell’uguaglianza di fronte alla legge, nel quale tutti ci riconosciamo, non sfuggirà che vi è anche un’altra esigenza di civiltà, ed è l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla pena. La stessa pena, scontata oggi in due carceri differenti, magari anche poco distanti, può infatti assumere connotati completamente diversi. Anche tra una sezione e l’altra di uno stesso penitenziario può verificarsi il medesimo squilibrio: basti pensare all’esorbitante sproporzione di detenuti in attesa di giudizio, che dovrebbe indurre a qualche riflessione più profonda anche sull’uso della carcerazione preventiva.

Lo abbiamo detto qui in occasione del dramma di Stefano Cucchi e lo ripetiamo oggi: noi riteniamo che le istituzioni siano tanto più credibili quanto più riescono a fare luce al proprio interno sui problemi e sulle responsabilità individuali. Allo stesso tempo, però, sarebbe auspicabile intraprendere una riflessione a tutto campo ed evitare inutili demagogie.

Senatore Li Gotti, io non ho mai creduto che l’ignoranza fosse un peccato. Anzi, è probabilmente il presupposto della libertà, perché se sapessimo tutto i nostri comportamenti sarebbero obbligati.
Ma lei, per essere stato in quest’Aula, dovrebbe sapere che un piano carceri poteva essere scritto solo dopo che un capitolo apposito fosse stato stanziato nell’ultima finanziaria. Le consiglio di andare a consultare quel testo. E dovrebbe rivolgere la richiesta sui braccialetti al ministro Maroni e non al ministro Alfano, perché è di competenza del Ministero dell’interno.

È necessaria una riflessione a tutto campo per evitare, insomma, che il dibattito si trasformi in una serie di inutili e sterili richieste, oppure in una sorta di "guerra tra poveri" in cui impropriamente vengono contrapposti i diritti dei detenuti ed i diritti degli uomini dello Stato che ogni giorno si occupano di loro. Per ricordare, senatrice Della Monica, accanto all’allarmante bollettino dei suicidi in carcere, che preoccupa anche noi, un altro bollettino: quello sei volte più grande dei detenuti che ogni anno tentano di togliersi la vita e vengono salvati dagli agenti di Polizia penitenziaria, che rappresentano l’altra faccia della luna di cui troppo spesso ci si dimentica.

Per ammettere che anche le migliori intenzioni dei paladini dei diritti umani ogni tanto si scontrano con le piccole ipocrisie quotidiane. Basti pensare al carcere di Pisa. Finché vi era recluso Adriano Sofri c’era un afflusso di visitatori tale che fu necessario istituire un ufficio di relazioni esterne. Dopo la sua scarcerazione, gli habitué si sono improvvisamente dileguati.

Ebbene noi, signor Presidente, crediamo nella forza delle istituzioni, nella presenza dello Stato e nella cooperazione fra chi, a vario titolo, se ne fa interprete: nel Governo, nel Parlamento, con chi indossa una divisa e chi ha la toga sulle spalle. Ed è bene in tal senso che non si perda occasione per rivendicare con orgoglio quale cappio mortale sia stato stretto in questa legislatura intorno al collo della mafia, grazie all’iniziativa politica del Governo e della maggioranza e alla capacità sinergica dimostrata nei confronti degli apparati dello Stato. Perché, signor Presidente, onorevole Ministro, lo Stato è uno solo, e noi non ci faremo mai incantare dalla falsa coscienza di chi vorrebbe reintrodurre sotto mentite spoglie il paradigma del doppio Stato, contrapponendo ad ogni arresto di latitante, ad ogni arresto eccellente, i magistrati buoni e il Governo cattivo.

E in questa ottica hanno suscitato notevole rammarico, tanto che il comunicato di oggi suona come parziale ricompensa, le polemica inscenate nei giorni scorsi dall’Associazione nazionale magistrati contro il tentativo del Governo di far fronte alle carenze di organico nelle sedi disagiate, che sono anche le sedi più esposte. Perché se la lotta alla criminalità organizzata è una priorità per tutti, essa si nutre del sacrificio e della buona volontà di tutti, e non si dà al Paese un bello spettacolo di sé minacciando di infrangere la solidarietà istituzionale in nome di una visione corporativa.

Signor Presidente, noi ci auguriamo che la stagione del pregiudizio, del "no" a prescindere a qualsiasi tentativo di modernizzazione, abbia presto fine. Anche perché la sfida che ci aspetta, e che lei, Ministro, ci ha ricordato, è ambiziosa e non consente veti preventivi. Mi riferisco alla riforma costituzionale della giustizia: la prima e più importante delle riforme istituzionali, per garantire ai cittadini un sistema più equo, al Paese una maggiore competitività, e consentire a quella maggioranza silenziosa di magistrati che ogni giorno compie il proprio dovere di recuperare presso il popolo italiano la fiducia in parte smarrita a causa di una minoranza rumorosa di toghe che all’idea della prestazione di un servizio ha preferito l’idea dell’esercizio di un potere, anche a fini impropri.

Quella stessa maggioranza silenziosa, ne siamo certi, auspica anche un Consiglio superiore della magistratura che, come lei ci ha detto signor Ministro, sia ricondotto al suo spirito originario, mondato dalle bramosie di assurgere a ruoli che non gli sono propri e libero dalla morsa della spartizione correntizia.

Colleghi senatori, la politica sarà anche chiamata ad assumersi la responsabilità di preservare la propria autonomia, e la sovranità del popolo, ricucendo un equilibrio spezzato e disinnescando una volta per tutte un conflitto che da quindici anni avvelena i pozzi della nostra democrazia. Qualsiasi sia la strada che si deciderà di percorrere, non si tratterà soltanto di porre fine alla persecuzione giudiziaria nei confronti di un Presidente del Consiglio hic et nunc, ma di ripristinare i pesi e contrappesi di un sistema ormai sbilanciato al punto da porre in dubbio l’origine stessa della sovranità.

È questo l’auspicio di quanti avrebbero voluto che la riflessione del centrodestra sulla candidatura in Campania si svolgesse solo intorno a considerazioni politiche, e non alle accuse di qualche pentito risalenti al secolo scorso e sfornate a rate con singolare "puntualità". Di quanti avrebbero preferito che alle primarie in Puglia partecipassero soltanto gli elettori del centrosinistra, e non il fantasma di un avviso di garanzia tempestivamente notificato a mezzo stampa alla vigilia della consultazione.

Credo che in fondo questo sia anche l’auspicio dei colleghi dell’UDC, che in questi giorni hanno sentito sulla pelle di Calogero Mannino le piaghe di un calvario lungo quasi due decenni, anche se talvolta sembrano stentare a trarne le conseguenze. Certamente è l’auspicio di chi ritiene che fra le funzioni della magistratura non vi possa essere quella di decidere della composizione delle istituzioni che rappresentano il popolo sovrano. E di coloro che, appena un mese fa, in piazza Duomo a Milano, hanno saputo scorgere le conseguenze di campagne d’odio che si alimentano dell’uso politico della giustizia, e anche della gestione impropria di sedicenti pentiti sulla quale spero che in un giorno non lontano, in Parlamento, saremo chiamati a fare luce per mettere fine ad una stagione non edificante per l’Italia.
Per tutte queste ragioni, signor Presidente, nell’auspicio che le asprezze dello scontro non facciano venire meno le ragioni del confronto, annuncio il voto favorevole del Gruppo PdL alla proposta di risoluzione n. 2 e alla Relazione del ministro Alfano.