Lottai contro la mafia. Morì Caccia, a me bruciarono la villa di Rapallo

Banner Occidentale
Dona oggi

Fai una donazione!

Gli articoli dell’Occidentale sono liberi perché vogliamo che li leggano tante persone. Ma scriverli, verificarli e pubblicarli ha un costo. Se hai a cuore un’informazione approfondita e accurata puoi darci una mano facendo una libera donazione da sostenitore online. Più saranno le donazioni verso l’Occidentale, più reportage e commenti potremo pubblicare.

Lottai contro la mafia. Morì Caccia, a me bruciarono la villa di Rapallo

08 Dicembre 2009

Gaspare Spatuzza  non ha adempiuto solo alla missione di gettare fango su Silvio Berlusconi e sul suo collaboratore Marcello dell’Utri allo scopo di ottenere i vantaggi che vengono dati ai pentiti (prima che si riscontrasse la sua attendibilità). Ha voluto adempiere anche al compito di gettare un ignobile fango sul Psi, il partito che ha più duramente colpito la mafia durante la prima Repubblica.

Come un novello Maramaldo, Gaspare Spatuzza ha voluto uccidere un “uomo morto”affermando che i socialisti avevano fatto, nel 1987, un patto criminale con la mafia. E sostenendo che i successivi attacchi al Psi della mafia si spiegano con il  fatto che esso, pur avendo tratto vantaggi dall’accordo scellerato non volle rispettare i patti, Gaspare Spatuzza ha reiterato la pugnalata all’uomo morto. Ma ciò che egli ha affermato è falso. E la stessa deposizione di Spatuzza dimostra che egli, quando ha fatto queste affermazioni, era in malafede.

Infatti, richiamando l’episodio che proverebbe il patto fra la mafia palermitana e il Psi, Spatuzza ha detto che non si ricordava se esso riguardasse le elezioni politiche del 1987, in cui capolista alla Camera a Palermo era Claudio Martelli oppure  riguardasse le elezioni amministrative. Queste per il comune di Palermo erano state svolte nella primavera del 1985 e, sulla base del loro esito,  era stato eletto sindaco il DC Leoluca Orlando a capo di una giunta con l’appoggio esterno del PCI, primo esperimento di catto comunismo. Le elezioni  regionali, invece, s’erano svolte nel 1986.

Dunque i casi sono due. O Gaspare Spatuzza è un testimone serio e attendibile e allora  non può non sapere che il presunto patto era stato fatto per le elezioni politiche, oppure può affermare che non ricorda di quali elezioni si trattasse perché non è un testimone serio e attendibile.

Come detto, il capolista alla Camera era Claudio Martelli. E non si tratta di un particolare irrilevante, che a Spatuzza potesse sfuggire, dato il ruolo che successivamente ha avuto Martelli come Ministro della Giustizia  nella lotta alla mafia, quella  che Spatuzza ritiene abbia violato il famoso patto. Viene il sospetto che Spatuzza ricordi bene che nel 1987 a Palermo, luogo in cui egli esercitava la sua attività mafiosa, c’erano le elezioni politiche e che il leader fosse Claudio Martelli ma che non abbia voluto dirlo per paura di ricevere, assieme a uno smentita, una querela per calunnia. In effetti, l’episodio a cui egli ha fatto l’ambiguo richiamo allo scopo di pugnalare il Psi gettandogli addosso questa infamia, è noto e stranoto. Riguarda precisamente il popoloso quartiere Brancaccio in cui Spatuzza allora viveva e sguazzava. Il sindaco Leoluca Orlando si lamentò dei risultati elettorali. Le cronache dell’epoca in effetti riferiscono che alle politiche, in questo quartiere, vi fu un inatteso incremento di voti del Psi. Ma ebbero un aumento di voti anche  altre partiti  che nel comune erano all’opposizione della giunta Orlando. Fra essi  in particolare il partito radicale e il partito comunista. Secondo il resoconto dell’epoca del giornalista di La Repubblica, in una sezione elettorale, quella dell’Ucciardone in cui la mafia era molto importante, il Psi superò la Democrazia cristiana e diventò il primo partito. Il garofano guadagnò 93 voti, i radicali 53, cinque in più li conquistarono pure i comunisti. I democristiani nella zona dell’ Ucciardone perdettero invece quasi il 40 per cento. La spiegazione evidente non può essere un patto con il Psi visto che non fu il solo partito che vide incrementare i suoi voti, in quelle elezioni, a Palermo, in quel quartiere (se si trattasse di patti colla mafia, bisognerebbe  supporre che il patto  fosse stato fatto anche con i radicali e con i comunisti).

 Il Psi ebbe successo nel Brancaccio in quanto ebbe un successo generale, anche nei quartieri di Palermo diversi da quelli mafiosi. E ciò viene riportato anche da La Repubblica. Dietro il preteso patto della mafia con il Psi vi sono talmente tanti argomenti contro da far pensare che se mai qualche capo della mafia avesse pensato che poteva concludere un tale patto, doveva trattarsi  di un vero imbecille.

Il 6 settembre 1982, dopo tre giorni dall’omicidio di Dalla Chiesa, con il governo Spadolini, in cui i socialisti avevano un ruolo estremamente importante, venne varato il D.L. n. 629 convertito nella legge 12 ottobre 1982 n. 726, recante "Misure urgenti per il coordinamento della lotta contro la delinquenza mafiosa", che istituì appunto l’Alto Commissariato per il coordinamento contro la delinquenza mafiosa. Al nuovo organo, sottoposto agli ordini del Ministro dell’Interno, vennero attribuiti particolari ed autonomi poteri di indagine presso le pubbliche amministrazioni, gli enti pubblici anche economici, le banche e gli istituti di credito pubblici e privati, con la possibilità di avvalersi degli organi di polizia tributaria nell’espletamento delle proprie funzioni.

Il 19 settembre, venne varata la legge n. 646/82, che con l’art. 416-bis nel Codice Penale, introdusse il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso e le misure di prevenzione patrimoniali, volte a colpire l’accumulazione illecita di patrimoni e lo sfruttamento mafioso delle attività della pubblica amministrazione. Il  Ministro delle finanze socialista Formica allora iniziò subito, tramite la Guardia di Finanza, le indagini a tappeto sulle organizzazioni mafiose perseguibili  in base alle nuove norme. Io, succeduto a Formica, negli ultimi mesi del 1992 come Ministro delle Finanze nel governo Fanfani, proseguii tali indagini e le resi sistematiche partendo dalla Sicilia e risalendo via via per l’Italia. E in particolare indirizzai l’attenzione alla mafia nei casinò, con risultanti molto consistenti. Ciò, purtroppo, portò all’uccisione, da parte della mafia del procuratore della repubblica di Torino Caccia. A  me fu bruciata, di notte, la villa che avevo sulla collina di Rapallo, fortunatamente in quel momento non abitata dai miei familiari, nonostante che fosse iniziato il periodo delle vacanze estive.

Il patto con la mafia del Psi di cui Spatuzza vaneggia era talmente serio che, subito dopo le elezioni del 1987, al Ministero della giustizia andò il senatore e professore di diritto penale socialista Giuliano Vassalli. Il Ministro Vassalli presentò, appena insediato, un disegno di legge, intitolato "Nuove disposizioni per la prevenzione della delinquenza di tipo mafioso e di altre gravi forme di manifestazione di pericolosità sociale" poi convertito nella legge 19 marzo 1990, n. 55. Esso   rafforzava le misure patrimoniali contro la mafia, stabiliva nuove misure di contrasto, disponeva  nuove regole di trasparenza per gli enti locali e nuove fattispecie di reati in relazione alle mutate strategie delle organizzazioni criminali. Con la legge 15 novembre 1988, n. 486 promossa da Vassali, vennero conferiti poteri più incisivi all’Alto Commissariato antimafia.

Nel 1992, dopo le nuove elezioni, Claudio Martelli succedette a Vassalli e nominò  Giovanni Falcone, il supergiudice antimafia, a capo dell’ ufficio affari penali del ministero di Grazia e Giustizia. Falcone, quando fu ucciso dalla mafia con la strage di Capaci, stava per essere messo da Martelli a capo del Commissariato anti mafia. Inoltre  Martelli introdusse nuove norme di carcere duro dei condannati per i delitti di mafia che hanno segnato un inasprimento  delle sanzioni a carico di queste organizzazioni criminali. E mentre Spatuzza dopo avere calunniato il Psi cercava di infangare Berlusconi, le forze di polizia  hanno arrestato il numero 2 e il numero 3 di Cosa Nostra e il capo della principale cupola mafiosa di Catania.  Questi sono fatti non parole. Fatti che pesano come macigni su queste affermazioni mendaci e sulla pretesa di utilizzarle sia per riscrivere la storia che  per sovvertire il voto degli italiani.